Il nido delle coccinelle: Tanti piccoli puntini

Lo stesso giorno ci ritrovammo a casa mia come ogni pomeriggio sperando di riuscire a studiare qualcosa senza ritrovarci a parlare a vanvera di cose futili, ma così, ovviamente non fu.

Desy arrivò puntualissima e negli occhi le vedevo qualcosa di diverso, non era la solita non voglia di stare sui libri, era qualcosa di più. Qualcosa di profondo.

Ci sedemmo al tavolo della cucina, mia madre era a lavoro.

<<dimmi cos’hai prima di iniziare a studiare così ne parliamo tutto in una volta>> le dissi, ma non mi guardava e non emetteva respiro.

<<Desy c’è qualcosa che non va?>> d’un tratto alzò la testa come qualcuno che si è appena svegliato da un sogno quasi reale.

<<parli con me?>>

<<bhè visto che ci sei solo tu qui dentro penso di parlare con te si…>>

<<scusami, oggi sono pensierosa, ho in testa lui e non vuole andarsene>>.

Lui. Questa parola, seppur di tre semplici lettere mi preoccupava un po’, l’ultimo lui che la mia mente riusciva a ricordare era stato all’età di 15 anni e sinceramente non mi faceva molto piacere che il ricordo di quel ragazzo che aveva fatto tanto soffrire la mia migliore amica vagasse libero nei miei pensieri. “basta” mi aveva detto a suo tempo “l’unico ragazzo di cui mi innamorerò d’ora in poi sarà solo quello giusto”. È così in effetti è stato, in discoteca, al pub o in giro per le vie del centro non c’era mai stato un altro che fosse durato più di un’ora, fino a quel momento per lo meno…

<<ti riferisci a quel Leo di stamattina?>> le chiesi tornando alla realtà.

<<già, non so scordare i suoi occhi azzurri, la sua voce, non posso fare niente di sensato perché tutte le idee si affollano su quel volto chiaro e sorridente. Mari, stavolta è davvero una tragedia>>

Non sapevo che dire, mi preoccupavo per lei certo, ma l’unica cosa che speravo non trasparisse dalla mia espressione sicuramente attonita era la profonda gelosia che in quel momento mi inondava il cuore. Eravamo sempre state io e lei, solo noi due e nessun’altro, come due fusti d’edera che percorrevano insieme quella pietrosa arrampicata, il pensiero di una terza persona mi scuoteva l’anima troppo forte.

<<se vuoi andiamo nella casetta e ne parliamo, ti va?>>

La casetta era personale. Era il nostro nido, un punto di ritrovo per i pensieri miei e suoi o solo miei,  era una specie di baracca di legno con tanto di materasso, stufina per l’inverno, una finestra che dava su un enorme prato e soprattutto un portacenere sempre a portata di mano. I miei non sapevano ancora del mio piccolo vizio che ormai mi seguiva da 4 anni, quindi in situazioni di quel genere ci rinchiudevamo li senza rischi di essere colte in fragrante.

<<cosa pensi di fare quando lo vedrai domani a scuola?>> le chiesi con aria troppo calma mentre toglievo un po’ di polvere dal letto improvvisato.

<<non lo so, lo saluto, come fanno le persone normali, tu che faresti?>>

<<dipende>>

<<da cosa?>>

<<da quanto ti interessa e da quanto pretendi da lui>> non ero falsa, volevo davvero cercare di farla tornare in se.

<<tanti piccoli puntini neri>>

<<cosa? Pretendi da lui tanti piccoli puntini neri?>> non capivo il senso.

<<ma no, sciocca! Guarda lassù su quell’angolo, ci sono tanti piccoli puntini neri, cosa potrebbero essere?>>

Alzai la testa e in effetti nell’angolo più nascosto proprio in cima al soffitto c’era un mosaico immobile di puntolini appiccicati uno sopra l’altro.

<<non ne ho idea, saranno ragni?>>

<<ti prego!>> esclamò Desy inorridita <<non dirmi che sono davvero ragni, lo sai che ho il terrore!>>

Mi ricordai in quel momento di un episodio successo molto tempo prima, in giardino alle scuole elementari. Dopo pranzo, soprattutto nella stagione bella tra la primavera e l’estate, le maestre erano solite a portarci fuori a giocare un po’ prima di rientrare in classe. Un giorno io e Desy stavamo sedute sopra lo scivolo, uno di quelli con il tettino di legno fatto a casina con un pianerottolo sul quale si poteva rannicchiarsi e spettegolare. A un certo punto un ragnetto grande quanto un unghia le era passato leggermente accanto scendendo da una tavola di legno, io la avvertii dicendole di voltarsi, non lo avessi mai fatto! Quando vide l’animaletto che le camminava vicino emise un urlo lancinante e inizio a scappare scorrazzando per tutto il giardino e rischiando di cadere dallo scivolo, al che le maestre che fino a quel momento bevevano il loro caffè in tranquillità, ci misero in fila per due e ci riportarono in classe tra bambini che si lamentavano e alcuni che ridevano sguaiatamente. Non so perché ebbe così tanta paura, ma so che quell’episodio lasciò in lei una fobia troppo più incatenata del dovuto. Tuttora non ne vuol sentir parlare ma dico io, come può una persona che vive in campagna soffrire di aracnofobia? Mah…

<<andiamo a vedere cosa sono>> disse dirigendosi verso l’angolino infestato.

<<qualsiasi cosa siano non pensi che non meritino di essere disturbati da te?>>

<<dai aspetta un attimo, queste…queste sono coccinelle, Mari ma ti rendi conto? È un nido di coccinelle!>>

Per fortuna non erano ragni, strano però. Chissà perché un gruppo di coccinelle avrebbe avuto la bizzarra idea di venire a fare il nido proprio nella nostra casetta…

<<è un segno del destino!>> rise Desy <<magari ci porteranno fortuna!>> lo speravo tanto anch’io, anche se credere nella fortuna non era proprio nel mio genere…

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