PEZZI DI STORIA: ALEX (Ricominciare a vivere)

 

La macchina fotografica è uno strumento che mi ha sempre affascinata. Ovviamente non per la forma o i materiali di cui è solitamente composta, ma per lo straordinario potere che ha di immortalare i momenti di vita vissuta e non lasciarli andare mai più. Quando ero piccola me ne avevano regalata una usa e getta, di quelle col rullino che poi porti a sviluppare dal fotografo…adoravo quella macchinetta, adoravo usarla ogni volta che potevo e ogni volta qualcosa attirasse la mia attenzione finiva subito lì dentro: paesaggi, animali, parenti, la mia stessa faccia con mille espressioni buffe continuava a comparire nelle buste delle fotografie pronte. Adesso che esistono le macchine digitali c’è molta più libertà nello scegliere i soggetti, nello scattare a random senza un vero obiettivo, nello “sprecare” clic e forse questo ci rende più spensierati e meno taccagni quando andiamo a scattare, ci permette di non fare economia e di sbizzarrirci come ci pare. Nonostante questo però, c’è chi ancora si sofferma sui dettagli e ci pensa bene prima di premere quel tasto. C’è chi ha una passione, una di quelle passioni che se non la scarichi in qualche modo ti logora dentro e quindi trovi sempre un po’ di tempo libero per soddisfare le tue voglie. Una di queste persone era Alex. Non c’era un giorno che fosse uno che non portasse con se la sua fedele amica e che non la mettesse a disposizione pronta all’uso. Ci teneva tantissimo e la trattava come una figlia, tanto che a volte avevo quasi timore a toccarla…Ogni qualvolta ce ne fosse stata l’occasione lui metteva a fuoco, sorrideva e durante lo scatto si poteva sentire il classico rumore di una foto andata a buon fine. Ne avevamo mille insieme e continuavamo a riguardarle per poi crearne sempre di nuove, senza saperlo stavamo creando il nostro album. Le fotografie sono un po’ come i libri, devi leggerle con attenzione per capirne il significato.

Ciò che successe dopo che i mie occhi incontrarono quelli di Loris quella dannata sera infatti, è racchiuso nella mia mente come una serie di fotografie poco chiare, di quelle che ci metti il dito davanti mentre scatti oppure quelle fatte in mezzo alla nebbia e non vedi niente.

Ricordo che, dopo un primo attimo di panico, vidi Loris avanzare verso di me. A quel punto non so cosa mi successe…non so se è stata colpa dei drink, di quei due o tre spinelli, del pensiero di volermi liberare di lui una volta per tutte, ma mi feci coraggio. Mi sentivo un leone mentre anch’io a mia volta camminavo verso di lui trattenendo il respiro e una volta arrivati l’uno di fronte all’altra rimasi in silenzio, pronta al contrattacco.

“ti avevo avvertita” mi disse stringendo le arcate dentali e piegando la testa di lato come era solito fare quando era arrabbiato.

“non mi interessa. Io ti lascio”.

Non l’avessi mai detto…Si disinteressò completamente di Sara, degli altri ragazzi che erano scesi nel piazzale a fumare, di chiunque altro lo stesse guardando e poi, ovviamente, si disinteressò anche di me e sferrò il suo primo schiaffo. Di solito faceva male, avevo già provato quel dolore, ma quella sera faceva più male del solito. Mi stava umiliando, mi stava deridendo, stava reclamando ancora una volta il potere che aveva su di me e ancora una volta mi stava silenziosamente sussurrando “sei mia e di nessun’altro”.

Mi strattonò, mi spinse, mi afferrò per un polso e continuava a tirarmi verso la maniglia dell’auto per spingermi sempre più verso lo sportello posteriore. Dovevo resistere, non potevo salire, non potevo permettermelo…il mio corpo non avrebbe retto, la mia psiche era esausta.

Alla fine Loris, che era ovviamente più forte di me, riuscì a portarmi davanti allo sportello e lo aprì per spingermi dentro, fu in quel momento che alzai un gomito e lo colpii sul costato ottenendo un gemito di dolore, ma non fu abbastanza. Tra le urla di Sara che chiedeva aiuto invano mentre tutti erano rientrati dentro allo stanzone non curanti di cosa stesse succedendo, Loris prese tra le mani la mia testa e senza pensarci due volte la sbatté con forza sulla carrozzeria dell’auto facendomi cadere a terra.

Da lì in poi solo una luce bianca, delle urla che non erano le mie, e il buio.

Quando ripresi finalmente conoscenza stavo viaggiando. Ero distesa sul sedile posteriore di un’auto che profumava di cannella e fuori era ormai notte fonda, dal finestrino vedevo scorrere veloci e illuminati file e file di lampioni. La testa mi faceva male e continuava a martellarmi dentro un dolore tale da non riuscire nemmeno a tenere gli occhi aperti, provai ad alzare una mano per toccarla e sentii per mia fortuna che i capelli non erano inzuppati di sangue. Al posto di guida un angelo, il mio angelo.

Una volta arrivati, Alex scese dalla macchina e andò ad aprire una grande porta argentata, sembrava quella di un garage. Tornò indietro e mi prese tra le braccia poi, una volta dentro, mi adagiò su qualcosa di morbido e comodo. Dopo aver richiuso la porta alle sue spalle, accese una lampada a parete e capii immediatamente che non si trattava affatto di un garage…forse lo era stato in passato, adesso era una piccola taverna. Mi guardai intorno distratta: il caminetto che avevo di fronte era circondato da pietre che lo incorniciavano, sulle pareti color albicocca c’erano appesi dei quadri e delle fotografie di bambini felici, sul piano della piccola cucina in legno Alex era intento a preparare una moka per due.

“ti va un caffè?” mi chiese gentile.

“sono le quattro”

Ma lui ormai aveva già acceso i fornelli, quella domanda era una delle tante superflue che ogni tanto gli piaceva porre.

“in realtà” continuai tastandomi addosso in cerca del mio telefonino “vorrei solo che tu venissi qui accanto a me”.

Si sedette sul divano con in mano le due tazzine e me ne porse una poi si alzò di nuovo per aprire la tasca del suo giubbotto e tirar fuori il mio cellulare.

“devo chiamare Sara” esordii provando ad alzarmi in piedi, ma qualcosa cedette e mi costrinse a rimettermi seduta.

“ho già provveduto a mandarle un messaggio” mi informò Alex mentre mi prendeva la tazzina vuota dalle mani e si accingeva ad appoggiarla sul marmo del lavandino “sta bene, dice che inventerà una scusa a sua madre per giustificare la tua assenza domani mattina”.

Io poi avrei dovuto trovare una scusa plausibile per la mia di madre, ma in quel momento non mi importava.

“ho paura Alex” gli confidai lasciandomi andare all’emozione.

“non devi averne. Non può più farti del male ora”

“si che può, io so che ne sarebbe capace! Sa dove abito, potrebbe venire a cercarmi a casa…potrebbe andare a cercare Sara per vendicarsi o peggio, potrebbe cercare te!” Parlavo tra i singhiozzi e le lacrime che sgorgavano dai miei due occhi stanchi quasi impedivano di far capire cosa stessi dicendo. Ero esausta, la testa mi scoppiava e quel pianto ininterrotto certo non migliorava la situazione. È stato a quel punto che Alex mi strinse a se più di quanto stava già facendo, mi passò le mani sulle guance e poi su tutto il volto come una sorta di veloci carezze che portavano via tutto il bagnato. Ruotò il suo corpo verso di me, mi prese la testa tra le dita ed appoggiò la sua fronte contro la mia strusciando il naso contro il mio mento e sussurrandomi “basta” per farmi smettere di piangere. Non disse nient’altro ma io capii, il mio incubo era finito…non c’era più bisogno di nascondersi adesso, avrei potuto stringerlo, avrei potuto prendergli le mani, avremmo potuto incontrarci in un bar e saremmo potuti uscire insieme per prendere un gelato, per giocare a bowling, per fare qualsiasi cosa avremmo voluto fare.

Non dovevo più temere il buio finchè avrei avuto accanto la mia luce e mentre lui mi spogliava da quella maschera lasciando il mio corpo nudo e fragile sotto il suo sguardo, mi baciava sopra i lividi.

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 [fine]

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8 thoughts on “PEZZI DI STORIA: ALEX (Ricominciare a vivere)

    1. Ti ringrazio per i complimenti, scrivere è una delle cose che amo più nella vita ed è stata anche una delle prime cose a salvarmi…Spero che molte donne o ragazze prendano spunto dalla mia storia e da questo mio vissuto che ho voluto mettere nero su bianco proprio per lanciare un messaggio, chiedere di non stare in silenzio, denunciare sempre, farsi forza ed alzarsi! Perchè le prime persone che ci salvano, anche se non lo sappiamo, siamo proprio noi stessi…

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    1. Mi commuovi anche tu, sei troppo buona… Apprezzo tanto che questa storia ti sia piaciuta, purtroppo rispecchia una brutta realtà del passato, anche se la realtà in effetti era anche peggio… L’ho interrotta su wattpad quando mi sono resa conto che era tutto un mangia mangia e che probabilmente, chi avrebbe potuto apprezzarla non sarebbe capitato lì neanche per sbaglio 😊

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      1. Sono sincera, mi hai colpito… hai fatto bene a interromperla su wattpad: perché faccia strada su quel sito devi farla diventare una storia di finzione, mascherare un po’ la verità. Ma tu non sei fatta così, giusto?

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