Il nido delle coccinelle: Cuccioli

 

<<decidiamo chi inizia per primo!>>

<<ma che dici, decidono i professori!>>

<<secondo me primo o ultimo è uguale, l’emozione gioca in tutti i casi>> risposi tranquilla alle esclamazioni convinte delle mie compagne sulla prova orale.

<<sentite, preoccupiamoci adesso dello scritto, chi ha studiato?>>

<<tutti abbiamo studiato, che discorsi, però c’è sempre quel dubbio che ti rimane!>>

Otto rintocchi assordanti come mai interruppero le nostre smaniose battute e bloccarono quelle sul nascere, le campane suonavano l’ora e per noi tutti il tempo delle chiacchiere era finito. Prima prova.

Il tema di italiano sembrava guardarmi con occhi imploranti, come se quel foglio volesse essere scritto e quel titolo raccontato, ma io non avevo idee, e il tempo passava.

<<posso andare in bagno adesso?>>

<<se sono passate le tre ore previste si>>

Mi alzai guardando l’orologio, uscii dall’aula e mi sedetti sulla panca di legno color ciliegia subito dietro l’angolo.

“la musica, cos’è per noi la musica? Solo un insieme di note oppure scatena in ognuno reazioni impreviste anche per l’animo umano?”

La traccia non era difficile, io lo ero. Non riuscivo a mettere insieme due parole in una frase e mi stavo arrendendo all’idea di consegnare in bianco finchè, dal buio dell’ultimo corridoio spuntò Paolo, il bidello. Canticchiava una canzone sull’amore, di quelle che cantano gli adulti, conosciute si e no, magari di cantanti matusalemme famosi al tempo loro. Mi fermai ad ascoltarlo e la mia mente fece un salto, un salto di qualità e di interessi che mi permise di alzarmi e di scrivere fiera il tema più lungo e complesso che avessi mai impaginato.

Quando uscii salutai Paolo con un abbraccio forte che lui ovviamente non capì, fatto sta che mi aveva dato un incredibile aiuto.

Gli altri giorni passarono in fretta, tutto quel trambusto che i professori ti fanno credere prima dell’esame non è altro che un incitamento allo studio, che a me non mancava di certo.

Studiavo giorno e notte, ristudiavo anche le cose che sapevo a memoria e la tesina aveva le orecchie alle pagine da quante volte erano state sfogliate.

Quando arrivò il giorno dell’orale, l’ultimo giorno d’esame, mi svegliai tardi.

In fretta e furia scappai fuori dalla macchina di mia madre, aprii la porta dell’aula e vidi che ancora non era il mio turno, o forse lo avevo saltato!

Dentro l’aula c’era lei.

<<Va bene Allegri, chiuda pure la porta. Chiamiamo noi per la prossima>>

Uscì camminando con passi felpati, di chi si sta liberando di un peso ad ogni sospiro di sollievo. Senza salutare ne dare cenno di guardami negli occhi anche un attimo chiuse la porta alle sue spalle e si avviò verso quella semiaperta della scuola, in macchina lui l’aspettava. Lui e le sue valige.

 

Come previsto anche la prova orale, l’ultima e inevitabile fu una cavolata numero uno: due o tre domande, l’esposizione della testina e a casa; iniziavo a credere che quelli che dicevano male della nostra scuola avessero ragione ma tanto adesso poco importava, era estate, ero libera, era finita.

Con un risultato che sarebbe stato sicuramente superiore ai 60 centesimi potevo andarmene soddisfatta in vacanza.

Tornai a casa immersa nei miei pensieri, a testa basta sorridendo e dando piccoli calcetti a ogni sassolino che mi urtava le scarpe, a un certo punto iniziò a piovere.

Che bella la pioggia d’estate, non è triste come d’inverno quando il cielo diventa tutto buio e nero di nubi, la pioggia d’estate è il pianto di nuvole bianche e soffici che rendono il cielo ancor più luminoso di gocce scintillanti. Allora alzai la testa, l’acqua mi scendeva sul viso come lacrime dolci e nonostante tutto era fredda.

Sembrerà strano ma ad un certo punto mi resi conto che quella non era affatto la via di casa, ero finita in un parco pieno d’alberi d un verde gioioso le cui foglie erano smosse dal venticello mattutino. Non so come ma avevo perso la strada e quel posto lo conoscevo già. D’un tratto mi tornò in mente quel giorno lontano quando non si poteva passare per i lavori in corso, dove voltato l’angolo c’era il negozio di animali. Proprio così, qualche strana coincidenza mi aveva riportato esattamente in quel punto e allora, passeggiando per la seconda volta davanti a quei cuccioli bisognosi d’ affetto proprio come me in quel momento, non potei fare a meno di entrare. C’era poco da fare, amo gli animali più degli umani, a volte.

<<Salve!>> mi accolse subito una voce giovane accompagnata dal suono del campanellino della porta che si apre.

<<ehm…ciao>>

<<cercavi qualcosa?>>

Cavoli. E chi se l’aspettava? Guardandolo dal basso verso l’alto, quel meraviglioso ragazzo dietro al bancone di quel meraviglioso negozio, sembrava un tipo qualunque. Ma lui non lo era, o per lo meno non lo era per me.

<<ehi>> incalzò lui vedendomi eclissata <<posso aiutarti?>>

Era gentile, come poteva essere così gentile? Di solito i ragazzi a quell’età sono burberi, maleducati, parlano come mangiano…lui invece era dolce, i suoi occhi luccicavano, la sua bocca sembrava disegnata e dentro quello sguardo, giuro, avrei potuto perdermi.

<<certo!>> risposi evidentemente imbarazzata.

Mantieni la calma Mari, respira.

 

 

 

 

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<<Mi stai dicendo che ti eri persa, che guarda caso ti sei ritrovata proprio li davanti e che adesso hai un cucciolo che sbava e perde il pelo?>>

<<mamma non polemizzare, guarda che occhi dolci che ha! E poi sono diplomata no? Questo è il mio regalo>> sorridevo a trentadue denti, di solito funzionava.

<io e tuo padre avevamo in mente tutt’altro, sai?>

Non riuscivo a immaginare di cosa parlasse, sapevo soltanto che quell’ammasso di pelo morbido e ancora profumato di pagliuzza mi saltava addosso leccandomi il viso e io ero già in cerca di un nome per lui…o forse per lei! Dovevo controllare.

<<non mi interessa nient’altro, ti prometto che mi prenderò cura io di Penelope!>>

<<lo dici sempre e poi non lo fai mai: non hai mai dato da mangiare al criceto, non hai mai pulito la cassetta al gatto, non hai mai…Penelope?>> sbraitò ripensando a quella bizzarra scelta.

<<si, è una femmina! Ti prego di chiamarla così da adesso o al massimo Penny, se proprio non vuoi far troppa fatica! Vieni Penelope,>> dissi rivolgendomi a quel musetto dolce <<andiamo in camera>>

<<in camera? Mari torna subito qui! In camera no, ti prego!>>

Sentivo ancora mia madre urlare dal piano di sotto quando chiusi la porta della mia cameretta.

Ero felice. Guardavo quello strano animaletto dal muso schiacciato che si stava già sistemando sul mio letto facendolo suo, almeno in parte, e pensavo che forse quella era davvero la svolta. Che forse il sorriso che Penny mi provocava non era di circostanza, che forse ero davvero felice e non solo per lei, ma anche perché sentivo che la mia vita avrebbe ripreso presto sapore.

Ero felice, ma non mi azzardavo a dirlo ad alta voce.

 

 

Erano già passati due mesi dall’esame di maturità, l’estate era ormai entrata dentro di me come la voglia di oziare il più possibile per liberarmi dallo stress degli studi, però ormai eravamo quasi a Settembre e l’inizio della nuova fase della mia vita era alle porte.

Pensandoci mi sentivo un po’ persa. Spesso mi ero ritrovata con le mani in mano cercando qualcosa da fare, qualcosa di costruttivo ma non avevo mai trovato niente di sensato.

Avevo provato a darmi alla lettura, alla costruzione di modellini in legno, avevo anche cercato lavoro invano. Mi sentivo vuota.

La scuola che fino ad allora occupava le mie mattinate e lo studio che prendeva gran parte del tempo adesso non c’era più, c’erano solo dei libri da sistemare, un diploma da ritirare e dei grandi, grandissimi dubbi su cosa fare della mia esistenza sul pianeta terra.

L’università non oltrepassava nemmeno per un istante l’anticamera del mio cervello, quindi sfogliavo giornali su giornali per cercare lavoro e decisi di prendermi un anno sabbatico per vedere cosa la vita mi offriva (ben poco a essere sinceri).

<<Mari, alzai dal letto e vai al centro per l’impiego! Non voglio vederti dormire fino all’1 del pomeriggio!>>

<<Mamma l’1 non è pomeriggio e comunque te l’ho detto, siamo ancora ad Agosto. Prometto che a partire dal primissimo giorno di Settembre mi do da fare, per adesso lascia perdere ok?>>

Emise un lungo sospiro, quasi a rassegnarsi e se ne tornò giù al piano di sotto, ma ormai io ero sveglia, Penny doveva mangiare e la mia camera era tutta in disordine, tipico caos post vacanze.

Così decisi di alzarmi, abbandonando per sempre la speranza di crogiolarmi tra le lenzuola un altro poco.

Dato che erano ancora le 10 (e non l’1 come sosteneva quell’esagerata di mia madre), decisi di organizzarmi per sistemare le mie cose. Alla fine della mattinata avevo il letto rifatto con sopra migliaia di vestiti, sacchi neri da portar fuori con dentro cianfrusaglie d’ogni genere e altri sacchetti di quelli dentro cui si mette la spesa nei quali avevo rinchiuso pezzi di ricordi. Pupazzetti, regali di qualche ex, fotografie e cd spuntavano dai sacchetti colmi di roba ormai inutile.

Con circa 12 viaggi in su e giù per le scale e la perdita di 500 calorie, riuscii a sistemare tutto in sala vicino alla porta d’ingresso, tutto pronto per il cassonetto a pochi metri da casa anche se mi ci sarebbe voluto direttamente il camioncino dei rifiuti. Tutto, tranne uno.

Guardavo quell’involucro di plastica e sapevo che li dentro c’era una parte di me che non sapevo ancora dimenticare: la parte di me che parlava di lei.

Lasciai tutto momentaneamente in fase di stallo, presi quel sacchetto che Penny aveva già iniziato a mordicchiare per la curiosità e lo portai fuori dal mucchio. Aprii la porta della casina in legno, era rimasto tutto uguale, identico all’ultima volta che c’ero entrata, solo con due dita di polvere in più. La richiusi dietro di me aspettando che Penelope entrasse e depositai il mio ammasso di ricordi in un angolo dietro l’armadietto.

Mi sedetti sul letto e, anche se non ce n’era bisogno, accesi l’abatjour.

Piano piano, svolazzando con le sue fragili ali trasparenti, un animaletto mi si posò sul dorso della mano e mi fece il solletico. Alla vista di quella coccinella mi tornò in mente quella sera, e con una lacrima che stava per rigarmi il viso ebbi l’istinto di alzare gli occhi al soffitto.

Il nido era sparito. Quei tanti piccoli puntini neri non c’erano più, l’angolo era vuoto e forse quella che ancora camminava leggera sulla mia mano era l’ultima di tutte quelle coccinelle.

Chissà, magari l’unica superstite e anche la più fortunata.

Non feci in tempo a pensarlo che prese il volo uscendo da una fessura della finestra fatta a persiana, mi alzai dal letto cercando di riprenderla ma lei sen’era già andata.

Pensando ancora a quel doloroso ricordo e a tutti gli altri momenti che quella casina mi riportava ala mente,  mi asciugai la lacrima che ormai era scesa fino alla guancia e, sbattendo la porta quasi con rabbia, tornai in casa.

Stavo per imboccare le scale quando mia madre, vestita del suo solito grembiulino blu a fiori rosa, mi annunciò che era pronto il pranzo.

<<ho portato tutti i sacchetti al bidone, ho fatto bene?>>

<<anche se fosse un “no” ormai potresti rimediare?>> risposi un po’ cinica.

<<Forse facendo una corsa…>>

<<no mamma lascia perdere, erano tutti da buttare…per fortuna.>>

<<vabbè, comunque dobbiamo ricomprare una ciotola al cane, con i denti l’ha consumata tutta a forza di portarsela in giro per la casa>>

Guardai sotto il tavolo dove Penny aveva l’abitudine di accucciolarsi in attesa di qualcosa di buono da mangiare anche per lei, ma in quel momento non c’era.

<< “il cane” si chiama Penelope, puoi guardare se è in sala e chiamarla, qui sotto non la vedo>>

<<in sala non c’è!>> alzò il tono della voce.

<<e allora dove può…Oddio! Penny!>>

Mi precipitai fuori in fretta e furia, spalancai la porta della casina e trovai la mia cucciola che piangeva disperata grattando il pavimento con le unghiette come a volersi scavare una via di fuga. La presi in braccio, la baciai in testa come per rassicurarla e la portai in casa evitando le gocce di pioggia che stavano iniziando a cadere enormi e fredde.

Povera Penny, l’avevo rinchiusa la dentro senza neanche accorgermene, adesso dovevo trovare un modo per farmi perdonare!

 

Piovve, piovve per quasi 3 giorni di seguito.

“non può piovere per sempre” diceva qualcuno, e anch’io in quel momento lo pensavo. Le buie e tristi giornate d’acqua mi facevano solo venire più voglia di starmene sotto le coperte a guardare un film piuttosto che a leggere un libro e la mattina, quando mi svegliavo e sentivo il ticchettio battere sulle finestre, ero inevitabilmente portata a dormire più del dovuto.

Più tardi, un attimo di sereno. Ero pronta a rallegrarmi. Quell’improvviso benessere fisico e psichico mi invadeva mente e corpo, ma non so perché ero convinta che non durasse a lungo. Infatti, ancora infreddolita dal cambio improvviso di temperatura plaid-pavimento gelido, mi affacciai alla finestra, nemmeno uno squarcio di luce. E allora mi chiesi “perché?” cavolo, perchè non ci ho creduto un po’ di più che sarei potuta stare meglio? Forse perché sapevo che crederci non avrebbe cambiato comunque le cose, è proprio come quando la pioggia scroscia intensa sui vetri appannati e all’improvviso quel bramoso ticchettio sembra cessare. Ma in realtà alzi gli occhi e scopri che sta solo piovendo un po’ meno ed era proprio questo che era successo, che altra speranza c’era? Nessuna. Tornai sul letto ormai ghiaccio ed aspettai, cosa di preciso non lo so, ma aspettai.

 

Dopo 36 intense ore finalmente uscì il sole, uno spiraglio tra le nubi che bastava appena per l’arcobaleno. Quanti colori…alcuni un po’ sfocati, altri più nitidi ma tutti estremamente belli in un cielo quasi azzurro. Mia nonna, quando ero piccola, mi diceva sempre che, se dopo una tempesta usciva l’arcobaleno, sarebbe successo qualcosa di speciale. Non so se ci ho mai creduto davvero, ma quel giorno, quel venerdì di inizio settembre, mi venne il dubbio che forse le leggende non sono tutto frutto di sola fantasia.

Cosa succede quando ti addormenti con un pensiero e con lo stesso pensiero fisso apri gli occhi al mattino? Quel sorriso dolce, quel modo di camminare lento e fluido, quegli occhi da cerbiatto…niente di tutto ciò usciva dalla mia testa. Era piena, piena di lui, tanto piena che non riusciva ad entrarci nient’altro.

Stupida sciocca Mari! Pure i libri ti inviano segnali, riesci a leggerli?

<<si può essere innamorati di diverse persone per volta, e di tutte con lo stesso dolore, senza tradirne nessuna, il cuore ha più stanze di un casino>>

Passarono alcuni secondi o forse minuti in cui il mio sguardo non smise di fissare la pagina di quel famoso romanzo, ma d’un tratto, come a squarciare il mio silenzio e la mia pace interiore, mi squillò il cellulare.

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