PEZZI DI STORIA: ALEX (PARTE TRE)

 

Il primo bacio non si scorda mai.

Ne avevo dati tanti di baci nei miei primi diciassette anni di vita e, ripeto, il primo non si scorda mai.

Avevo circa tredici anni quando successe. Avevo conosciuto questo tizio durante la seconda media, lui era di un anno più grande ed essendo stato bocciato era finito nella mia classe. Era difficile bocciare alle medie a quei tempi e il fatto che lui fosse ripetente significava che non era proprio il classico “bravo ragazzo” e forse era stato proprio questo ad attrarmi. Non sono mai stata la classica “brava ragazza” neanch’io nonostante facessi in modo di sembrarlo sempre, quindi in poco tempo riscontrammo un certo feeling, se feeling si può chiamare quello che senti a quell’età.

Una sera ci trovammo davanti al cinema per guardare un film con degli amici, eravamo un bel gruppetto e c’era sempre qualcuno a cui il film deciso a maggioranza non piaceva ma lo guardava lo stesso. Costavano 5 euro i biglietti allora, potevi anche fare un sacrificio e passare un paio d’ore in compagnia. La pellicola si rivelò peggiore del previsto per cui decisi di uscire a prendere una boccata d’aria durante l’intervallo. Presi il mio bicchiere con la coca cola, quello con le caramelle gommose e mi diressi verso la porta sopra la quale era ben visibile la targhetta con l’omino illuminato che correva. Attraversai la tenda polverosa e pesante e una volta fuori mi sedetti su un gradino a fumare una delle mie prime sigarette. In meno di un attimo mi ritrovai accanto il mio amico esuberante che si era accomodato accanto a me. Mi disse che anche a lui quel film non piaceva e che forse saremmo potuti scappare insieme in piazza a prenderci una brioche alla crema piuttosto che rientrare dentro a rompersi le scatole. Mezz’ora dopo avevamo fatto nostra una panchina e ci fermammo solo quando lui iniziò ad appoggiare le mani in punti poco opportuni del mio corpo. Tornai a casa emozionata, era stato il mio primo vero bacio, non uno dei soliti baci “a stampo”, come amavamo chiamarli noi.

Fisicamente ho catalogato quell’episodio come “primo bacio”, emotivamente nessuno aveva mai eguagliato l’emozione di baciare Alex.

Ho impresso nella mente quel momento come una vecchia foto ricordo. Lui che mi prende per un braccio, lui che mi tira verso di se, lui che appoggia le sue labbra sulle mie…tutti scatti di un’unica fotocamera che si susseguono come frammenti di un film. Il mio cuore accelerava, credevo di sentire 120 battiti al minuto, sempre se di minuti si trattava. Successe tutto così velocemente che mi sembrarono millesimi di attimi.

Da quel momento tutto tra di noi prese una piega diversa. Il nostro rapporto diventò sempre più forte e ogni volta che ci vedevamo di persona invece di limitarci a parlare per sms mi sembrava che la vita volesse darmi gioie che non mi meritavo. No, non me le meritavo…perché ero troppo fragile, troppo stupida, troppo vigliacca per prendere in mano la situazione e dire al mio ragazzo che non provavo più niente per lui. Era colpa mia se io e Alex dovevamo vederci in segreto, se non potevamo passeggiare mano nella mano come gli altri, se ogni volta che chiudevamo gli occhi per baciarci sentivo subito il bisogno di riaprirli per controllare che non ci fosse nessuno intorno.

Purtroppo quel giorno che avevo tanto temuto potesse arrivare, una volta arrivò e si portò dietro tutto l’uragano possibile e immaginabile. Sapevo che sarebbe accaduto prima o poi, sapevo che Alex avrebbe fatto domande e sapevo che i nostri cuori diventavano troppo pesanti quando dovevamo lasciarci per non sapere quando ci saremmo rivisti.

Alex era sempre stato comprensivo con me, non mi aveva mai messo fretta, non si era mai lamentato di niente e in quattro mesi di relazione clandestina c’eravamo solo goduti il nostro meglio, senza pensare ad altro. Ma ormai il momento era arrivato, non potevamo più continuare in quel modo e ne eravamo consapevoli entrambi…un’intera estate era trascorsa e le prime giornate d’autunno portavano con se l’amarezza di un inverno alle porte. Ci sarebbe stata la pioggia, il vento gelido avrebbe reso impossibile vedersi all’aria aperta e dentro i locali era troppo pericoloso andare. Forse sarebbe caduta anche la neve e avrebbe bloccato le strade, come avremmo potuto stare lontani? Come potevamo continuare ad evitare di far sapere in giro del nostro amore? Ma la paura era tanta, troppa, e quando Alex iniziò il discorso mentre io studiavo con un libro sulle ginocchia e lui continuava a intrecciarmi i lunghi capelli, il cuore non potè fare a meno di salirmi fino in gola.

Ero stanca e non lo negavo. Ogni sera prima di andare a dormire controllavo sul cellulare di aver cancellato tutti i suoi messaggi, le sue chiamate, ogni sua traccia spariva. Quando capitava che i miei abiti si inzuppavano del suo odore non esitavo a metterli in lavatrice anche se erano puliti e correvo a farmi la doccia se sapevo che dopo cena sarei dovuta andare a casa di Loris.

Si, perché ormai quello che doveva essere il protagonista della mia relazione era passato in secondo piano, era l’amante, l’ostacolo che non mi permetteva, ancora una volta, di raggiungere un livello accettabile di stabilità emotiva.

La lite che si scatenò tra me e Alex in quello che sembrava un giorno qualunque andò a ledere ancora di più quel minimo di pace interiore che ero riuscita a conquistarmi e, una volta a casa quella sera, vomitai tutto il mio malessere nel lavandino.

Continuavano a tornarmi in mente le sue frasi, il suo tono di voce che si alzava e tutte le ragioni del mondo che aveva. Ma lui non sapeva, non poteva sapere cosa mi sarebbe aspettato. Cosa potevo fare? Andavo da Loris e gli dicevo “ehi, senti, ho un amante da cinque mesi. Ti saluto”. Certo, l’inferno sarebbe stato ghiaccio in confronto alla reazione che avrebbe avuto. Ero in trappola, ero prigioniera di me stessa e dei miei respiri troppo corti. Prigioniera di due occhi che mi vedevano come una conquista, un trofeo, un oggetto.

Non sentii più Alex per giorni dopo quella discussione e iniziai a pensare che forse sarebbe stato meglio così per entrambi e anche se in fondo sapevo che non era vero, mi convinsi di non cercarlo, di lasciarlo andare. Ma non ci fu neanche il tempo di mettere il punto dopo la parola “fine”, che un altro finimondo sarebbe scoppiato e avrebbe sconvolto la mia vita, per sempre.

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[continua…]

Riflessioni: relazioni pericolose, d’amore si muore.

D’amore si muore eccome, chi dice il contrario non ha mai provato ad amare senza esser ricambiato. D’amore si muore quando incontri un paio d’occhi grandi e in quegli occhi marroni tu ci vedi il cielo, ma in realtà gli occhi color del cielo ce li hai tu e lui ci vede solo fango.

D’amore si muore quando ti distrugge e tu neanche te ne accorgi, quando pensi d’esser forte e invece lui rimane sempre più forte di te.

Succede una volta, poi due, poi tre…poi una volta al giorno, poi la situazione è insostenibile ma ormai ci sei dentro. Ti chiedi cosa puoi aver fatto di male, cosa è stato a non andare per il verso giusto, poi arriva il momento che non c’è neanche più un motivo, succede e basta.

Ti dai la colpa, vorresti uscirne, si chiude lo stomaco ogni volta che le chiavi di casa entrano nella toppa. Lui sta arrivando e tu corri in bagno a infilarti due dita in gola per cercare di liberarti da tutto quel casino che hai dentro. Il respiro accelera e il tuo corpo è in preda agli spasmi, gli occhi lacrimano e le labbra sono viola. Alzi la testa, ti guardi allo specchio ed è tutto come prima, ma tu ti senti meglio.

Chi ti ama veramente non ti picchia, non ne sarebbe capace. E non si parla di uno schiaffo ogni tanto, di uno spintone o un paio di capelli strappati. Qui si parla di lividi, sangue e dolori di continuo. E mentre tu continui a ripeterti “stavolta è l’ultima” e stai quasi per fare le valigie e andartene, lui arriva con un mazzo di fiori. Quanti fiori servono per guarire le tue ferite? Quante scuse dovrà farti ancora prima di capire che non è dispiaciuto affatto?

E arranchi, inventi scuse, le bugie che hai detto agli altri per giustificare tutto quel male non le conti neanche più. Ogni tanto vorresti dire la verità, vorresti dirlo che non è l’ennesima caduta dalle scale, che è lui la causa di tutto quel dolore…ma poi chiudi gli occhi e dietro le palpebre, mentre salgono lacrime, rivedi il suo sguardo e quegli occhi serrati.  Potrebbe avere ripercussioni ancora peggiori, potrebbe prendere di mira la mia famiglia, se solo lo denunciassi non si sa quale sarebbe la sua reazione! Sono pensieri comuni e comune è anche pensare “ma come? Nessuno si accorge di niente?”. Forse qualcuno se ne accorge e te lo dice, ma tu continui a ripetere che prima o poi le cose cambieranno…e ci speri sempre che qualcuno faccia qualcosa per te, ci speri che arrivi il tuo angelo custode e ti dica, abbracciandoti, che adesso c’è lui a proteggerti. Ma questo non accade mai e mentre pensi e ripensi a come fare per aiutarti, continui a morire dentro.

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