Il nido delle coccinelle: Qualcosa di noi

Amicizia non sembra una parola strana, pesante o di particolare significato ma forse, in alcuni casi, lo è…credo che ognuno di noi prima o poi nell’arco della sua esistenza abbia vissuto una storia simile a quella che sto per raccontarvi, protagonista della quale è ovviamente un’amica. Non so dire se quel che ho scritto rappresenti pienamente la realtà…sicuramente ho tralasciato qualcosa del vero accaduto e alcuni tratti della vicenda sono stati reinterpretati dal mio modo di averla vissuta…quello che so è che tutti abbiamo o abbiamo avuto un’amicizia importante, talmente importante da esserci rimasta nel cuore nonostante la vita abbia voluto farla inciampare più volte, ne abbia raccolto i pezzi per rimetterli insieme, magari abbia un po’ scombussolato gli equilibri e in certi casi l’abbia anche portata a finire…La mia amicizia del cuore si chiama Desy, e questa è (più o meno) la nostra storia:

 

 Qualcosa di noi

 

Mi preparavo per uscire in una fredda mattinata d’inverno dove la scuola mi aspettava come in un qualsiasi altro giorno dell’anno.

L’unica cosa che mi consolava quando la voglia della solita routine scarseggiava, era la speranza che le ore passassero svelte e che le vacanze, soprattutto quelle invernali, arrivassero in fretta, molto più in fretta di quanto la neve cadeva lenta e si scioglieva piano piano sul davanzale della mia finestra. Mi affacciavo spesso e ogni volta vedevo il vetro appannato su cui amavo scrivere lasciando innumerevoli ditate per cui sapevo che mia madre si sarebbe molto arrabbiata.

Le 7.30 erano già passate da un po’ ed ero sempre più in ritardo, aprii l’armadio per mettermi in dosso la prima cosa che trovavo e scesi veloce le scale senza neanche un filo di trucco sul volto che ormai aveva perso quasi tutta l’abbronzatura dell’estate passata. Il caffè bolliva nella moka e sapevo che mi sarei scottata nel berlo troppo velocemente quindi passai oltre e uscii di casa addentrandomi nella neve già abbastanza alta per lasciare le orme nere e fonde degli scarponcini.

Non ero felice quel giorno, ma nemmeno triste, cercavo di correre come meglio potevo perché sapevo che dopo 500 metri scarsi c’era lei alla fermata dell’autobus, tutta infreddolita e con le sue gotine rosse che mi aspettava e mi rimproverava per i miei soliti ritardi.

Lei, Desy, la mia migliore amica. Si può chiamare davvero Amica con la a maiuscola lei, di quelle che le trovi all’asilo nido e non le lasci più.

Non ricordo la prima volta che la vidi, ero troppo piccola, ma ricordo la prima frase che mi disse: <<giochiamo insieme?>>.

Semplice, pronunciata con la vocina sottile di  una bambina di appena 3 anni, mora, con gli occhi scuri come l’oceano e quel rossore sulle guance che dopo 18 anni la accompagna ancora. Ero una bambina anch’io, solo un po’ più cicciotta, e come avrebbe fatto qualsiasi altra bambina risposi <<si>>, con la voce impastata di chi non pronuncia ancora bene tutte le parole.

Non lo sapevamo ma da quel momento io e lei siamo diventate noi.

Come previsto mi affacciai appena in tempo per vedere il veicolo arancione che incombeva da dietro la curva, la lotta per i posti ormai l’avevo persa quindi salii col fiatone e i capelli tutti scompigliati e mi andai a sedere vicino a lei con la testa bassa, lei col viso imbronciato.

<<possibile che non riesci mai a svegliarti in tempo per riuscire a fumare una sigaretta prima che passi l’autobus?>> io zitta, il labbrino pendulo.

<<ok dai, la fumiamo quando arriviamo a scuola!>> sorrise, il peggio era passato.

Sapevo del suo carattere un po’ “tumiturbi” ma infondo non era cattiva ne egoista, anche se agli occhi altrui poteva benissimo sembrare la classica stronza solo chi la conosceva bene come me poteva capire quell’animo buono.

<<buongiorno anche a te Desy!>> dissi in tono scherzoso, <<oggi c’è compito di storia, non ho fatto nemmeno in tempo a ripassare ieri, sono stata tutto il giorno a cercare di convincere mia madre su tu sai cosa!>>

“tu sai cosa” merita una spiegazione: ultimo anno di scuola, ultimo anno di cazzate e divertimento prima della famosa maturità che tutti sperano di superare ma che nessuno acquisisce nel vero senso della parola, noi eravamo due che proprio di maturità non ne volevamo sentir parlare, infatti quella frase che può nascondere migliaia di significati stava a indicare una sola parola: piercing!

Già, avevamo deciso che se fossimo state promosse saremmo andate a fare la cinquantesima cosa speciale insieme, speciale perché farsi un piercing sulla lingua non è mica da tutti!

<<bhè e allora che ha detto?>>

scuotevo la testa <<la solita cosa: “vedremo”>> sbuffavo e mi preoccupavo, non del piercing, del 3 che avrei preso a storia…

Sempre la solita classe, in prima eravamo ventinove, adesso siamo in dodici, una bella cernita per una scuola con la nomea di nullafacenza totale. Non lo nego, a volte la nullafacenza c’era eccome, il prof di diritto per esempio era una specie di avvocato fallito che non sapeva dove mettere le mani per insegnarci qualcosa che avesse a che fare con la legge, una tragedia a pensare che tra meno di 7 mesi avremmo avuto l’esame di stato, ma in certi momenti questa era la cosa più bella del mondo. Una volta, per esempio, avevamo avuto 3 ore di italiano e dopo essere arrivate alla quarta senza fiato, l’unica cosa che ci consolava era proprio la presenza del nostro semi-avvocato che come ogni volta si mise a leggere il giornale e noi…in giro per la scuola.

Fu quel giorno, quel giovedì di una settimana qualunque, che io e Desy conoscemmo Leo.

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