Guerriero (pt.3)

Se c’era una cosa della quale Martin aveva davvero terrore ogni volta che percorreva la strada per arrivare alla biblioteca era la galleria.

Non era altro che un sottopassaggio pedonale, un buco di cemento che conduceva da una parte all’altra della strada per non dover attraversare sopra, tra i pericoli delle macchine in corsa. Nemmeno Martin sapeva bene il perché, ma ogni volta che ci passava nel mezzo correva il più velocemente possibile verso la luce alla fine del tunnel, cercando di passare tra goccia a goccia, tra i rigoli d’acqua che sgorgavano dalle pareti.

Si fermarono all’entrata, Martin si preparava a prendere fiato e scattare, ma il guerriero gli mise una mano sulla schiena e, prendendolo per mano, superarono insieme le sue paure.

Da quel momento furono inseparabili, ogni giorno Martin camminava a testa alta tra i banchi di scuola, rimaneva seduto a tavola durante i pasti anche se i suoi litigavano, attraversava la galleria come se niente e nessuno potesse più infondergli terrore, le mani del guerriero sulle sue piccole spalle sembravano renderlo immune da ogni attacco che la vita riservava per lui.

Il compito del guerriero adesso era giunto al termine, per lui era l’ora dell’ultimo saluto a quel bambino diventato grande in così poco tempo.

Percorsero la lunga scalinata che portava al piazzale delle luci in una giornata d’inverno in cui le foglie sugli alberi erano ormai già tutte cadute e la nebbia calava sulla pelle come pioggia, ma pioggia non era.

Arrivarono in cima e, là dove il panorama lasciava senza fiato per la troppa bellezza, il guerriero cinse Martin per le spalle e recitò nella sua mente una promessa prima di lasciare la presa e sparire: avrebbe vegliato sul bambino per sempre.

Martin si voltò con un movimento repentino del collo, ma del guerriero non c’era più traccia. Era scomparso nel nulla, lasciando dietro di sè soltanto il gelo e Martin all’improvviso si sentì triste. Provò a chiamarlo in preda al panico, guardò a destra, poi a sinistra e poi in alto sperando di vedere lo scuro mantello aleggiare nell’aria, accostò le mani alla bocca per dirigere meglio il suono e gridò a squarciagola fino a che la sua voce non fece eco nel vuoto, ma il guerriero non sarebbe tornato.

Quella sera, prima di andare a dormire, Martin guardò la sua immagine riflessa nello specchio. Spostò i capelli da un lato, non riconosceva se stesso. Era cambiato, non aveva più timore adesso, doveva affrontare i suoi fantasmi, nessuno l’avrebbe più ferito.

La palla rimbalzava sul parquet della palestra e il rumore rimbombava ancora più forte quando raggiungeva il canestro e lo faceva tremare.

“eccolo!” disse il biondo indicando Martin che andava verso di lui con aria tronfia e convinta. Doveva affrontarlo, non poteva più sopportare le ingiustizie, se l’era promesso: niente più ferite. Si fermò proprio di fronte a lui mentre l’altro ragazzo lo accerchiava schiacciandosi contro l’amico per dargli manforte. Martin era più basso e guardava il biondo dal basso all’alto. Le sue labbra erano strette, ma dai suoi occhi non trapelava alcuna ansia o paura.

Era arrivato il momento, non poteva tirarsi indietro, il cuore batteva forte ma doveva farlo, era lui il vero guerriero adesso.

Così, mentre il ragazzetto biondo continuava a gonfiare il petto, Martin sferrò il suo attacco: l’abbracciò.

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8 risposte a "Guerriero (pt.3)"

  1. Bella storia, con finale a sorpresa. Mi è piaciuta la metafora del guerriero/amico immaginario, ho sempre immaginato anch’io di trovarmi circondato dai miei eroi. Mi stava sorgendo spontanea una domanda, cioè se fossero state le immagini che hai utilizzato a ispirarti, o se fossero venute dopo, e in quel caso come, visto che sembravano realizzate ad arte. Poi ho notato il riferimento a Mengoni (ignoravo l’esistenza della canzone), e con una piccola ricerca ci sono arrivato da solo 🙂

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