Il Signor Bo- Parte due

Cominciai, andando verso la bella stagione, a rimanere sempre più spesso a pranzo fuori soprattutto quando i miei turni al centro giovani prevedevano sia la mattina che il pomeriggio.

Mi sistemavo, ogni qual volta la trovavo libera, sempre sulla solita panchina al parchetto e mi godevo la primavera con tutti i suoi colori e le sue sfumature. Era sempre stata la mia stagione preferita, la definivo la via di mezzo di una bellezza unica e talmente perfetta da non essere più freddo ma neanche caldo afoso e incontrollabile.

Un giorno, che sembrava uno qualsiasi, avevo preso possesso del mio posticino e mi accingevo a finire l’ultimo pezzo del mio panino al latte. Guardai l’orologio, avevo voglia di un caffè e di un dolcetto, ma c’era veramente troppo poco tempo per concederselo quindi rinunciai e iniziai a raccogliere le mie cose. A un tratto il bip bip del cellulare mi informò che, a causa di una riunione improvvisa, l’entrata in servizio era posticipata di un’ora. Terribile! O forse no…decisi di vedere il lato positivo nonostante la sensazione di dover trascorrere ancora del tempo da sola a vagabondare: appoggiai in terra lo zaino, misi gli occhiali da sole mi sdraiai sulla panchina allungando le gambe. Un paradiso, un’ora non era poi così lunga…

Dall’altro lato del parco intanto, il Signor Bo si stava avvicinando ma io mi accorsi di lui soltanto quando si mise seduto proprio di fronte a me.

C’erano pochi metri tra di noi e, mentre io iniziavo quasi a sentirmi in imbarazzo nonostante avessi un libro che stavo leggendo davanti alla faccia, lui sembrava la persona più tranquilla del mondo.

Logico, pensai, sono io che mi sono fissata su di lui…mica il contrario! Per lui sono soltanto una ragazza qualunque.

Il fatto di avere addosso occhiali scuri mi permise di osservarlo senza dare troppo nell’occhio: portava la solita barba lunga e incolta, i capelli erano raccolti in un codino chiuso da un laccetto, i vestiti erano gli stessi di sempre e tra le mani teneva un blocchetto di fogli e una penna. Se ne stava seduto con le spalle curve e gli occhi fissi su quelle lettere d’inchiostro. Ogni tanto si tirava su, eretto, si passava le mani tra i capelli e ricominciava a scrivere.

 

A un certo punto dev’essersi sentito osservato perché alzò lo sguardo di scatto e si accorse che lo stavo fissando. Un colpo basso, non me l’aspettavo, arrossii e mi voltai verso il mio libro nascondendovi dentro il volto paonazzo. Non sapevo cosa fare: se restavo potevo passare da una sfacciata molestatrice di anziani, se me ne andavo potevo sembrare colpevole di qualcosa. Così non ho fatto niente per qualche minuto, sono rimasta immobile nella posizione in cui ero e continuavo a ponderare sulla scelta migliore da farsi. Avevo deciso di andarmene, l’avrei fatto silenziosamente e magari passando vicino al Signor Bo gli avrei anche fatto un mezzo sorriso, così, per disfarmi dell’imbarazzo…ma, una volta chiuso il libro, guardai di fronte a me e lui non c’era più, al suo posto uno dei suoi foglietti di blocco, probabilmente perduto. Non so come avesse fatto, o era un fantasma o io ero talmente immersa nei miei piani da non essermi neanche accorta che Bo se l’era svignata prima di me.

Presi aria e mi scappò un sospiro di sollievo, poi, sentendo arrivare una folata di vento, corsi a raccogliere il foglio dimenticato prima che volasse via.

Era scuro, di carta ricilata, e a righe. Lo stringevo tra le mani dalla parte bianca, sapevo che girandolo ci sarebbero state delle parole ma non mi sembrava giusto invadere la privacy di quell’uomo.

Io sono curiosa come una scimmia, non l’ho negato mai, ma in quel momento mi invase una strana sensazione: sentivo che se avessi letto quella carta avrei violato l’intimità di Bo, del mio ormai amico Bo, e non sarebbe stato affatto giusto da parte mia tradirlo in quel modo.

Prima di poter cambiare idea –e di fare tardi a lavoro- lo infilai in tasca e mi avviai a completare la mia giornata promettendomi di voler ridare il foglietto al legittimo proprietario appena lo avessi rivisto.

Non trascorse un attimo nei giorni successivi in cui la tasca di quel mio giacchetto non sembrasse fatta di fuoco.

Giuro, ero in paranoia…volevo rimanere fedele alla promessa che mi ero fatta ma allo stesso tempo non riuscivo a smettere di pensare a cosa si potesse nascondere nella mente di quello strano individuo.

Il primo giorno il Signor Bo non era al suo solito posto sul muretto vicino al semaforo quindi, una volta tornata a casa, nascosi il foglio dentro la pancia di uno dei miei pupazzetti convinta che fosse una tana perfetta.

Il secondo giorno cercai il Signor Bo al bar, ma non lo trovai, quindi spostai il foglietto dentro il portagioie e lo lasciai li in attesa.

Il terzo giorno era mercoledì ed ero sicura che avrei trovato il Signor Bo al mercato quindi sgattaiolai fuori dall’associazione un quarto d’ora e andai a cercarlo ma di lui nessuna traccia.

Il quarto giorno ero un po’ preoccupata di dove il Signor Bo potesse essere finito, estrassi il foglietto dal portafogli, lo guardai ed elaborai un’ipotesi: se quel giorno quel foglietto era finito tra le mie mani, se io non avevo voluto leggerlo ma non avevo trovato il Signor Bo per ridarglielo, se avevo resistito quattro giorni per rispetto ad uno sconosciuto ma la mia buona azione non si era ancora compiuta, forse era un segno del destino.

Doveva per forza esserlo! Stesi il foglio sopra il tavolo in cucina, lo stiracchiai un po’ con le mani ed iniziai a leggerlo.

In meno di trenta secondi, dai miei occhi uscirono calde e salate lacrime. Lacrime di gioia, di dolore, non lo so…so solo che una capa tosta come me si stava commuovendo davanti a quella scrittura semplice e rotondeggiante, quasi da bambino, davanti a quelle macchie di colore dalla forma di parole.

Quelli che io per giorni avevo creduto fossero appunti sulla città, sulla natura, erano in realtà una poesia. Una poesia confusa ma bellissima.

Sembrava una poesia d’amore, ma non ne ero tanto sicura…qualcosa in quelle righe mi faceva pensare che il Signor Bo nascondesse un segreto. E che non si trattasse di una donna.

Ripiegai il foglietto, lo rimisi nella tasca del portafogli rimasta aperta e, con ancora più convinzione di volerlo trovare per restituirgli ciò che era suo, mi avviai a lavoro.

Arrivata al semaforo buttai un occhio verso il muretto, era vuoto. Stavo quasi per digrignare i denti, per arrabbiarmi, per chiedere a non so chi di dirmi cosa diamine fosse successo, quando con la coda dell’occhio scorsi una figura somigliante di fronte all’uscio di una casa.

Mi sembrava proprio lui, ma non ero riuscita a vedere bene, così accostai nel primo spiazzo disponibile e feci inversione per raggiungerlo.

Era proprio lui, ma stentavo a crederci: i suoi capelli solitamente in disordine avevano preso una bella piega (quasi una leccata di mucca) all’indietro, la barba era sparita, al posto dei pantaloni bucati c’erano un bel paio di jeans scuri, la t-shirt lisa era diventata una maglia di tutto rispetto.

Inebetita da questa trasformazione rimasi qualche secondo chiusa in macchina a provare a comprenderne il perché…forse stava andando a una visita medica, forse la donna che gli stava vicino (probabilmente la moglie) l’aveva costretto a darsi una rassettata, magari lo attendeva un appuntamento?

Avevo tra le mani il suo foglio e, mentre timida e agitata cercavo il coraggio di aprire lo sportello e andare da lui, la mia mente non riusciva a smettere di chiedersi cosa mai potesse averlo spinto a un cambiamento tanto grande, a un volta pagina così drastico e silenzioso.

Smisi di pensarci nel momento esatto in cui un taxi, uno di quelli classici bianco con la scritta sul tettuccio, si fermò proprio nel punto in cui il Signor Bo stava, e i suoi grandi occhi color del cielo iniziarono a illuminarsi di gioia.

Lo sportello dell’auto non esitò a spalancarsi e ne uscì la ragione, il senso di tutto: un giovane ragazzo saltò fuori e con un balzo raggiunse il collo della donna e la abbracciò così forte che per un attimo ho pensato la soffocasse! Poi si girò verso il Signor Bo mentre il taxi si allontanava a grande velocità, i due si guardarono e senza bisogno di parole si erano già detti tutto quello che si dovevano dire.

Istintivamente portai una mano alla bocca e con la punta delle dita mi asciugai le guance. Odiavo che qualcuno potesse vedermi piangere così rinfilai in macchina il più velocemente possibile.

Abbassai lo sguardo, tra le mie mani ancora il foglietto ormai scartocciato. Lo guardai poi guardai oltre il parabrezza, il Signor Bo era sparito e con lui anche la donna e il giovane. Rimaneva solo uno zaino fuori dal grande portone che all’improvviso si aprì per far passare il ragazzo. Prese lo zaino e rientrò subito in casa lasciandomi negli occhi l’espressione della sua faccia stanca e il colore della divisa mimetica che indossava.

 

La prima volta che rividi il Signor Bo dopo quell’episodio non potevo credere che fosse tornato al suo stato originale…tutto era com’era! Capelli, giacca, barba, mani, blocchetto, tutto!

Poi però, non molto tempo più tardi, ebbi come un dejavù nel rivederlo tutto tirato, ben vestito -e probabilmente profumato- ad aspettare.

“Ecco” dissi tra me e me sorridendo “oggi è giorno d’abbracci”.

 

È passato del tempo e questa storia, come ho detto, era rimasta a metà tra le cartelle del mio pc…incompiuta, in attesa.

Che posso dire? Sono felice di averla finita e di aver riportato alla mente ricordi tanto forti quanto fragili ed emozionanti, e sono felice di averla condivisa con voi ^^

A presto!

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5 thoughts on “Il Signor Bo- Parte due

  1. E io sono felice di essermi ricordato che ero rimasto fermo alla prima parte… 🙂
    Ci ho messo un po’, ma sono riuscito a recuperare. Che dire? Una storia bella perché bella, sia per il contenuto che per come è scritta. Chapeau!

    Mi piace

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