PEZZI DI STORIA: ALEX (QUARTA PARTE)

In quei giorni c’era in ballo una festa da urlo. Non era una delle classiche feste da ragazzetti al circolino dove la musica è bassa e stacca a mezzanotte, quella era una vera festa e Sara era una delle organizzatrici. Si era messa insieme a un altro dopo che l’amico di Alex le aveva fatto capire le sue intenzioni poco serie e forse anche per questo lei era stata così gelosa quando le avevo raccontato del mio rapporto con Alex. Ma poi tutto era stato chiarito, lei non mi avrebbe persa per questo, e la nostra amicizia non ne avrebbe certo risentito. Questo altro di cui parlo era più grande di noi di un paio d’anni e faceva il PR in una discoteca in città, una di quelle discoteche grandi con più sale che a noi a quei tempi sembravano ancora inarrivabili ed estremamente fighe. Grazie a questo tipo era stato possibile affittare uno stanzone in mezzo al nulla, metterci dentro un DJ con una consolle e ballare finchè le gambe tenevano. O almeno così avrebbe dovuto essere…avevo pensato a questa festa come un motivo di svago, di puro divertimento che annebbiava la mente e uccideva qualsiasi pensiero. Poteva essere così, se solo Loris non si fosse messo di mezzo. Quando glie ne parlai avevo cercato di essere il più risoluta possibile così che non potesse impedirmi di andare come faceva sempre mettendo paletti e minacciando litigate furiose se avessi pensato di non ascoltarlo, ma anche quella volta qualcosa andò storto e abbassai la testa al suo ennesimo “no”. Una volta riattaccato il telefono però ero talmente arrabbiata che le guance e il collo erano diventati rosso fuoco, battevo i pugni sul letto facendo rimbombare le molle del materasso e stringevo così forte da rischiare di infilare le unghie dentro ai palmi. Basta, non ne potevo più di lui e delle sue regole. Per la prima volta in due anni presi la decisione di fare di testa mia, per la prima volta in due anni (a mio rischio e pericolo) disubbidivo.

Tenni muto il mio piano fino alla sera della festa e quando quella sera arrivò mi misi d’accordo con Sara per andare a dormire da lei quella notte. Già dal pomeriggio avevo le mani sudate, respiravo a fatica, sentivo come un masso premere sul mio petto che impediva al torace di espandersi. Ero agitata, visibilmente spaventata, ma convinta di voler andare fino in fondo.

Preparai la borsa e mi diressi a casa di Sara di buon ora, avremmo mangiato insieme una pizza e poi ci saremmo preparate per l’evento. Si prevedeva un ballo in maschera, trucco e parrucco richiedevano più tempo del previsto.

Mentre ero intenta a mettermi il mascara davanti allo specchio con una di quelle espressioni buffe e concentrate, il mio telefono squillò: sullo schermo la scritta lampeggiante indicava il nome di Loris. Per un attimo andai nel panico. Cosa stavo facendo? Avevo paura, volevo tornare a casa. Avrei voluto spogliarmi, lavarmi la faccia, infilarmi sotto le coperte e fare finta che niente di tutto ciò fosse accaduto. Ma poi? Sarebbe stata sempre la solita vita e io non volevo più sentirmi un delfino in una boccia per pesci rossi.

Quando Sara vide la mia esitazione nel rispondere mi incoraggiò a premere il tasto verde e dopo un attimo dall’altra parte della cornetta sentii la sua voce.

“dove sei?”

“da Sara”

“e cosa ci fai da Sara?”

“sono…a dormire da lei stanotte”

“quando me l’hai detto?”

“mi è passato di mente”

Sara nel frattempo mi stringeva la mano libera talmente forte da bloccarmi quasi la circolazione del sangue. Era come se il tempo si fosse fermato, come se ogni parola avesse un peso e le mie parevano pesare chili e chili. Uscivano dalla bocca come tir da una galleria troppo stretta, le labbra si schiudevano appena per paura di dire qualcosa di sbagliato.

“lo so che c’è quella festa stasera, non starete andando lì, vero?”

A quel punto il mio cuore si fermò del tutto e per un secondo pensai di svenire.

“No” risposi cercando di mantenere la calma mentre Sara scuoteva la testa da destra verso sinistra e viceversa.

“tu lo sai vero che non puoi andare a quella festa?”

Sospettava qualcosa, ma ormai era fatta, non potevo tornare indietro.

“certo, stiamo in casa a guardare un film”

“ti richiamerò”.

E senza dire nient’altro riattaccò. Finalmente potevamo lasciar andare l’aria trattenuta fino a quel momento, un sospiro di sollievo era d’obbligo.

Passato un primo momento di sconvolgimento continuammo a prepararci e, pur sapendo che il casco avrebbe rovinato i capelli, pur sapendo che le calze color carne non si mettono quindi le gambe erano nude, pur sapendo che era Ottobre e che quindi non era esattamente un caldo afoso, prendemmo il motorino e ci dirigemmo verso la festa. Halloween aveva inizio.

Halloween è conosciuta come la notte delle streghe, del dolcetto o scherzetto, della paura, lo sanno tutti. Io quella sera me la sentivo addosso più degli altri, mentre eravamo in fila per entrare nel garage e accaparrarci il nostro braccialetto fluorescente continuavo a guardarmi intorno e il pensiero era fisso sul cellulare, se avesse squillato e sullo schermo fosse comparso il nome di Loris sarei andata nel panico.

All’interno dello stanzone allestito di tutto punto c’era un Dj davvero notevole che aveva coinvolto tutti e riusciva a far rimanere la maggior parte della gente nel centro a ballare e a scatenarsi, poi c’era chi beveva cocktail casarecci improvvisati, chi fumava non solo semplici sigarette, c’era pure chi non si curava di niente e nessuno e si baciava mezzo nudo sulla porta del bagno, ovviamente fare pipì era impossibile.

L’atmosfera era divertente ma l’odore si stava facendo irrespirabile dentro a quelle quattro mura di cemento così decisi di andare a procurarmi un altro drink per poi uscire a prendere una boccata d’aria. Stavo per avvertire Sara delle mie intenzioni quando sentii vibrare il telefono dentro la piccola tasca sul seno prevista dal mio classico costume da strega.

Mi precipitai ad appoggiare una mano sul petto e quando fui sicura che quella vibrazione era davvero il mio cellulare e non era data dalle enormi casse con la musica a tutto volume, lo estrassi per rispondere. Il nome che apparve lampeggiando portò via ogni sorta di ansia e, facendo segno a Sara di seguirmi portandosi dietro anche i bicchieri pieni di qualsiasi schifo potessero contenere, mi diressi verso l’uscita.

“Ciao”

“ciao a te” la voce di Alex inondò le mie orecchie e un brivido mi percorse la schiena.

“come stai?”

“bene, volevo sapere cosa stai facendo…ma prima, tu come stai?”

“bhè, sto bene anche io!” <<molto meglio>>, avrei detto, dopo aver sentito le sue parole “sono ad una festa” continuai.

“che tipo di festa?”

“una festa…in maschera!” scoppiai a ridere insieme a Sara che nel frattempo aveva sistemato i cocktail su un tavolo da giardino improvvisato. Ci sedemmo su sue sedie fatte di pancali di legno e brindammo alla nostra.

“cosa ne pensi se ti raggiungo?”

La mia riposta è scontata, prima di riattaccare il telefono mi disse “mezz’ora e sono da te”.

Come potevo resistere? Non potevo. L’ultima volta ci eravamo lasciati in silenzio, tristi, condannati. Mi era mancato anche se non volevo ammetterlo a me stessa e quella poteva essere l’occasione buona per dirglielo.

La strada era buia così come il pezzo di campo nel quale io e Sara ci eravamo accampate a bere in santa pace. La musica troppo alta ci aveva stancate e poi a un certo punto di una serata alcolica è sempre bene prendere aria altrimenti nessuna delle due sarebbe stata in grado di guidare il motorino per tornare a casa. Iniziammo un discorso poco sensato, ridevamo facendo gesti con le mani troppo ampli e ad un certo punto Sara si alzò dalla sedia per imitare una famosa cantante mentre ballava muovendo il bacino nel video del suo pezzo che sarebbe presto diventato un tormentone.

Non so quanto tempo fosse trascorso dalla fine della mia telefonata con Alex, fatto sta che in lontananza vidi arrivare i fari di un’auto, più si avvicinava più io e Sara strizzavamo gli occhi già spaesati per colpa dell’alcool. Le luci erano accecanti, ma non ci misi molto a capire che quella non era la macchina che aspettavo. D’un tratto sgranai gli occhi e sentii i denti battere, ma non per il freddo…le pupille si dilatarono, il cuore iniziò la sua maratona di battiti e pensai di sentire le gambe cedere quando dallo sportello del guidatore a scendere fu Loris.

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[continua…]

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