Il nido delle coccinelle: tanti auguri ma non a me

Quel giorno, come anche il giorno successivo tornai a casa col sorriso stampato in faccia e con un espressione forse un po’ idiota tanto che anche mia madre, che era sempre fuori casa per lavoro, si accorse della differenza.

Il mercoledì successivo alla mia conversazione con Desy che avevo denominato “parlata di recupero”, decisi di non andare a scuola per un dolorino alla pancia che annunciava la sorpresina del mese, quella che ogni donna aspetta per avere una buona scusa e spaccare tutto ciò che le capita a tiro o per arrabbiarsi senza che nessuno rompa le scatole più di tanto, ma in quel periodo, strano ma vero, il nervosismo non mi aveva ancora assalito, l’unica cosa che sentivo era un dolorino insopportabile fin dalla prima mattina.

Scesi in cucina dove mi aspettava la colazione per avvertire mia madre del problema, mi sedetti e lei vedendomi ancora in pigiama capì ancor prima che io aprissi bocca.

<<perché non vai a scuola stamani signorina?>>

<<mamma>> quando la conversazione iniziava così voleva dire che non accettavo compromessi <<ho mal di pancia e voglio stare a casa stamani.>>

Mi aspettavo una solita espressione corrucciata e domande del tipo “hai qualcosa di importante? Un compito? Un interrogazione?” e invece con un mezzo sorrisino mi fece: <<va bene, prendo il giorno libero e andiamo a fare shopping!>>

Incredibile, chissà perché era tanto accondiscendente…forse si era svegliata bene, forse era felice per affari suoi o forse aveva capito  cos’era successo tra me e Desy nell’ultimo periodo ed era contenta che tutto si fosse sistemato… o quasi.

Buona la terza credo, infondo una mamma è sempre una mamma!

Meno di mezz’ora dopo, io e mia madre ci dirigevamo in macchina verso un negozio ancora imprecisato come due amiche che fanno sega a scuola, il dolorino come per dispetto sen’era quasi andato ma tutte le buche sulla strada non aiutavano a digerire fino in fondo quel noiosissimo mal di pancia. Arrivate al centro commerciale decidemmo di non separarci come facevamo di solito, quando una faceva il giro di tutti i negozi “in” e l’altra di tutti i negozi “out”, ma di fare del vero shopping insieme. Entrammo in un negozio di vestiti, poi in uno di scarpe e dopo ancora in uno di accessori…non mi ero mai divertita così tanto e giuro che lo shopping è la cosa che adoro di più, oltre ai cuccioli, soprattutto di cane!

Uscendo dall’ultimo negozio visitato con molta molta cura, mi è caduto l’occhio su un cartellone pubblicitario, di quelli attaccati con la colla ai grandi pannelli di ferro arrugginito. Non so cosa pubblicizzasse di preciso, l’unica cosa che notai è stata la scritta che lo caratterizzava: Ti accorgi di quanto era importante una persona solo dopo che l’hai perduta. Molto significativa. Rimasi talmente colpita da quella frase che sembrava rispecchiare così bene la mia vita in quel dannato momento da restare immobile a guardarla come inebetita.

<<Mari, sbrigati, dobbiamo preparare la cena!>>

<<arrivo mamma>> dissi muovendo leggeri passi in avanti <<arrivo…>>

Nel viaggio di ritorno ci fermammo sotto un ponte in cui il traffico era più intenso, forse per l’ora o forse perché le belle giornate che iniziavano a scaldare l’aria suggerivano alla gente di uscire un po’  più di casa. Alzai gli occhi e non potei fare  a meno di vedere un’enorme striscione di buon compleanno che penzolava sopra le nostre teste.  Poi pian piano la macchina ripartì e la prima cosa che mi chiese mia madre, suggerita quasi sicuramente dallo striscione che anche lei aveva notato, fu: <<come hai intenzione di festeggiare il compleanno quest’anno Mari? 18 anni sono una data importante non credi?>>

Annuii ma senza rispondere, non perché non volessi ma perché non sapevo cosa dire, la mezza conferma di Desy mi lasciava nel dubbio.

Proprio in quel momento squillò il cellulare. Non conoscevo il numero ma riposi ugualmente.

<<pronto>>

<<ok Mari. Organizziamola bene!>>

<<Desy, ma sei tu? Questo non è il tuo numero…>>

<<no, è il numero di Leo ed è proprio lui che mi ha fatto venire una grande idea per il compleanno!>>

Forse non c’era motivo che quel cartellone pubblicitario mi scandalizzasse in quel modo, forse non l’avevo proprio persa del tutto.

Erano già passati quindici giorni, lunghissimi giorni in cui lei c’era e non c’era: quando c’era pensavo a come potermi fidare del tutto e quando non c’era era con lui e non mi fidavo per niente, una cosa senza fine, un circolo vizioso insomma.

Alle 15 in punto mi richiamò.

<<Mari, dov’eri? quanto ti ci vuole a rispondere al telefono??>>

<<scusami Desy ero di sotto e il telefono…di sopra! Comunque, che è successo?>>

<<senti, per quella storia delle decorazioni forse sarebbe meglio non aggiungerne molte non trovi? Altrimenti la stanza rischia di diventare monotona!>>

La stanza in realtà era già monotona: all’inizio della nostra avventura per rendere la festa “una vera bomba” come Desy l’aveva definita, scoprii che la sua sfavillante idea per i festeggiamenti era di prenotare una baracca inutilizzata, magari al di fuori del mondo, addobbarla di luci psicadeliche, mettere della musica fino alle 5 del mattino, procurarsi del cibo e ballare a più non posso mentre qualcuno riprendeva il tutto con una telecamerina da fissare in un angolo sicuro dello stanzone. Non male, se non fosse stato per tutti i guai e tutti i litri di benzina consumati per mettere in pratica ciò che fino a due giorni fa era solo teoria.

La stanza c’era, in periferia vicino a delle fabbriche in modo che nessun vicino ci disturbasse, ed era completamente fatta su misura, ma non la mia, la sua.

<<allora che dici? Lasciamo fare così com’è?>>

Ci pensai su un attimo, aveva chiesto una mia opinione per il mio compleanno? <<certo, lasciamola così.>> ho riattaccato.

Pensandoci stavamo organizzando una cosa davvero in grande, avevamo invitato più di 100 persone e forse non sapevamo nemmeno dove metterle, le pizze e le schiacciatine che avevamo ordinato potevano sfamare un esercito e il vestito “simbolico” per il primo e ultimo diciottesimo era costato centinaia di euro, però infondo le cose vanno vissute e vanno vissute per bene, per poterle raccontare!

 

Eccola. Il campanello stà suonando da più di due minuti, per l’intera giornata non c’eravamo viste e adesso lei era sotto casa che mi aspetta ma io non ero ancora del tutto convinta.

<<come sto?>> le chiesi ancora prima di aprire il portone e assicurarmi di chi ci fosse al di là.

<<buonasera intanto e un milione di auguri>>

<<grazie Desy, allora come sto? Non mi piace il trucco, non si intona al vestito>>

<<stai scherzando?! Sei perfetta! Andiamo, mia madre ci accompagna alla festa!>>

<<va bene, prendo la borsa e arrivo. Leo è già la?>>

<<si, ha detto che si avviava a ricevere gli invitati!>>

Gentile, non pensavo proprio che mi facesse un favore del genere, forse Desy sapendo che io sarei stata la solita ritardataria lo aveva inviato in soccorso della festa.

Quando arrivammo la stanza illuminata già da fuori faceva un effetto albero-di-Natale e la musica che proveniva da dentro sembrava ovattata fino a quando non oltrepassammo il ciglio del portone…gli auguri di tutti quelli che conoscevo mi sommersero: c’era chi mangiava salatini o patatine, chi beveva direttamente dalla bottiglia di vodka e chi fumava sigarette schiacciandole a terra e lasciando sul pavimento, che io avrei pulito il giorno dopo, una vistosa riga nera effetto catrame.

<<la nostra festa ha avuto successo vedo>> dissi a Desy stringendo i denti <<ma, chi sono tutte queste persone??>>

<<in effetti, guardando bene molti non li conosco nemmeno io! Saranno imbucati o amici di Leo!>>

Amici di Leo, alla mia festa, giusto. Lasciamo perdere, pensai, era il mio compleanno, non volevo rovinarlo.

Mi buttai nella mischia, iniziai a ballare come una pazza e ogni tanto scendevo da quella specie di cubo per bere qualcosa, c’erano talmente tanti ragazzi in quei pochi metri quadri che non si riusciva nemmeno a respirare.

Non sapevo esattamente che ore fossero, mi divertivo e non badavo a nessuno, ma a un certo punto mi ricordai della telecamera che doveva essere incastrata in qualche angolo in alto. Cercai dappertutto senza trovarla e alla fine mi convinsi che non ci fosse.

Uscii a prendere un po’ d’aria, il fumo aveva invaso anche i pochi rimasugli di ossigeno.

Fuori era fresco, non freddo, ma il venticello portava ancora un po’ di brividi sulla pelle. Sentii avvicinarsi un’automobile, sembrava più una discoteca ambulante, con la musica dello stereo altissima, scesero quattro ragazzi che non conoscevo, o almeno non mi pareva, con in mano un contenitore di quelli da pasticceria.

<<ehy bella, il festeggiato è dentro? è arrivata la torta!>> mi disse uno di loro, piuttosto convinto.

<<scusami ma credo tu abbia sbagliato festa, qui la festeggiata sono solo io>>

<<eppure l’indirizzo diceva proprio qui>> insistette tirando fuori dalla tasca un pezzo di carta scartocciato.

<<e come si chiama questo festeggiato?>> chiesi.

<<Leo, è qui dentro allora?>>

Al suono di quel nome mi gelai. I ragazzi entrarono con la torta lasciando uscire una forte ondata di musica che però io non sentii. Non potevo crederci, non riuscivo a immaginare che Desy avesse organizzato tutto per lui, per il suo compleanno nello stesso mio giorno senza dirmi niente.

Che ingenua ero stata…”stupida stupida stupida!” mi ripetevo picchiandomi la testa con le nocche… Mi scese una lacrima e subito dopo mi arrabbiai.

Rientrai nello stanzone sbattendo la porta con tale violenza che i muri tremarono, la musica si fermò e tutti iniziarono a cantare la canzoncina mentre Leo davanti alla torta, con Desy che lo riprendeva con la telecamera che stavo cercando meno di dieci minuti prima, aspettava di spengere le sue, anzi le mie, candeline.

Rimasi in un angolo, inebetita a guardare la scena da lontano e ripensai a quel maledetto cartellone pubblicitario, maledetto.

 <<Scusate un attimo>> disse la mia falsa-amica dopo gli applausi al festeggiato per aver spento tutte le candeline con un solo soffio <<in questo giorno così speciale, vorrei fare un discorso per Leo ma non sono brava con le parole così arrivo al dunque. Tieni amore.>> disse porgendo una busta di carta celeste al suo amato e baciandolo sulle labbra. Lui la aprì con foga e ne estrasse altri due pezzi di carta solo più piccoli, li guardò e accennò a un sorriso che poi si trasformò in una vera e propria risata.

<<ti piace?>> chiese lei nel dubbio.

<<se mi piace? Due biglietti per Madrid sono fantastici!>>

Non ero brava con la geografia ma fino a capire che Madrid era in Spagna potevo arrivarci anch’io. A capirlo si, ma non a crederci.

A quel punto Leo si fece da parte e Desy tornò a prendere in mano la situazione: <<ed ecco arrivato il momento della prossima festeggiata!>> stava dicendo indicando dalla mia parte. Tutti si voltarono a guardarmi mentre Desy mi incitava a raggiungerla per riaccendere le candeline e spengerle di nuovo…già, ero arrivata seconda in quella “gara”, ero passata da protagonista a voce fuori campo senza neanche accorgermene.

Senza badare ne a lei ne al resto degli invitati che stavano già reclamando la musica e l’alchool mi voltai e uscii. Mi sedetti in terra pensierosa e incurante di rovinare il vestito mentre la musica ripartiva a tutto volume…era proprio la serata più orribile della mia vita, ed era proprio la fine di un’era.

<<Ho un regalo anche per te Mari, perchè non hai voluto il tuo momento di gloria? Aspettavano tutti che tu salissi a tagliare la torta!>>

Alzai la testa, la sua odiosa sagoma era in piedi di fronte a me con le mani dietro la schiena come a nascondere qualcosa. Cos’è che stava dicendo? Il mio momento di gloria??

<<fiori? Il mio regalo è una rosa bianca?>> esordii dopo che Desy ebbe rivelato quel che stava nascondendo. Sentivo la faccia in fiamme.

<<si, perdonami se non ho potuto fare di più ma quel viaggio per me e Leo a Madrid mi è costato una vera fortuna!>>

<<bhè capisco, certo. Mi hai rovinato il mio unico e irripetibile diciottesimo organizzato apposta per me trasformandolo in una cosa apposta per lui, perché non dai a lui questa rosa? Spero tanto che le spine vi pungano entrambi!>>

<<Mari!>> cominciò ad urlare lei nel tentativo di starmi dietro mentre mi toglievo le scarpe e mi dirigevo verso la statale, ma io non risposi.

La strada era deserta e i lampioni accesi erano rimasti pochi. Intorno solo fabbriche e nessun passaggio per andare da nessuna parte. Chiamai mia madre con i residui di batteria che rimanevano nel cellulare, ma si spense prima che lei potesse rispondere.

Andava tutto male, non sapevo cosa fare, diedi un calcio al primo cassonetto che mi trovai davanti e urlai con tutto il fiato che mi rimaneva in gola.

<<Mari per favore, che stai facendo? Litighiamo di nuovo?>> mi chiese dopo avermi raggiunta <<è una festa fantastica, si stanno tutti divertendo, cosa c’è che non va? ok ho sbagliato a non dirti di Leo ma ho pensato che potevo rubare qualche minuto della tua esclusività per far sentire importante anche lui dato che mi aveva aiutata a…>>

<<Far sentire importante anche lui? Tu hai fatto in modo che mi oscurasse, nessuno pensava di essere li per me, erano tutti li per lui! oh, non fare la stupida Desy, sono stata io l’ ingenua a credere veramente di poter tornare quelle che eravamo prima, le due amiche che non si sarebbero mai lasciate separare da un ragazzo ricordi?>>

<<non scaricare tutta la colpa su di lui, sei sempre stata tu a non volerlo accettare!>>

<<non faceva per te, ecco perché non l’ho mai accettato! Hai gli occhi coperti, lo vedi come un angelo quando invece è solo un diavolo che ti ha fatto diventare una Desy che non riconosco più!>>

<<ci tengo a lui, e se è mi stai chiedendo di scegliere, se è questo che devo fare, preferisco rinunciare a te>> disse infine voltandosi.

<<non ti sarà difficile sai, ma impara a non fingere con le persone come hai fatto fino ad ora con me, potrebbero sentire la mancanza di certe false abitudini!>>

Continuò a camminare senza degnarmi di risposta e si chiuse la porta dello stanzone alle spalle.

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I giorni seguenti non ebbi il coraggio di scendere per andare a scuola, avevo l’urto del vomito solo a pensare di doverla vedere, di dover vedere lui con quel sorriso soddisfatto anche se ormai la fine era vicina. Non vedevo l’ora, sarà strano ma non speravo altro quell’anno che l’esame di stato arrivasse in fretta, che tutto finisse, che gli sposini si facessero la loro vacanzina in Spagna in modo da non averli più davanti agli occhi e così, forse, poterla dimenticare in modo definitivo.

Pensandoci poi, capii che se avessi continuato a non frequentare le lezioni i professori si sarebbero scocciati, io sarei rimasta indietro con le spiegazioni e tutto ciò non faceva bene ne a me ne a mia madre che continuava a ripetermi di prendere lo zaino e avviarmi prima che le prendesse un attacco di cuore.

Entrai in classe quel maledetto giorno ed ebbi come la sensazione di chi è costantemente osservato, ma giustamente, non mi sentii in colpa. Nessuno sguardo, nessuna parola, la solita uscita a ricreazione, nessun cenno di voler chiarire di nuovo, ma forse è stato meglio così perché se fosse tornata non so se l’avrei perdonata ancora.

 

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