Pezzi di storia: Emi, parte tre

Fortunatamente, poco dopo, fu lui a farsi sentire per primo. Probabilmente mi sbagliavo a credere che se la fosse presa per quella piccola cosa, infatti sembrava tranquillo.

Avevamo fissato per la sera stessa, aveva preso “Transformers” ed entrambi eravamo entusiasti di vederlo, dato che al cinema ce lo eravamo perso.

Una volta sistemati sulla brandina che aveva messo in veranda per fungere da divano, il lettore DVD iniziò a fare uno strano rumore.

“secondo te è normale?”

“mmmm”

“secondo me no”

“infatti, sembra che stia grattando”

“provo a togliere e rimettere il disco?”

“prova, ma non so se funzionerà…sai a volte questi dischetti a noleggio sono sciupati e non te lo dicono mica!”

“è sciupato guarda, ha troppi graffi dietro!” disse Emi tenendo tra le mani il CD “non va bene, non mi piace questa situazione…prendo film da loro da anni!”

“loro chi?”

“loro, quelli del noleggio”

“riportaglielo domani e diglielo!” suggerii

“no, glie lo riporto subito! Non ho intenzione di pagare per qualcosa che non ho usato. Ti torna?”

“direi di si”

“vieni con me?”

“e come mi porti? In collo?”

“ho la moto, sciocchina. Chiama e senti se puoi venire, ho un casco in più”

Senza stare tanto ad indagare sul perché tenesse un casco in più sempre a portata di mano, mezz’ora dopo eravamo uno dietro l’altro, appiccicati come sardine, sulla strada principale.

Mi fidavo di lui, era un buon guidatore, ma nonostante questo non potevo fare a meno di cingergli la vita con forza per non rischiare di cadere.

Ero una bimbetta, non ero mai salita su una moto con un  ragazzo…non ero mai salita su una moto!

Il vento mi arrivava in faccia come una saetta tanto che mi costringeva a chiudere gli occhi che provavo a riaprire solo quando sentivo Emi rallentare. Il tragitto non era lungo, il viaggio era piacevole e ogni tanto provavo a staccare la guancia dalla sua schiena per vedere cosa ci fosse davanti.

Ci fermammo a un semaforo ed Emi, premuroso come sempre, mi chiese se era tutto a posto. Io risposi di sì, urlando un po’ troppo per farmi sentire oltre il casco e al verde ripartimmo. Pochi metri dopo arrivammo al negozio, cercai di scendere senza troppi scombussolamenti ma, imbranata com’ero, misi il piede dalla parte sbagliata prima che Emi potesse correggermi e toccai inavvertitamente la parte incandescente della marmitta.

“ti sei bruciata?”

“non lo so, ho sentito maluccio però”

“allora mi sa che hai solo sfiorato, ma ci va messa subito l’acqua fredda lo stesso”

“ma no dai, lasc…” non feci nemmeno in tempo a finire la frase che Emi mi stava già trascinando per una mano dall’altra parte della strada.

“che bello questo parco” dissi mentre tenevo la caviglia sotto l’acqua fresca di una fontanella “siamo in centro?”

“si certo, non sei mai stata qui in città prima d’ora?”

“un paio di volte coi miei, ma non abbiamo mai perlustrato questo lato a regola”

“come va?”

“meglio”

“allora vieni, ti faccio fare un giro”

Tra alberi altissimi, giostre per bambini, zucchero filato, bar e immense distese d’erba verde ci dimenticammo del film.

Alla fine di una lunga passeggiata e di un buon gelato nel suo posto preferito eravamo in piedi, uno accanto all’altra, appoggiati sui gomiti al limitare della grande terrazza. Guardavamo il mare lasciare dietro le sue onde piccole scie bianche di schiuma quando Emi si girò e mi disse “voglio portarti in un posto”

“un altro?”

“ti fidi?”

“certo”

“andiamo allora…”

La strada stavolta era piena di curve, l’avevamo imboccata poco dopo aver lasciato la principale ed esserci immersi in una strettoia non rassicurante circondata di bosco ai lati.

Era notte ormai e avrei giurato di trovare, in mezzo a quella vegetazione, qualche specie di cervo o cinghiale, invece continuammo a salire e salire e salire fino a non contare più quanto ormai fosse lontano il mare.

Erano passati soltanto quindici minuti, ma a me erano sembrati molti di più, quando finalmente trovammo uno spiazzo in cui fermarci.

Li, in mezzo a quel che io credevo il nulla, c’era un ristorante con tanto di parcheggio e poco più avanti raggiungemmo un secondo piazzale con al centro una  rigogliosa fontana.

“siamo arrivati, ma scendi dalla parte giusta stavolta” mi schernì Emi

Seguendo il suo consiglio misi i piedi nella giusta posizione e mi lasciai scivolare giù dalla moto.

“questo è il santuario di Montenero” disse indicando il bellissimo edificio protagonista della piazzetta,

“e li” continuò tenendomi per le spalle e facendomi girare dal lato opposto come una marionetta “li c’è tutto il resto”

Senza fiato e con la voce strozzata dall’emozione, i miei occhi si sgranarono e i miei piedi iniziarono a muoversi pian piano in autonomia verso quel muretto di pietra che sembrava essere il confine dell’orizzonte. Al di la un panorama da togliere il respiro.

Si poteva scorgere il mare laggiù in fondo e poi, oltre quell’immensa distesa d’acqua scura, ogni singola luce della città risplendeva nel buio di quella notte d’estate e illuminava il cielo.

Le strade, i palazzi, tutto era come avvolto da una patina magica che, opaca, provava a sminuire tutta quella bellezza.

“è fantastico” dissi quasi sotto voce

“lo so, è uno dei posti che preferisco…mi ritrovo spesso qui a pensare quando voglio fuggire dal mondo”

“ci credo! È bellissimo…”

Eravamo vicini, tanto vicini…lui mi stringeva da un lato con entrambe le braccia, come suo solito fare, in modo che incastrassi la mia testa esattamente sotto il suo mento.

Adoravo i panorami, li adoro tutt’ora, e lui lo sapeva bene.

Sapeva un sacco di cose di me, più di molti altri, così come io ne sapevo un sacco di lui. Sembravamo perfetti, fatti per stare insieme, per condividere, per vivere…

poi qualcosa si è rotto.

Avevo 17 anni quando, tornando al campeggio l’estate, per la prima volta non andai a cercare Emi.

C’eravamo sentiti poco quell’inverno: lui aveva molti impegni, io avevo la scuola e moltissime cose da fare, era stato come se piano piano le nostre strade stessero prendendo direzioni diverse e le nostre vite avessero storie da raccontare che non ci includevano più o quasi l’uno nella vita dell’altra.

Gli ultimi giorni di lezione erano andati e come sempre mi misi in viaggio carica di valigie per affrontare i successivi tre mesi che avrei trascorso al campeggio: adesso c’erano più trucchi nella pochette, più scarpe col tacco nell’ultimo ripiano. I miei capelli erano finalmente riusciti ad allungare un po’ grazie ad un trattamento che gli avevo fatto in primavera, le mie unghie erano sempre curate e smaltate e al mio collo pendeva una catenina con un mezzo cuore attaccato, l’incisione diceva “CHRIS”.

Ricordo la contentezza di De quando ha saputo che, finalmente, dopo un lungo inverno di corteggiamenti, incertezze e paure (dettate soprattutto dalla differenza di età) io e suo fratello ci eravamo messi insieme….saltava di gioia! Si volevano molto bene, non avevo mai visto una coppia di fratelli così uniti prima d’ora, un’unione che io potevo capire ben poco visto che sono figlia unica ma che avevo potuto riscontrare in passato con molti dei miei migliori amici e amiche. Emi era uno di questi…credevo che fosse qualcosa di più e magari sarebbe anche potuto esserlo ma la verità è che se fino a quel momento non era scattato niente tra di noi, niente più di una semplice ma profonda amicizia, forse era meglio così. Lui non si era mai dichiarato e detto sinceramente, oltre a non sapere cosa provassi io realmente per lui, credo che nemmeno lui sapesse con certezza cosa provava per me.

Chris invece era stato chiaro quella sera, fin troppo…il modo in cui mi ha baciata, in cui mi ha guardata, in cui mi ha detto che era da molto che aspettava quel momento è una delle cose che potrei aggiungere alla lista de “le incredibilità della mia vita”.

Non era poco per una ragazzina qual’ero essere corteggiata con belle parole e fiori al compleanno da un ragazzo più grande. Il fatto che fosse il fratello della mia migliore amica poi era un’arma a doppio taglio ma, non so come, rendeva tutto più magico.

Non ho ricordi sfocati di Emi, nonostante siano passati ormai molti anni dall’ultima volta che l’ho visto: la ricordo bene, era una sera come le altre, ma se avessi saputo che non ci saremmo rivisti più forse lo avrei abbracciato, guardato, stretto più forte. Io e Chris ci eravamo appena ritrovati alla fine della mia strada, lui era già  seduto sulla staccionata che mi aspettava quando sono sbucata dal fondo della via cercando di far uscire tutti i sassolini bianchi che mi entravano nei sandali. Ci siamo salutati e, come previsto, ci siamo avviati verso la sala giochi dove avevamo appuntamento con gli altri. Procedevamo abbracciati quando, dalla porta bianca dell’infermeria uscì Emi.

Mi bloccai a quel punto, mi fermai a guardarlo: era dimagrito, cresciuto, cambiato. Il volto era solcato e cosparso di una barbetta incolta che non era solito portare, lo sguardo vuoto, gli occhi quasi stanchi.

“ciao” dissi

“ciao bimba” rispose lui col suo solito bel sorriso, poi girò gli occhi e fece un cenno di saluto anche a Chris che nel frattempo lo stava squadrando

“non ti vedo in forma, cosa hai fatto alla mano?”

“niente di grave, mi sono ferito in palestra”

“vai in palestra adesso?”

“ho iniziato a fare box, un buon modo per sfogarmi e passare il tempo”

“…”

“sei cresciuta insomma”

“perché lo fai se poi ti ferisci?” insistetti

“è uno sport come un altro”

“negli altri sport di solito si torna sani a casa”

“…”

Ci guardavamo e non eravamo capaci di dire nient’altro se non quelle poche parole distratte. Ci guardavamo, incapaci di toglierci gli occhi di dosso ma anche di avvicinarci di un passo.

“forse è ora che vada” disse alla fine Emi, abbozzando un sorrisetto “ti saluto, mi ha fatto piacere vederti”

“io…”

“ciao…e ciao anche a te!”

Senza aspettare che Chris ricambiasse il saluto se ne andò. Svanì, così come era apparso liberò la strada dalla sua presenza…così come entrato nella mia vita, ben tre anni prima, in quel momento la stava abbandonando.

 

Penso spesso a lui, non posso negarlo. Penso a lui, a quello che è stato e a ciò che abbiamo vissuto insieme e a volte piango. Non mi vergogno a dirlo: mentre ci penso mi commuovo.

Sono andata su face book non molto tempo fa, ho cercato il suo nome…il suo profilo mi è apparso davanti agli occhi, come immagine di copertina aveva una foto di lui vicino al mare e in un secondo mi è passato davanti tutto, tutto quanto quel che abbiamo avuto e anche quel che abbiamo perso.

Nella foto non era solo però, accanto a lui una bella ragazza bionda e con gli occhi azzurri come il cielo sorrideva all’obiettivo, sembravano felici!

Sono passati 8 anni da quell’ultimo incontro e ancora oggi mi chiedo il perché. Perché succede che due, due così, due come noi, nella vita si allontanano senza nemmeno sapere come o quando…o perché?

Avrei davvero creduto che la nostra amicizia sarebbe stata eterna, così come lui mi aveva promesso quella notte in spiaggia disegnando un infinito sulla sabbia… “infinito, come il bene che ti voglio, come la nostra amicizia” aveva detto.

La verità è che di infinito non c’è niente in questa vita, niente di certo, nessuna valida promessa del destino che ti possa dire come andranno a finire davvero le cose.

Penso spesso a lui e altrettanto spesso mi chiedo se per caso anche lui, ogni tanto, possa pensare a me…

94311801

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