Il nido delle coccinelle: coccinelle portafortuna/tu sai cosa

Lo estrassi dalla tasca senza farci troppo caso, stavo per rispondere ma quando vidi il numero che lampeggiava sullo schermo mi fermai un attimo e mille pensieri mi affollarono la mente fino ad allora quasi sgombra.

Rimasi un altro istante ad osservare il cellulare come se fosse chissà quale strumento venuto dallo spazio, ma in realtà guardavo molto più dentro, oltre la tecnologia e l’immagine di sfondo, oltre la suoneria assillante. Guardavo il suo nome in maiuscolo che mi stava chiamando e respiravo forte, il cuore batteva a mille, gli occhi si inondavano di una sensazione mista a rabbia e sconforto e il pollice premette il tasto rosso. Da li silenzio, la canzone non squillava più e il suo nome era sparito.

Ma non passarono nemmeno 5 minuti che eccola di nuovo, Desy, a lettere cubitali.

Non sapevo cosa fare, non sapevo perché mi stesse chiamando. Pensai che forse le era partita la chiamata perché aveva premuto il tasto sbagliato ma no, le chiamate non partono accidentalmente per ben due volte nel giro di così poco tempo. Sapevo che qualcosa, qualche ferita si sarebbe riaperta ma non riuscii a premere una seconda volta, il pollice stavolta si spostò su un altro tasto, il verde.

<<pronto>> dissi con voce fin troppo flebile.

<<Mari>> la sua era rotta dal pianto dall’altra parte <<scusami se ti chiamo solo adesso, so che sono sparita e non ci sentiamo da tanto ma ho bisogno di parlarti.>>

Sorpresa e allibita chiusi gli occhi tenendo il cellulare ancora attaccato all’orecchio. Respirai come per riprendere fiato dopo una lunga corsa nella neve e riaprii gli occhi pensando di trovarmi in un’altra dimensione ma ovviamente così non fu, quindi, con le labbra un po’ serrate e la mia solita inutile ingenuità tradotta in bontà ed amicizia nonostante tutto, risposi.

Dopo un’ora la aspettavo davanti alla porta di casa mia, sapevo che avrei visto un cambiamento, sapevo che ci sarei rimasta male per qualcosa ma ormai ero pronta a tutto.

Arrivò e scese dal motorino togliendosi il casco e lasciando cadere sulle spalle i lunghi capelli, aprì il sottosella per metterci dentro il giubbotto, sotto di esso portava un paio di leggins neri lucidi e un vestito a gale verdi che le copriva a mala pena il sedere.

Quando mi vide li impalata ad osservarla si fermò un attimo prima di proseguire il cammino verso di me.

<<ciao>> mi disse abbassando gli occhi e tenendo ancora il casco tra le mani.

<<cos’è successo?>> risposi oltrepassando quella fase delle frasi di circostanza. Non mi interessava sentirmi dire “come stai? La famiglia? L’estate come l’hai passata?” non glie ne fregava nulla, non vedo perché avrebbe dovuto domandarmelo ma, sapendo che l’avrebbe fatto anche solo per non passare subito al succo del discorso, non glie ne diedi la possibilità.

<<Lo so che non sono stata una buona amica e non vado fiera di quello che ho fatto.>> iniziò, ma la fermai.

<<aspetta, entra.>>

Oltrepassammo la sala e la porta sul retro per poi entrare nella casina di legno, la nostra.

Ci sedemmo e l’aria si fece subito pesante, non una parola, non un abbraccio. Niente.

<<Prima che tu continui a cercare di scusarti o a cercare di rimediare qualcosa voglio che tu sappia che la fiducia era una sola e tu lo sapevi. Quindi adesso è bene che tu sia al corrente del fatto che puoi mettere chili e chili di colla per aggiustare lo specchio in frantumi, ma non tornerà mai a specchiarti come prima.>>

<<lo so. Ed è per questo che sono qui>> mi disse con grande prontezza, lasciandomi un po’ interdetta.

<<Leo m’ha lasciata, ha trovato un’altra e non ci ha pensato due volte a mettermi le corna. L’ho scoperto nel peggiore dei modi e nel peggiore dei modi ci ho sofferto. Ma lo sai chi mi veniva in mente? Te, Mari. Perché te sei stata l’unica persona in tutta la mia vita che non mi ha mai abbandonata, che è c’era nonostante tutto, eri una sicurezza. Pensavo a te e quella nebbia che sembrava essersi creata se ne andava via, lasciando uno squarcio di sereno. Ho capito che non posso sostituirti, non potevo credere di averti trattato in quel modo! E non me ne vanto, vorrei rimediare ma purtroppo so che posso pensare di aver perso mille splendide cose ma non sai che la più preziosa è il tempo.  Lui non tornerà indietro. Mai. E forse adesso è troppo tardi, ma dovevo dirti quello che sento.>> così dicendo mi porse una busta.

Io, incredula, non sapevo se afferrarla ed aprirla oppure lasciar perdere qualsiasi cosa contenesse, ma la curiosità era tanta, così la presi e la guardai.

Era una busta colorata con sopra disegnati tanti orsacchiotti di peluche. Il bordo dove aprire era merlettato e sopra c’era scritto “per Mari”.

Alzai un attimo lo sguardo, poi lo riabbassai di nuovo ed aprii la busta.

All’interno la stessa carta colorata racchiudeva parole in corsivo, della sua scrittura che avrei riconosciuto tra mille anche se non fosse stata lei stessa a consegnarmi quella lettera, mi cadde l’occhio su alcune parole ricalcate con la penna e scritte in grande, così decisi di iniziare a leggere.

 

“Mari.

Ormai sono passati mesi dalla fine della nostra amicizia, non sono molto brava a esprimermi con le parole così ho preferito buttare giù qualche riga.

Fino a qualche tempo fa eravamo come sorelle, poi ho fatto una grandissima cazzata, quella di perdere l’affetto di un’amica così speciale, purtroppo me ne sono resa conto troppo tardi e se potessi tornare indietro non rifarei quest’errore.

Sentivo che non ero felice perché mi mancavi, mi mancava l’amicizia che ogni giorno con affetto mi regalavi.

Ho così gettato al vento 15 anni di un legame fortissimo e non finirò mai di chiederti scusa.

Mi dicevi sempre di restare com’ero e di non lasciarti e io invece ti ho delusa.”

 

Dai miei occhi bassi e cupi scese una lacrima. Non so se lei, che restava ancora li immobile a guardarmi leggere, riuscì a vederla, so solo che quelle parole erano sincere e  me ne rendevo conto man mano che entravano nel mio cuore.

 

“mi dispiace di non esserti stata vicino nei momenti di dolore e di non aver visto il tuo viso sorridere nei momenti di felicità.

Oltre al ricordo di noi e delle giornate trascorse insieme conservo tutto ciò che mi hai regalato: dal cane nero di peluche, alla collana con Calimero, alle tue dediche, i tuoi disegni…

Grazie di tutto, perché sei una persona speciale a cui vorrò sempre bene.

E ricorda che per te la mia porta è sempre aperta. Desy”

 

Una foto di noi scattata molti anni prima segnava la fine, vedere i nostri visi vicini che sorridevano insieme mi fece chiudere gli occhi e un brivido mi percorse la schiena. Riposi la lettera nella busta, così come l’avevo trovata: non una parola, non uno sguardo.

Non vedendo reazioni, Desy riprese la porta ed uscì così come era entrata, se ne stava andando di nuovo, chissà dove. Ma come potevo? Se l’era cercata è vero e tutto il male che mi aveva fatto sapendo che tenevo a lei più di una sorella, non potevo dimenticarlo presto. Ma una cosa era certa, adesso che era li, seppur cambiata, non potevo lasciarla andare. Sennò a cosa servono tutte quelle frasi sull’amicizia, sul volersi bene? Gli amici non ci sono solo nel momento del bisogno, al contrario di come sostengono molti, ma sono quelli che puoi chiamare alle 4 del mattino, quelli che contano ci sono sempre.

Ma io per lei contavo ancora qualcosa? Forse si, non lo so. L’avrei scoperto più tardi. Intanto dovevo fermarla prima che varcasse l’ultima porta.

 

Tu sai cosa

 

Quando mi decisi ad alzarmi e raggiungerla era già uscita di casa salutando mia madre in volata, stava aprendo di nuovo il sottosella del suo motorino e piangeva, la vidi da lontano che piangeva di lacrime amare. Forse di coccodrillo, forse di pentimento. Ma piangeva e io…io l’abbracciai.

Rimase impietrita nella mia stretta sgranando i suoi occhi bagnati di sale, non capendo quello che stava succedendo e il perché della mia reazione, ma quando se ne rese conto sentii il suo corpo che si ammorbidiva lasciandosi andare. Quindi iniziò a parlare di nuovo e a singhiozzare, non capivo bene quello che diceva o forse non ascoltavo, so soltanto che mi sciolsi da quell’abbraccio e guardandola, sapendo già di averla perdonata, le dissi: << Forse questa pausa ci ha fatto bene, è stato come quando stai guardando un film in tv e arriva la pubblicità.>>

<<sai una cosa?>> mi rispose lei tirando su col naso e sorridendo  << Io odio la pubblicità…>>.

E fu così che sorridemmo insieme, di nuovo.

 

Penso davvero che ogni cosa abbia il suo finale e che quello bello, il lieto fine non si trovi soltanto in alcuni libri o film.

Il nostro lieto fine non è arrivato proprio subito e sinceramente non è stato nemmeno molto piacevole da certi punti di vista.

Ricordate il famoso “tu sai cosa”? Ecco, se sei una nonna o una zia invecchiata alla svelta e priva di aggiornamenti sulla gioventù moderna non sarai sicuramente d’accordo.

Poteva essere un giorno come un altro, quel Martedì di ormai fine Ottobre, e invece non lo era.

Non era nemmeno un giorno speciale, se è questo che volete sapere, non splendeva un grande sole e non era nessuna particolare festa, ma a noi (perché finalmente potevo dire noi) non importava.

Non ci occorreva. Non avevamo bisogno di niente, solo di me, lei e la nostra grande promessa che sembrava andasse a morire e invece era ancora li e stava per riprendere vita dopo tanto tempo.

Avrei forse dovuto parlargli di Jonathan, il ragazzo del negozio in cui avevo adottato Penelope e in cui ero poi successivamente tornata a comprare i biscotti nonché il collare nuovo nonché quasi tutto ciò che era sugli scaffali pur di vederlo e, magari, riuscire ad avere il suo numero? Ce ne sarebbe stato sicuramente il tempo, ma quello non era il momento giusto.

Nel centro della nostra piccola e cara cittadina non c’era molta gente, iniziava quasi a piovere di nuovo e le strade erano ancora piene zeppe di pozzanghere. Davanti a noi, la porta del negozio di piercing.

<<Sei pronta?>> mi chiese Desy vedendomi un po’ pallida.

<<si, credo di si. Ho un po’ paura, non so come potrei reagire>>

<<tranquilla andrà tutto bene! Ricordi Jenny, la mia cugina mezza americana? Ce l’ha già da un anno e dice che devi starci attenta solo i primi giorni, che vuoi che sia…>>

<<lo so, lo so…>> continuavo a ripetere mentre parlava, ma quello che mi preoccupava non era tanto il fatto che fosse pieno inverno o che probabilmente avrei parlato come un idiota per giorni, avevo paura, paura e basta. E quando hai paura vuoi qualcuno che ti stia vicino e ti parli e ti dica che è tutto apposto, o almeno te lo faccia capire. Cosa che non era stata per troppo, troppo tempo e che ora poteva essere di nuovo, così…perché non rischiare? Spaziamola via e continuiamo a vivere ricominciando da zero, se si può. Perché io sono così, dovevo auto convincermi ancora e ancora di una cosa di cui ero già convinta, e dato che ci sono voglio dire una cosa: di gente strana ne ho vista, ma io supero tutti.

Comunque, immobili davanti a quella vetrina, mi immaginavo già la dentro e guardavo tutti quei gioielli per essere pronta a scegliere quando mi avessero chiesto quale preferivo mettere. Ma non riuscivo a muovermi, e ad entrare.

<<Ascoltami bene>> disse Desy forse un po’ stanca d’aspettare <<se non vuoi farlo, non siamo obbligate. Troveremo un altro momento, magari più in la col tempo. Torniamo a casa e guardiamoci un film, che ne pensi?>>

Mi voltai a guardarla. <<Resteremo insieme per sempre non è vero?>> le chiesi, sembravo una bambina che non vuol lasciare la mano della mamma il primo giorno di scuola perché non sa se tornerà a riprenderla all’uscita.

<<Per sempre, te lo prometto.>>

Ed era forse questa la risposta che aspettavo, adesso non avevo più paura.

 

Che giornata triste…pioveva ancora.

Pioveva di grandi gocce dolciastre che cadendo a terra sull’asfalto già bagnato facevano un rumore di mare, ma solo se ascoltavi bene.

Pioveva e in giro nemmeno un anima, un cane ci passa accanto scrollandosi di dosso tutta l’acqua che il pelo aveva assorbito. Io e lei gridiamo per le gocce che ci sono finite addosso e camminiamo vicine.

Ci buttiamo in strada, giù per le strade del centro dove le macchine non passano. Iniziamo a correre come matte, senza cappuccio e senza ombrello, corriamo e poi ci fermiamo, così, per guardasi a una vetrina oppure al vetro di un auto parcheggiata.

Balliamo con il vento, ci bagniamo col diluvio, ci guardiamo, io e lei ci guardiamo e sorridiamo.

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