il nido delle coccinelle: delusione, solo nove lettere

Bhè che dire, non c’era rimasto altro da fare che abituarsi, lo sguardo della mia piccola Desy quella sera non aveva lasciato spazio a nessun’altra parola tranne “felicità” e come potevo io impedirle di vivere se per lei vivere era stare con lui? non potevo e soprattutto non volevo, i suoi sorrisi contavano molto di più di una mia lacrima. Così i giorni passarono veloci anche se non valeva lo stesso per le ore che non trascorrevo con lei, quelle a scuola in cui il banco rimaneva vuoto per uscire con lui e quelle nel pomeriggio in cui non avevo altro da fare che studiare e trovare qualche stupido hobby passatempo. Una noia, lo ammetto, e la mia vita iniziava a stancarmi. Erano trascorsi 2 mesi dall’ultima volta che avevamo passato una serata insieme solo noi, quasi sempre quando uscivamo c’era Leo appresso e anche se ormai non mi creava quasi alcun problema, la sua presenza mi faceva sentire di non poter essere del tutto me stessa.

Febbraio, il mese delle maschere, e fin dai tempi delle elementari io e Desy avevamo fatto nostra la tradizione del carnevale di Viareggio, quello che quando sei bambina e sei  vestita da una semplice principessina ti sembra enorme ed eccessivamente colorato tanto da non farti perdere il sorriso fino alla fine della giornata. Anche adesso che eravamo cresciute ci piaceva travestirci da qualcosa di improvvisato che a volte risultava anche molto ridicolo, ma a noi non importava, ci bastava passare quelle poche ore insieme senza essere guardate o giudicate da nessuno, sempre, fino a quando il fiato ci bastava per correre dietro a quegli enormi carri. Ma la cosa che piaceva di più era il mare. Il mare con le sue onde e il suo profumo di salmastro era ancora più bello d’inverno che d’estate, scatenava ricordi che fanno venire i brividi a pensarci e oltretutto  la spiaggia era perfetta per sdraiarsi piene di schiuma e di coriandoli, lasciandosi accarezzare dal vento senza preoccuparsi di aver sporcato i vestiti che sarebbero finiti direttamente nella spazzatura, una volta tornate a casa.

Anche quell’anno io avevo organizzato il nostro carnevale, o almeno ci avevo provato. La maschera infatti consisteva in un paio di stracci ritrovati in soffitta e una bandana per la testa. Vi chiederete “cosa c’è di carnevalesco?” Boh, ed è per questo che ci piaceva così. Mi vestii più pesante possibile in modo da non dover portare il giacchetto e uscii diretta verso il mio motorino già con addosso il costume. Intanto provai a chiamare Desy, solo per sentire se era pronta. Uno, due, tre squilli ma non rispondeva…così decisi di aspettarla direttamente sotto casa sua, prima o poi avrebbe risposto alle mie chiamate. La macchina di sua madre non era nel garage del condominio e il piazzale era quasi libero, così accostai e riprovai a chiamarla di nuovo per svariate volte, il treno per Viareggio non aspettava certo noi. Alla fine rispose.

<<Mari, che vuoi?>> il suo tono era scocciato e la sua voce sembrava affannata.

<<Desy dove sei? stai facendo una corsa di riscaldamento? muoviti che perdiamo il treno!>> silenzio e dei sospiri.

<<Desy mi senti, chi c’è con te?>>

<<Mari scusami mi ero completamente dimenticata del carnevale, adesso sono a casa con Leo, te dove sei?>> in quel preciso momento capii e il mio cervello si fermò in perfetta coordinazione col battito del mio cuore. Non sapevo se parlare, se riattaccare il telefono e andarmene o se semplicemente salutarla come se niente fosse, ma non potevo. Non era nelle mie note. La mia impulsività avrebbe predominato ancora una volta.

<<Desy ma ti rendi conto di cosa stai facendo? smettila, scendi subito!>> urlavo ed era come se qualche vena stesse per scoppiare da un momento all’altro, scesi dalla macchina e girando dietro il condominio vidi il motorino di Leo appoggiato al muro e non potei resistere. Iniziai a tirare calci, pugni, graffi, lo feci rotolare per metri…non ero più in me.

<<Mari smettila, lascia stare!>> sentendo tutta quella confusione Desy si era affacciata alla finestra, aveva in dosso solo un asciugamano avvolto intorno al corpo.

<<smettila, sei pazza?>> alzai la testa <<tu sei pazza! Sei solo una puttanella come quattro anni fa!>> frasi senza senso uscivano dalla mia bocca dettate da tanta rabbia da poter buttare giù l’interno palazzo. A quelle parole Desy impallidì.

<<vattene Mari>> disse. E lo disse con voce atona, quasi senza muovere le labbra, poi chiuse la finestra tirando con se Leo e io, ancora più sconvolta, tornai. Ero distrutta, non potevo credere che fosse successo veramente. Ripensando all’accaduto mi rendevo sempre più conto delle idiozie che avevo detto e del comportamento immaturo e stupido che avevo avuto, ma quel che era passato ormai non si recuperava più, si poteva solo pensare al presente ma a me faceva troppo male: La mia migliore amica si era dimenticata di me, mi aveva nascosto di stare insieme ad un ragazzo con cui andava a letto e oltre tutto adesso non avrebbe mai più voluto vedermi. La delusione dilagava come le crepe nel mio cuore.

<<tutti siamo chiusi in una prigione. La mia me la sono costruita da solo, ma non per questo è più facile uscirne>> (Giorgio Faletti)

No, uscire da quel muro di pietra fredda che mi ero creata tutt’intorno non era facile per niente…Era Marzo. Le ultime settimane e poi sarebbe arrivata la primavera, la stagione che adoravo di più, non solo per la temperatura mite quasi calda ma anche per gli uccellini che rallegravano le giornate col loro canto, i fiori sugli alberi ancora mezzi spogli, i colori e i profumi di un’estate vicina. Ma quella non era una normale primavera. Le giornate erano tutte uguali, prive di colore e musica, prive di emozioni e di qualsiasi forma di espressione sul mio volto. Da un mese provavo a chiamarla senza avere risposta nemmeno a un sms o a uno stupido squillo. La scuola peggiorava sempre di più e l’esame si avvicinava a passi svelti, la sua presenza nel banco accanto al mio mi faceva più male di una sua assenza.

Era un lunedì, lo ricordo bene perché una volta il lunedì era il giorno che festeggiavamo insieme con una serata insieme nella casetta e anche se sapevo che da molto tempo il lunedì per noi non esisteva più decisi di fare un passo, forse falso, e provare a parlarle. Dopo più di un mese di sguardi fulminanti e neanche una parola l’una verso l’altra, non sarebbe stata certo una missione facile…

I minuti passavano, “lo sapevo che non ce l’avrei fatta” mi ripetevo mentre l’ora del suono dell’ultima campanella si avvicinava sempre di più. Alla fine tentai.

<<senti Desy mi dispiace, non so cosa mi è preso ma non riuscivo ad accettare il tuo rapporto con Leo proprio come ora non riesco ad accettare di averti persa, ti prego scusami.>> Lo dissi e lo dissi talmente veloce che sembravo un’attrice di camera cafè.

Lei si voltò, mi guardò e per una frazione di secondo mi sembrò di rivedere l’amica di pochi mesi fa che non era cambiata per niente, mi sembrò di sentire la sua voce tranquilla che mi voleva bene e il tempo trascorso lontane non valeva più niente, ma invece lei non disse nulla, continuò a guardarmi fino a che la campanella non interruppe quello che era diventato un calvario.

Mi alzai, sconfitta ancora una volta, pensando che le mie parole si erano perse senza che lei le avesse neanche sentite. Scesi le scale cercando di non calpestare la massa e uscita dal cancello mi avviai verso la solita fermata dell’autobus.

<<Mari>>

Mi voltai. Non riuscivo a credere che fosse la sua voce ma mi voltai lo stesso.

<<avrei dovuto dirtelo, è vero. Eri la mia migliore amica e sapere tutto di me ti spettava di diritto proprio come io sapevo ogni minima cosa di te. Avrei dovuto avvisarti il giorno del carnevale e non avrei dovuto rispondere al telefono in quel modo.>> La lasciai parlare. <<per questo mi scuso, ma tutto ciò non ti dava il permesso di comportarti in quel modo, di dirmi quelle parole che ancora mi rigirano in testa e di trattare in quel modo il motorino di Leo. Mi è ancora difficile credere che sia successo.>>

Ci fu un attimo di silenzio. Il suo tono non era ne troppo ne poco duro, la sua voce non lasciava capire di volere un chiarimento ma quel gesto era sempre più di niente.

<<Lo so, te l’ho detto, mi dispiace, non avrei dovuto, ma ci tenevo a te come ci tengo ancora adesso e non sopportavo l’idea di te con lui nonostante volessi la tua felicità. Quel giorno è stata la goccia che fece traboccare il vaso. Scusami di nuovo.>>

Alzai la testa e la guardai ancora, aspettavo un cenno, un gesto. Avrei voluto abbracciarla di nuovo e iniziare a saltellare per la mano come due matte come avevamo sempre fatto per non far sembrare la strada tutta uguale, ma non lo feci, e nemmeno lei. Restammo così, immobili mentre gli ultimi ritardatari che uscivano dal cancello ci sfrecciavano accanto per paura di perdere il passaggio verso casa.

<<<tra poco è il tuo compleanno.>> mi disse ad un tratto.

<<già, manca meno di un mese.>>

<<mi piacerebbe continuare ad organizzarlo con te.>> continuai senza pensarci due volte.

<<non così veloce.>> disse voltandosi. <<io non ti ho ancora perdonato>>

Rimasi per un secondo ad assimilare la risposta, poi capii. Era tornata, le ci voleva solo un po’ più di tempo, così sorrisi sperando nella mia ipotesi e continuai a camminare verso la fermata.

solitudine_N

 

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