Il nido delle coccinelle: Piacere, Leo

Non avevo voglia, avrei mille volte preferito stare seduta al mio banco con i piedi sulla sedia di qualche povero compagno, magari senza scarpe, ad ascoltare musica o ancora meglio ad ascoltare tutte le cavolate che la dentro regnavano da sempre, insieme a pettegolezzi, offese e chi più ne ha più ne metta.

C’era qualcuno che durante le ore del dolce-far-niente se ne andava direttamente, cercava di superare il cancello per uscire e tornare quando sarebbe suonata la campanella, qualcuno girellava frescheggiando e svaligiando macchinette di merendine, qualcun altro invece rimaneva in classe perché era il classico secchione che, se proprio non c’era niente da fare, spiaccicava la faccia sui libri e si avvantaggiava per i giorni seguenti.

Io non ero così, detto sinceramente non me ne fregava proprio niente di avvantaggiarmi su compiti che avrei potuto copiare la mattina dopo o su una tesina che mi sarei ridotta ad ultimare poco prima dell’esame, ciò che mi fermava in realtà erano le scale. Mio Dio, cinque rampe di scale da scendere e poi risalire in quella sede che tra un po’ cadeva a pezzi, che palle solo a pensare di doverle fare 4 volte al giorno oppure 6, se c’era l’ora di ginnastica.

Ripeto, non avevo voglia, ma lei aveva su di me un potere che non potevo controllare e, oltretutto, mi dava di “secchioncella scansafatiche” se provavo a proporre di non uscire, almeno una volta. Quando la prof di italiano spiccicò finalmente il sedere da quella sedia che ormai aveva preso la sua forma, Desy  mi trascinò fuori con o contro la mia volontà e nonostante il freddo ci ritrovammo a fumare come turche nel nostro posto segreto. Che poi segreto non era più.

<<non ho detto che non volevo venire, ho detto solo che non avevo voglia di stare a gelarmi le palpebre>> brontolavo mentre il naso diventava sempre più freddo.

<<e ciò è uguale a dire che non volevi venire,! Ma dai, dopo tre ore di quella strega ci voleva un minuto di relax!>>

<<aspetta un attimo!>> dissi interrompendola, <<hai sentito quel rumore?>>

Il nostro posticino ala fumatori era imboscato in un punto morto della scuola, precisamente dietro la siepe sulla sinistra appena oltrepassato il cancelletto che portava alla palestra. Eravamo sicure li, perché sapevamo dove gli altri si riunivano con le loro sigarette e perché per arrivare nel punto di vedetta c’era un muro alto più o meno un metro. Impossibile, avrei detto, ma non improbabile che qualcuno ci scoprisse.

<<quale rumore scusa, quello delle foglie? Sarà il vento…>>

Il cuore mi batteva forte in gola, se un qualsiasi professore o ancora peggio il preside ci avesse visto lì nel bel mezzo della lezione e in più con la sigaretta accesa non si sa che razza di caos sarebbe successo, ma sapevo sicuramente che sarebbe scattata una salatissima multa.

Il rumore intanto continuava.

<<vuoi aguzzare un attimo l’udito? Qualcuno sta salendo, me lo sento!>> provai e riprovai a dare una svegliata a Desy pensando che mi avrebbe aiutata a trovare una scusa plausibile, un alibi, un compromesso o che magari avrebbe escogitato qualcosa per nascondersi in mezzo alla siepe piena di rami (che sarebbero andati a conficcarsi nei nostri occhi) in caso di pericolo, ma lei non voleva ascoltarmi…spensi la sigaretta strusciandone la punta sul muro e lasciando un visibile segno nero carbone ed annusai la mia maglia tirandone su il colletto con entrambe le mani, ero sul punto di dire che sarei andata a vedere chi o cosa fosse a provocare tutto quello scartoccio quando, proprio mentre stavo mettendo giù un piede per infilarlo nell’insenatura e scendere, le foglie della siepe si aprirono come le acque di Mosè e lasciarono intravedere la sagoma di un volto. Non sapevamo che fare, l’unica era provare a scappare, ma dove? Panico.

<<ragazze…scusate non sapevo che ci fosse qualcuno qui!>> la voce tranquilla e giovanile ci rassicurò e vedemmo spuntare dalla marmaglia di verdi foglioline un ragazzo alto quasi il doppio del muretto che, con la faccia compiaciuta, ci guardava e ridacchiava.

<<scusa chi sei? Come hai fatto a trovarci?>> la gentilezza di Desy lasciava un po’ a desiderare

<<e dai Desy, ci si comporta così con gli ospiti?>> riuscii a dire appena dopo aver realizzato che potevo ridare fiato ai polmoni <<Vieni, sali su>> con un balzo riuscì a raggiungerci e si accomodò sull’unico spazietto rimasto vuoto.

<<allora, come hai fatto a scoprire questo posto?>> chiese la mia amica un po’ più carinamente.

<<non lo so, ero qui che giravo per il giardino e ho sentito chiacchierare qualcuno, così ho pensato di vedere da dove provenivano le voci. Ma voi a proposito, che ci fate qui?>>

Non era un rappresentante d’istituto, quello era chiaro, e oltretutto era anche gentile, un gentile fumatore.

<<qui noi veniamo a fumare nelle ore di diritto, non sappiamo mai come passare il tempo. E tu?>> <<più o meno la stessa cosa, ma vengo nelle ore di matematica, questo dimostra quanto la scuola si occupi della qualifica dei nostri professori!>>

<<già…siamo in quinta e non sappiamo nemmeno se arriveremo all’esame con le informazioni necessarie per superarlo…ma poi questa cosa che il preside non vuole farci fare più assemblee non mi piace, dovrebbe essere un nostro diritto no?>> pur di perdere tempo Desy applicherebbe diritti a qualsiasi cosa.

<<giusto,>> rispose il ragazzo senza nome <<comunque penso di avervi già visto, siete all’ultimo piano vero?>>

<<esatto>> risposi <<e dovremmo tornarci prima che suoni la campanella>>.

Scesi dal muretto senza aggiungere altro e aspettai che la mia compagna d’avventure mi seguisse ma dovetti voltarmi parecchie volte indietro prima di vederla uscire dal rogo di foglie perché adesso ero io che dovevo trascinare lei.

<<allora ci vediamo in giro>> disse Desy prima di scendere.

<<certo,>> rispose lui <<comunque piacere, mi chiamo Leo>>.

legge-antifumo

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