Il nido delle coccinelle: Appuntamento al buio

 Il giorno dopo era domenica. Nessuno va al lavoro, la gente dorme dopo una serata distruttiva e perfino Dio dopo aver creato il mondo il settimo giorno si riposò, ma questo ovviamente non valeva per me. Ore 11.43, impensabile svegliarsi. Campanello. Nooooooooooooo. Era lei ne ero sicura.

<<Mari svegliati ti prego!>> i suoi occhioni e le sue guance sempre rosee furono la prima cosa che vidi quando riuscii a spiccicare le palpebre. Una bella cosa, ma non di domenica mattina. <<svegliati Mari ti devo dire una cosa importante!>>

<<cosa c’è?>> esclamai piuttosto scocciata.

<<allora, è grave>>

<<ma come la fai lunga Desy, tira corto almeno mi rimetto a letto, a proposito perché non hai chiamato come fai sempre prima di irrompere in casa come una ladra?>>

<<ecco è questo il punto!>> urlava, mi da noia quando ho sonno e le persone urlano.

<<ieri sera ho lasciato il telefono al pub te ne rendi conto, ora come faccio?>>

Devo ammetterlo: era più grave del previsto, dovevo e volevo aiutarla ma la vocina che ognuno di noi ha dentro di se mi diceva tutto il contrario. Alla fine mi alzai, mi preparai alla meglio e uscimmo alla ricerca del cellulare perduto.

<<non lo ritroverai Desy , pensi davvero che sia li ad aspettarti?>>

<<si>> ad ogni domanda, la solita risposta convinta.

Gli autobus non passavano, ovvio, di domenica non tutti gli autisti sono ai comodi di due sbadate rincoglionite, quindi abbiamo dovuto fare tutta la strada a piedi, per lo meno senza tacchi però. Arrivate davanti al pub, certamente chiuso, presi dalla tasca il cellulare che stava vibrando senza suoneria perché ancora non avevo tolto il silenzioso.

<<Desy…>> dissi prima ancora che lei potesse cadere nello sconforto <<…se te sei qui accanto a me, com’è possibile che tu mi stai chiamando?>> sullo schermo piccolo e touch era infatti apparso l’avviso di chiamata con il suo nome, strano ma vero qualcuno in possesso del cellulare perduto mi stava telefonando. Risposi.

<<pronto>>

<<pronto sei Mari?>

<<si, chi è?>>

<<ciao, ieri sera quando siete uscite dal pub è caduto il cellulare alla tua amica così ti ho chiamato per dirtelo>>

<<ah, grazie. Ma chi sei?>> minuto di pausa.

<<sono Leo>> oh no, ancora lui! Desy intanto mi stava appiccicata all’orecchio e appena udito il suo nome mi strappò il cellulare di mano e iniziò a ringraziare e ringraziare per aver salvato il suo amato telefono dalle grinfie di chissà quale male intenzionato. L’unica cosa che riuscii a comprendere comunque è che lui voleva vederla per riportarglielo, ma lei preferiva vedere la strana situazione più come una scusa, una specie di appuntamento al buio.

 

Il giorno dopo la mia squillante amica non sarebbe venuta a scuola e nemmeno il nostro Leo si sarebbe fatto vivo, palese, l’appuntamento era fissato proprio per quel giorno. Ero pensierosa, non sapevo cosa provare o cosa sentire dentro di me, forse rabbia, gelosia, invidia o forse le volevo così tanto bene che avevo solo paura di perderla. Perché infondo è così che va a finire, due si conoscono, si piacciono, si mettono insieme e quando scatta la scintilla tutto il mondo intorno sembra non esistere più. Soprattutto i primi mesi, quando tutto è rose e fiori…le amiche servono quando sei da sola…e tutto quello che ti interessa diventa lui e soltanto lui. Irrequieta, una volta uscita da scuola, decisi di non prendere la solita noiosa strada ma di seguirne un’altra, quella che il cuore mi suggeriva. Attraversai un incrocio familiare e al termine della prima traversa c’era un cantiere con lavori in corso.

<<scusi posso passare?>> si voltò un operaio vestito d’arancio con la faccia nera carbone e gli occhi scuri coperti da un grosso paio d’occhiali.

<no signorina mi dispiace, la strada è chiusa>> e senza aggiungere altro si voltò di nuovo. Gentile pensai, non l avrei mai detto dall’aspetto e invece ancora una volta l’apparenza mi ingannava. Forse era un segno, forse era il destino che voleva farmi capire di non giudicare prima ancora di conoscere, forse quell’uomo rappresentava Leo e la situazione che si stava creando…o forse era solo un operaio a macchie nere che aveva un famiglia e magari dei bambini.

Cercando un modo per tornare a casa scelsi di passare per il parco, un lungo e infinito parco pieno d’alberi ancora non molto popolati di verdi foglie o fiori e lungo il vialetto asfaltato di mattonelle rosse mi fermai a guardare le vetrine. Una in particolare mi colpì. Un batuffolo di pelo biondo mi guardava con occhi speranzosi mentre dal vetro cercavo di farlo giocare un po’. Mi ero innamorata di quel cucciolo di labrador, tanto che quasi preferivo non andarmene,  ma sapevo che se avessi portato a casa un cagnolino del genere mia madre non l’avrebbe mai accettato quindi passai oltre. “Povero cucciolo” pensai, tenuto dietro quella vetrina a vedere le persone che passano e ad attendere che qualche buon cuore pieno di soldi lo tiri fuori di li.

Le attese: le più brutte. Quelle dal dottore, alla fermata dell’autobus o quelle stressanti dopo che la prof apre il registro per interrogare, ognuno ha le sue attese nella vita o addirittura in un solo giorno. La mia attesa quel giorno era lei, lei che non mi chiamava ne mi mandava un messaggio, lei con lui e io ad aspettare un segno.

La sera stessa ancora niente e io come previsto non riuscivo a dormire, a raccontarlo sembra assurdo, nessuno mai avrebbe perso così tanti neuroni nel pensare a una semplice amica e invece io non sapevo fare altro. Mi alzai dal letto in punta di piedi per non farmi sentire dai miei genitori che dormivano nella stanza accanto. Scesi le scale scalza, afferrai il primo paio di scarpe che mi capitava e aprii la porta stando attenta che uscendo non facessi troppo rumore. Anche la porta della casina era chiusa a chiave, la casetta “segreta” dove andavo spesso a pensare in momenti come quello, la nostra casetta. Tirai fuori le chiavi dalla tasca del pigiama ma più cercavo di sbrigarmi per il freddo più non riuscivo a trovare la posizione giusta nella serratura. Finalmente si aprì, accesi la lucina piccola (non il neon che altrimenti avrebbe fatto troppo notare la mia presenza) e mi rincantucciai sul letto vicino alla stufina. Avevo lasciato il cellulare in camera, volutamente, non volevo più restare con gli occhi attaccati allo schermo, forse volevo solo curare la mia irrequietezza. Piano piano entravo nel sonno, ero nel momento di passaggio di una che non sa se dormire o se continuare a permettere ai pensieri di affollarle la mente, ma all’improvviso un rumorino di fondo mi fece aprire gli occhi di colpo. I pensieri puntarono tutti sui miei genitori e pensando di essere stata scoperta iniziai a pensare a una scusa plausibile, ma infondo dovevo pensare anche al peggio quindi afferrai l’abajour e mi misi dietro la porta che piano piano si aprì. <<Mari>> quella voce, non avrei mai potuto crederci quindi non risposi.

<<Mari sei qui?>> premetti il tasto della lampadina e la luce illuminò il suo volto, non volevo immaginare la mia faccia in quel momento.

<<Desy! Che ci fai qui a quest’ora ma non eri con Leo? com’è andata? raccontami!>> <<ehy fai piano, vuoi svegliare tutto il vicinato? è andata bene, ti dispiace se dormiamo qui stanotte? ti avevo chiamato al cellulare ma non hai risposto>>

<<lo so, l’ho lasciato in camera, non ne potevo più di aspettare. Ma perché non ti sei fatta sentire tutto il giorno?>> la mia espressione non lasciava immaginare niente di quello che non avevo scritto in volto, così ci sedemmo e mi feci raccontare tutto passo dopo passo, non potevo credere che lei fosse davvero venuta a cercarmi. Guardando l’orologio subito dopo che Desy finì il suo infinito racconto, si erano già fatte le 3 e ormai ne io ne lei ci vedevamo più dal sonno.

<<sai, sono stata davvero bene>>

<<mi fa piacere, ma adesso è meglio se dormiamo, domani mattina c’è compito.>>

<<già me n’ero dimenticata, stupida Desy…ho la testa da un’altra parte.>> mi alzai leggermente con le spalle ed allungai il braccio fin sotto il letto per spengere la lampadina, ma lei mi fermò. <<aspetta, guarda lassù, ci sono ancora i piccoli puntini neri.>>

<<già, ci sono le coccinelle, ricordi? avevamo appurato che non sono ne ragni ne qualcos’altro.>> <<già, coccinelle, forse portano davvero fortuna come dicono>> affermò mentre spengeva la luce. <<forse…>> risposi io <<…se questo ragazzo ti rende felice puoi ringraziarle se vuoi, anche se magari non sarà proprio perfetto…>>

<<Mari…>> concluse lei <<niente è perfetto finchè non te ne innamori.>>.

 

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