Pezzi di storia: EMI

Ci sono persone che entrano nella tua vita così, per caso, senza chiedere il permesso.

Persone comuni, di quelle che vedi al supermercato o al cinema o in fila alle poste. 

Di quelle che vedi sedute al tavolino di un qualsiasi bar e, mentre anche tu stai seduta da sola pensi “chissà come si chiama, a che cosa pensa”.

Entrano, non bussano e ti sembra normale così, che per qualche scherzo del destino tu le abbia incontrate, conosciute, vissute e magari perse…non crederesti mai che, dopo tanti anni, ti saresti ritrovata a pensarle…

La prima volta che vidi lui, a dire il vero, neanche me la ricordo!

Credo che sia riconducibile ai miei anni migliori, al periodo spensierato pieno di gioie e dolori chiamato anche “adolescenza”.

Avrò avuto sì e no 15 anni, lui sì e no 19 e sicuramente frequentavamo entrambi lo stesso campeggio, quello in cui sono cresciuta, da cui volevo scappare e in cui volevo poi tornare, il soggetto sottinteso di tutte le mie estati. Il mio campeggio, il mio mare, lo porto sempre nel cuore!

Lui comunque non era bello, se è questo che vi state chiedendo…anzi, era piuttosto basso, magro, ma nascondeva dentro quel piccolo corpo una grande energia. 

Era riccio, portava i capelli sempre scompigliati, sul volto stampato ogni giorno un sorriso e due occhi grandi dietro le lenti di quei grandi occhiali non alla moda. Era semplice, vestiva i classici jeans-e-maglietta, la lettera della sua strada era la A, il numero della piazzola era il 12 e, se a volte lo incontravo alla sala giochi insieme ai suoi amici che si accingeva ad uscire dal campeggio per andarsene chissà dove a fare serata, non mancava mai una volta di salutarmi.

Non si vergognava, era questo che mi piaceva di lui, non gli importava assolutamente niente di cosa pensassero gli altri guardandolo.

Era mal vestito? Pace, i gusti erano i suoi. 

Era spettinato? Pace, l’umidità gli increspava i capelli rendendoli indomabili.

Lo criticavano perché quella sera invece di uscire rimaneva in roulotte a vedere un film alla TV? Pace, lui coltivava le sue passioni. 

Puzzava perché era appena tornato da lavoro mentre gli altri erano già a consumare aperitivi al bar sulla spiaggia? Pace, faceva una doccia e quando arrivava arrivava. 

Qualcuno l’aveva catapultato nella vita di quella ragazzina scapestrata, scaruffata, scalmanata e più piccola di 4 anni? Benissimo, si vede che c’era un motivo, un senso. Se mi vedeva mi salutava, se non mi vedeva mi cercava, se arrossivo mentre mi parlava mi strizzava le guance e mi diceva che avevo due gote come arance di Sicilia.

Emi era questo per me: qualcuno con cui parlare, con cui scherzare, con cui passare il tempo senza mai guardare l’orologio. Emi non era soltanto la dolcezza incarnata, la simpatia, l’avventura, la sorpresa…era diventato un amico, un amante, un fratello maggiore con cui confidarmi. Uno che cercavo l’estate, appena messo piede fuori dall’auto ancora col motore acceso, uno che chiamavo d’inverno per non smettere di sentirci, uno che ogni tanto mi veniva a trovare nei mesi freddi per non scordarsi chi ero.

“se sei libera passo, non voglio dimenticare la tua faccia” mi diceva quando, per qualche motivo, le sue domeniche pomeriggio lo portavano da me, a 70 km di distanza.

“certo che sono libera” gli dicevo, col cuore sulle labbra.

Eravamo così io e lui. Tra di noi c’era sintonia, feeling, un bene immenso ed un tacito accordo. Ogni volta che ci rincontravamo, ogni volta che ci dicevamo “ciao”, ogni volta che ci abbracciavamo sapendo che saremmo stati insieme per un po’ era come se le nostre mani dicessero “io proteggo te e tu proteggi me”

E ne avevamo bisogno, credetemi, di farci da angeli custodi in quel momento della nostra vita. Il nostro incontro era quindi una specie di dono che qualcuno aveva voluto farci, una benedizione. Sì, lo avremmo dovuto e voluto ringraziare quel qualcuno, se mai fosse esistito.

La sua vita non era stata facile, non fino ad allora per lo meno.

Suo padre aveva lasciato soli lui e sua madre quando era molto piccolo, era sparito, evaporato, da quel momento Emi non lo aveva più visto e non ne sentiva certo la mancanza. Ogni volta ne parlava con rancore e raccontava di quanto lui, da figlio, avesse dovuto stare vicino a sua madre con un dolore negli occhi che solo chi ha vissuto un abbandono ha.

Sua mamma comunque aveva fatto un ottimo lavoro nel crescere lui e sua sorella, non de v’ esser stato facile gestire una ragazzina bulimica e un bambino, poi cresciuto, che doveva appoggiarsi ai genitori dei suoi compagni di scuola per avere consigli da maschi.

Nonostante tutto era un ragazzo equilibrato…le sue cazzate le aveva fatte certo, ma non perdeva mai di vista i suoi sacri valori: umiltà, rispetto e molte altre di queste grandi parole che, mi ripeteva spesso, non voler mai far uscire dalla sua testa.

Ho imparato molto da lui, non lo nego…

Ricordo come se fosse ieri le calde giornate di Luglio in cui il sole si alzava presto al mattino e andava a letto tardi la sera, proprio come noi due. Ci ritrovavamo, ogni tanto, seduti sotto il grande gazebo bianco a parlare del più e del meno mentre intorno frotte di bambini selvaggi giocavano tra di loro, frotte di genitori guardavano i propri figli ballare al ritmo degli animatori mini-club e frotte di uccellini felici cantavano come dannati sugli alberi, ma noi eravamo come isolati. Ci mettevamo uno di fronte all’altra con le gambe attorcigliate e i piedi penzoloni e ci ascoltavamo muovere le labbra.

Mi raccontava spesso di se, ma mai fino in fondo. Mi parlava dei suoi manga, quelli che amava leggere, della sua passione per il Giappone, delle sue spade…una volta lo vidi arrivare tutto trafelato, in ritardo all’appuntamento che ci eravamo dati per quella sera alle 21.30. Erano le 21.45 e lui, solitamente puntuale come un orologio svizzero, non si vedeva ancora. Ma non feci neppure in tempo a pensare di scendere da quell’altalena dondolante e di andarmene dal parco giochi senza tante spiegazioni che lo vidi arrivare: jeans strappati col cavallo basso, maglietta rossa raffigurante qualcosa di non identificato, sguardo contento, una leggera corsetta e in mano un pacchetto.

“Ehi” gli dissi non appena lo ebbi di fronte “credevo ti fossi perso!”

“Io? perdermi nella mia città? Scherzi?” ridacchiava

“effettivamente hai ragione, allora dov’eri finito?”

“in giro” rispose poco convinto, e prima che potessi indagare più a fondo sulla sua giornata mi porse il pacchetto che teneva tra le mani

“è per te”

“per me?”

“si, per te”

“e per quale motivo?”

“deve esserci un motivo?”

Stranita e un poco emozionata da quel gesto, abbassai lo sguardo sulla carta lucida e iniziai a tastarla per cercare di capire cosa ci fosse dentro. Rialzai lo sguardo verso il suo in attesa di approvazione, lui annuì e io aprii il pacchetto.

Dal suo interno uscì un piccolo orsetto di peluche, morbido, beige e con su attaccato un anello che fungeva da portachiavi. Lo guardai un attimo, poi sorrisi.

“grazie”

“sulla maglietta c’è scritto AMICIZIA, è in giapponese. In realtà ne cercavo uno che riportasse il tuo nome, oppure il mio, come ricordo! Ma non l’ho trovato…spero ti piaccia!”

“oh, figurati” arrossivo “mi piace sì, un sacco!”

Questo era Emi, l’inaspettato.

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continua…

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