PEZZI DI STORIA: ALEX (PARTE DUE)

Il lunedì è per molti un giorno ambiguo. C’è chi lo considera brutto, faticoso, da eliminare…chi invece lo vede come l’inizio della nuova settimana e quindi è contento…c’è chi non sa decidere se per lui sia un bel giorno, un giorno brutto o un giorno qualunque. Per me il lunedì è sempre stato un giorno qualsiasi, un giorno in cui svegliarsi e andare a scuola. Diventava un bel giorno se c’era il sole invece che la pioggia, era sicuramente un brutto giorno se c’era il compito di matematica…mi sono accorta della sua importanza a livello fisico e psicologico sulle persone solo quando ho trovato lavoro e volevo che la domenica fosse infinita, ma fino a quel momento il lunedì era esattamente come ogni altro giorno della settimana. Quel lunedì però non era un lunedì qualunque, quello era il lunedì in cui avrei rivisto Alex.

Il weekend precedente era stato uno strazio. Sfido chiunque a descrivere il weekend come una brutta esperienza ma, credetemi, quando sei appesa al filo dei tuoi dubbi e hai un fidanzato con cui dover trascorrere il tempo avendo però in testa un’altra persona, anche il weekend diventa pesante. Ero solita andare a casa del mio lui, di Loris, ogni qual volta potevo, ma in quel periodo non avevo molta voglia di vederlo e di trascorrere le prime giornate di sole chiusi tra le quattro mura di casa sua…volevo uscire, ma lui era un tipo in pantofole tutto l’anno. Una palla al piede, soprattutto adesso che stavo scoprendo di più di ciò che il mondo poteva offrire: iniziavo ad uscire la sera per andare a ballare, chiamavo le amiche, afferravo il motorino e girovagavo come una vagabonda fino alla sera. Poi era ora di cena, e mamma chiamava, ma da dopo la scuola fino a quel momento era tutto vivere. Ho sentito nei pensieri di qualcuno la parola “poco di buono”, ma è facile giudicare se il terrore contrapposto ai brividi non si prova sulla propria pelle. La domenica sera era stato il momento peggiore. Ricordo come se fosse ieri quando lui mi guardò e mi disse “ti vedo diversa” e aveva ragione, ma non ebbi il coraggio di dirglielo. Non dopo tutto quello che mi aveva fatto passare, non dopo le offese gratuite quando si arrabbiava, le liti con mia madre, i pianti isterici, non dopo le botte e i miei silenzi. Mi ero fatta rubare gli anni migliori pensando di poter gestire una relazione simile che con l’amore non aveva proprio nulla a che fare, avevo creduto di scampare ai problemi non raccontando niente nemmeno ai miei e invece avevo reso tutto più difficile, ero un cumulo d’ossa e pezzi di cuore infranto. Ripensandoci posso incolparmi di qualcosa? posso incolparmi d’essermi aggrappata all’unica via d’uscita che vedevo in quel momento? no, non credo. Alex era diventato la mia luce fuori dal tunnel…adoravo il suo modo di camminare, di prendermi la testa e stropicciarmi i capelli, la sua parlata lenta e soffusa. Adoravo le sue carezze e mi divertivo a prendergli il mento per tirare la barba incolta. Lui era bello, non si può dire il contrario…era alto, moro, con un paio d’occhi da far venire voglia di entrarci dentro. Adoravo tutto di lui e non me ne sarei pentita mai.

Quel famoso lunedì ci eravamo dati appuntamento al parco dove avevamo trascorso il nostro primo giorno insieme. Alex aveva la macchina e non era difficile per lui raggiungere quel luogo anche se non abitavamo nello stesso paese. Lo vidi arrivare che avevo già steso il plaid in un punto strategico: non tutto sole ma neanche tutta ombra, e mi guardavo intorno provando a capire se ci fosse qualcuno con la bocca troppo larga. é impossibile per me, anche adesso a distanza di tempo, descrivere quello che provavo quando i miei occhi si posavano sui suoi. Il mio cuore sembrava prendere il volo ogni volta che lui mi siedeva vicino e mi prendeva le mani tra le sue, ogni volta che mi sorrideva sentivo le farfalle nello stomaco e non mi interessava fare nient’altro se non togliere dal suo volto gli occhiali da sole e guardarlo. Lo guardavo come si guarda il mare dopo un lungo inverno: ammirata, persa, libera. “mi sei mancata” mi diceva quando il suo lavoro o i miei compiti ci tenevano lontani qualche giorno…”mi sei mancata” era un’affermazione, lui era sicuro di se e non mi poneva mai la domanda al contrario. Mi era mancato e lo sapeva, lo sapeva che la mia vita se lui non c’era mi stava stretta.

Respiravamo vicini, sdraiati l’uno accanto all’altro, quando a un certo punto Alex si alzò sui gomiti e strappò dall’erba un soffione. Uno di quei fiori, anche se un fiore vero e proprio non è, bianco e rotondo che assomiglia a una palla super morbida. Si mise seduto e invitò anche me a farlo così da ritrovarci l’una di fronte all’altro. Allungò la sua mano verso la mia bocca e mi disse “esprimi un desiderio, poi soffia”. Non so per quale motivo questo accada, non sono al corrente di una spiegazione per la quale i soffioni sono considerati portatori di certi poteri magici. Fin da quando ero bambina mi divertivo a raccoglierli e a soffiarci sopra con tutto il fiato che avevo perchè ero convinta che più forte soffiavo, prima il desiderio si sarebbe avverato. Ovviamente così non era, ma la fantasia dei bambini non la si può certo smontare con la banale realtà… Alex mi guardava dritto negli occhi mentre io esitavo, stavo scegliendo accuratamente quale desiderio esprimere, anche se da un po’ di tempo era sempre lo stesso. Ogni stella cadente, ogni scia d’aereo, ogni fottuto soffione racchiudeva quella preghiera silenziosa. Chiusi gli occhi e soffiai forte. Nella sua mano rimase solo il gambo, sul mio viso scese una lacrima amara.

Le giornate trascorrevano sempre troppo veloce e troppo in fretta arrivava la sera. Era primavera e il sole che tramontava lasciava ancora quell’aria fredda di una mezza stagione. Così appena i raggi smettevano di illuminare la collina, Alex mi aiutava a ripiegare il plaid così che entrasse nella mia borsa senza dare troppo nell’occhio e mi riaccompagnava a casa. Abito in campagna e ad un certo punto la strada ristringe e non c’è posto per fare manovra, quindi lui era solito lasciarmi al piccolo spiazzo circa centro metri più indietro, non potevamo permetterci sguardi indiscreti e non potevo certo rischiare che i miei ci vedessero.

“allora…ciao” gli dissi aprendo lo sportello della sua auto.

“ciao” rispose lui mordendosi le labbra carnose.

Ma prima che potessi incamminarmi verso casa, prima che potessi richiudere lo sportello, prima ancora che avessi messo un piede fuori dalla macchina, lui mi prese per un braccio e mi tirò verso di se. Il mio corpo si mosse come fossi di marmo, in un solo blocco, mi ritrovai con le spalle sul suo petto. Successe tutto in un secondo, di scatto voltai la testa per guardarlo e lui mi baciò.

tumblr_n073c7pqFb1sgwvw2o1_500

[continua…]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...