Alex

Ho uno strano e brutto vizio: ricordo.

Già, io ricordo, come fanno tutti del resto, però a me piace ricordare il passato quando non sto bene e questo è un vizio che prima o poi dovrò togliermi se non voglio restare impantanata nei giorni trascorsi e ormai perduti…negli sguardi, nelle persone, nelle capriole nell’erba alta e nelle frasi che hanno lasciato il tempo trovato. Sono una persona fragile, emotiva, instabile. Perchè mi ostino sempre a voler dimostrare il contrario? forse per proteggermi, ma non funziona mai. La vera “me” viene fuori sempre o quasi e io ne soffro…dio, come odio spogliarmi delle maschere in momenti e luoghi poco opportuni, spogliarmi dei guai e dei tremori di una vita non facile non mi riesce mai. Sono i ricordi che fregano e a me fregano particolarmente. Succede che in un preciso periodo non tutto è come dovrebbe, o per lo meno come io vorrei che fosse, e mi abbandono alle immagini degli anni addietro come se potessi tornare a viverli, ma non è così! non lo è, fattene una ragione. I tuoi sedici anni sono andati ormai…sono andate le feste dove potevi ubriacarti fino a non reggerti in piedi, sono finite le estati che duravano tre mesi, la musica non è più così tanto alta, i tacchi hanno perso centimetri e le scappatelle non sono ammesse ora. Ora che sei nel casino più di quanto lo eri prima.

Ci sono anche ricordi brutti, ma quelli li lascio sempre indietro. Ci sono ricordi che non dovrei neanche aver il coraggio di raccontare e che la maggio parte delle persone considererebbe malati, esagerati, e storgerebbero la bocca in una sorta di smorfia. Ero agitata, ero libera, sorridevo spesso e spesso non pensavo a quello che stavo facendo…ma ero anche una ragazzina irresponsabile e un po’ pazza, di quelle che non le tieni alla corda neanche se ce le impicchi. Sorrido quando ripenso a quei tempi neanche troppo lontani e forse mi viene anche da dire “menomale che non sono più così”, però quella sensazione che mi avvolgeva e nello stesso tempo mi annebbiava io me la ricorderò sempre, sempre.

Ricorderò quegli occhi e quello sguardo di quel tipo più grande che mi veniva a prendere sotto casa in macchina mentre io ancora viaggiavo per le colline in motorino senza specchietti e parabrezza. Lui era e rimarrà sempre uno dei pensieri migliori. Eppure non andavamo d’accordo, lui era Capricorno e si sa la mia avversione per questo segno, avevo sempre incontrato persone poco raccomandabili e ne avevo fatto di tutta l’erba un fascio. Lui era la famosa eccezione che conferma la regola. Ci incontrammo per la prima volta grazie ad un amico in comune che, chissà come, era finito a gironzolare per il mio paese e aveva attirato l’attenzione mia e di quella che a quei tempi era una delle mie più care amiche. Si fermò con la macchina un giorno che io e Sara eravamo ad aspettare l’autobus e ci chiese dove stavamo andando. Sara fu subito colpita da quel ragazzotto un po’ tarchiato e super biondo, io non riuscivo a fidarmi. Stavo con una persona e, nonostante la mia relazione fosse agli sgoccioli, non mi andava di dare confidenza ad altri. Poi però scorsi sul sedile del passeggero un paio di occhi e due labbra come non se ne vede spesso in giro. Il battito accelerò, le mani iniziarono a sudare e non feci nemmeno in tempo a dire di voler tagliare corto che ci ritrovammo in un parco a parlare. Cavoli, i colpi di fulmine…Lui si chiamava Alex e io ero già persa.

Il lunedì è per molti un giorno ambiguo. C’è chi lo considera brutto, faticoso, da eliminare…chi invece lo vede come l’inizio della nuova settimana e quindi è contento…c’è chi non sa decidere se per lui sia un bel giorno, un giorno brutto o un giorno qualunque. Per me il lunedì è sempre stato un giorno qualsiasi, un giorno in cui svegliarsi e andare a scuola. Diventava un bel giorno se c’era il sole invece che la pioggia, era sicuramente un brutto giorno se c’era il compito di matematica…mi sono accorta della sua importanza a livello fisico e psicologico sulle persone solo quando ho trovato lavoro e volevo che la domenica fosse infinita, ma fino a quel momento il lunedì era esattamente come ogni altro giorno della settimana. Quel lunedì però non era un lunedì qualunque, quello era il lunedì in cui avrei rivisto Alex.

Il weekend precedente era stato uno strazio. Sfido chiunque a descrivere il weekend come una brutta esperienza ma, credetemi, quando sei appesa al filo dei tuoi dubbi e hai un fidanzato con cui dover trascorrere il tempo avendo però in testa un’altra persona, anche il weekend diventa pesante. Ero solita andare a casa del mio lui, di Loris, ogni qual volta potevo, ma in quel periodo non avevo molta voglia di vederlo e di trascorrere le prime giornate di sole chiusi tra le quattro mura di casa sua…volevo uscire, ma lui era un tipo in pantofole tutto l’anno. Una palla al piede, soprattutto adesso che stavo scoprendo di più di ciò che il mondo poteva offrire: iniziavo ad uscire la sera per andare a ballare, chiamavo le amiche, afferravo il motorino e girovagavo come una vagabonda fino alla sera. Poi era ora di cena, e mamma chiamava, ma da dopo la scuola fino a quel momento era tutto vivere. Ho sentito nei pensieri di qualcuno la parola “poco di buono”, ma è facile giudicare se il terrore contrapposto ai brividi non si prova sulla propria pelle. La domenica sera era stato il momento peggiore. Ricordo come se fosse ieri quando lui mi guardò e mi disse “ti vedo diversa” e aveva ragione, ma non ebbi il coraggio di dirglielo. Non dopo tutto quello che mi aveva fatto passare, non dopo le offese gratuite quando si arrabbiava, le liti con mia madre, i pianti isterici, non dopo le botte e i miei silenzi. Mi ero fatta rubare gli anni migliori pensando di poter gestire una relazione simile che con l’amore non aveva proprio nulla a che fare, avevo creduto di scampare ai problemi non raccontando niente nemmeno ai miei e invece avevo reso tutto più difficile, ero un cumulo d’ossa e pezzi di cuore infranto. Ripensandoci posso incolparmi di qualcosa? posso incolparmi d’essermi aggrappata all’unica via d’uscita che vedevo in quel momento? no, non credo. Alex era diventato la mia luce fuori dal tunnel…adoravo il suo modo di camminare, di prendermi la testa e stropicciarmi i capelli, la sua parlata lenta e soffusa. Adoravo le sue carezze e mi divertivo a prendergli il mento per tirare la barba incolta. Lui era bello, non si può dire il contrario…era alto, moro, con un paio d’occhi da far venire voglia di entrarci dentro. Adoravo tutto di lui e non me ne sarei pentita mai.

Quel famoso lunedì ci eravamo dati appuntamento al parco dove avevamo trascorso il nostro primo giorno insieme. Alex aveva la macchina e non era difficile per lui raggiungere quel luogo anche se non abitavamo nello stesso paese. Lo vidi arrivare che avevo già steso il plaid in un punto strategico, non tutto sole ma neanche tutta ombra, e mi guardavo intorno provando a capire se ci fosse qualcuno con la bocca troppo larga. é impossibile per me, anche adesso a distanza di tempo, descrivere quello che provavo quando i miei occhi si posavano sui suoi. Il mio cuore sembrava prendere il volo ogni volta che lui mi sedeva vicino e mi prendeva le mani tra le sue, ogni volta che mi sorrideva sentivo le farfalle nello stomaco e non mi interessava fare nient’altro se non togliere dal suo volto gli occhiali da sole e guardarlo. Lo guardavo come si guarda il mare d’inverno dopo un lungo inverno: ammirata, persa, libera. “mi sei mancata” mi diceva quando il suo lavoro o i miei compiti ci tenevano lontani qualche giorno…”mi sei mancata” era un’affermazione, lui era sicuro di se e non mi poneva mai la domanda al contrario. Mi era mancato e lo sapeva, lo sapeva che la mia vita mi stava stretta.

Respiravamo vicini, sdraiati l’uno accanto all’altro, quando a un certo punto Alex si alzò sui gomiti e strappò dall’erba un soffione. Uno di quei fiori, anche se un fiore vero e proprio non è, bianco e rotondo che assomiglia a una palla super morbida. Si mise seduto e invitò anche me a farlo così da ritrovarci l’una di fronte all’altro. Allungò la sua mano verso la mia bocca e mi disse “esprimi un desiderio, poi soffia”. Non so per quale motivo questo accada, non sono al corrente di una spiegazione per la quale i soffioni sono considerati portatori di certi poteri magici. Fin da quando ero bambina mi divertivo a raccoglierli e a soffiarci sopra con tutto il fiato che avevo perchè ero convinta che più forte soffiavo, prima il desiderio si sarebbe avverato. Ovviamente così non era, ma la fantasia dei bambini non la si può certo smontare con la banale realtà… Alex mi guardava dritto negli occhi mentre io esitavo, stavo scegliendo accuratamente quale desiderio esprimere, anche se da un po’ di tempo era sempre lo stesso. Ogni stella cadente, ogni scia d’aereo, ogni fottuto soffione racchiudeva quella preghiera silenziosa. Chiusi gli occhi e soffiai forte. Nella sua mano rimase solo il gambo, sul mio viso scese una lacrima amara.

Le giornate trascorrevano sempre troppo veloce e troppo in fretta arrivava la sera. Era primavera e il sole che tramontava lasciava ancora quell’aria fredda di una mezza stagione. Così appena i raggi smettevano di illuminare la collina Alex mi aiutava a ripiegare il plaid così che entrasse nella mia borsa senza dare troppo nell’occhio e mi riaccompagnava a casa. Abito in campagna e ad un certo punto la strada ristringe e non c’è posto per fare manovra, quindi lui era solito lasciarmi al piccolo spiazzo circa centro metri più indietro, non potevamo permetterci sguardi indiscreti e non potevo certo rischiare che i miei ci vedessero.

“allora…ciao” gli dissi aprendo lo sportello della sua auto.

“ciao” rispose lui mordendosi le labbra carnose.

Ma prima che potessi incamminarmi verso casa, prima che potessi richiudere lo sportello, prima ancora che avessi messo un piede fuori dalla macchina, lui mi prese per un braccio e mi tirò verso di se. Il mio corpo si mosse come fossi di marmo, in un solo blocco, mi ritrovai con le spalle sul suo petto. Successe tutto in un secondo, di scatto voltai la testa e lui mi baciò.

Il primo bacio non si scorda mai.

Ne avevo dati tanti di baci nei miei primi diciassette anni di vita e, ripeto, il primo non si scorda mai.

Avevo circa tredici anni quando successe. Avevo conosciuto questo tizio durante la seconda media, lui era di un anno più grande ed essendo stato bocciato era finito nella mia classe. Era difficile bocciare alle medie a quei tempi e il fatto che lui fosse ripetente significava che non era proprio il classico “bravo ragazzo” e forse era stato proprio questo ad attrarmi. Non sono mai stata la classica “brava ragazza” neanch’io nonostante facessi in modo di sembrarlo sempre, quindi in poco tempo riscontrammo un certo feeling, se feeling si può chiamare quello che senti a quell’età.

Una sera ci trovammo davanti al cinema per guardare un film con degli amici, eravamo un bel gruppetto e c’era sempre qualcuno a cui il film deciso a maggioranza non piaceva ma lo guardava lo stesso. Costavano 5 euro i biglietti all’ora, potevi anche fare un sacrificio e passare un paio d’ore in compagnia. La pellicola si rivelò peggiore del previsto per cui decisi di uscire a prendere una boccata d’aria durante l’intervallo. Presi il mio bicchiere con la coca cola, quello con le caramelle e mi diressi verso la porta sopra la quale era ben visibile la targhetta con l’omino illuminato che correva. Una volta fuori mi sedetti su un gradino a fumare una delle mie prime sigarette e in meno di un attimo mi ritrovai accanto il mio amico esuberante che si era accomodato accanto a me. Mi disse che anche a lui quel film non piaceva e che forse saremmo potuti scappare insieme in piazza a prenderci una brioche alla crema piuttosto che rientrare dentro a rompersi le scatole. Mezz’ora dopo avevamo fatto nostra una panchina e ci fermammo solo quando lui iniziò ad appoggiare le mani in punti poco opportuni del mio corpo. Tornai a casa emozionata, era stato il mio primo vero bacio, non uno dei soliti baci “a stampo”, come amavamo chiamarli noi.

Fisicamente ho catalogato quell’episodio come “primo bacio”, emotivamente nessuno aveva mai eguagliato l’emozione di baciare Alex.

Ho impresso nella mente quel momento come una vecchia foto ricordo. Lui che mi prende per un braccio, lui che mi tira verso di se, lui che appoggia le sue labbra sulle mie…tutti scatti di un’unica fotocamera che si susseguono come frammenti di un film. Il mio cuore accelerava, credevo di sentire 120 battiti al minuto, sempre se di minuti si trattava. Successe tutto così velocemente che mi sembrarono attimi.

Da quel momento tutto tra di noi prese una piega diversa. Il nostro rapporto diventò sempre più forte e ogni volta che ci vedevamo di persona invece di limitarci a parlare per sms mi sembrava che la vita volesse darmi gioie che non mi meritavo. No, non me le meritavo…perché ero troppo fragile, troppo stupida, troppo vigliacca per prendere in mano la situazione e dire al mio ragazzo che non provavo più niente per lui. Era colpa mia se io e Alex dovevamo vederci in segreto, se non potevamo passeggiare mano nella mano come gli altri, se ogni volta che chiudevamo gli occhi per baciarci sentivo subito il bisogno di riaprirli per controllare che non ci fosse nessuno intorno.

Purtroppo quel giorno che avevo tanto temuto potesse arrivare, una volta arrivò e si portò dietro tutto l’uragano possibile e immaginabile. Sapevo che sarebbe accaduto prima o poi, sapevo che Alex avrebbe fatto domande e sapevo che i nostri cuori diventavano troppo pesanti quando dovevamo lasciarci per non sapere quando ci saremmo rivisti.

Alex era sempre stato comprensivo con me, non mi aveva mai messo fretta, non si era mai lamentato di niente e in quattro mesi di relazione clandestina c’eravamo solo goduti il nostro meglio, senza pensare ad altro. Ma ormai il momento era arrivato, non potevamo più continuare in quel modo e ne eravamo consapevoli entrambi…un’intera estate era trascorsa e le prime giornate d’autunno portavano con se l’amarezza di un inverno alle porte. Ci sarebbe stata la pioggia, il vento gelido avrebbe reso impossibile vedersi all’aria aperta e dentro i locali era troppo pericoloso andare. Forse sarebbe caduta anche la neve e avrebbe bloccato le strade, come avremmo potuto stare lontani? Come potevamo continuare ad evitare di far sapere in giro del nostro amore? Ma la paura era tanta, troppa, e quando Alex iniziò il discorso mentre io studiavo e lui continuava a intrecciarmi i lunghi capelli, il cuore non potè fare a meno di salirmi fino in gola.

Ero stanca e non lo negavo. Ogni sera prima di andare a dormire controllare sul cellulare di aver cancellato tutti i suoi messaggi, le sue chiamate, ogni sua traccia spariva. Quando capitava che i miei abiti si inzuppavano del suo odore non esitavo a metterli in lavatrice anche se erano puliti e correvo a farmi la doccia se sapevo che dopo cena sarei dovuta andare a casa di Loris.

Si, perché ormai quello che doveva essere il protagonista della mia relazione era passato in secondo piano, era l’amante, l’ostacolo che non mi permetteva, ancora una volta, di raggiungere un livello accettabile di stabilità emotiva.

La lite che si scatenò tra me e Alex in quello che sembrava un giorno qualunque andò a ledere ancora di più quel minimo di pace interiore che ero riuscita a conquistarmi e, una volta a casa quella sera, vomitai tutto il mio malessere nel lavandino.

Continuavano a tornarmi in mente le sue frasi, il suo tono di voce che si alzava e tutte le ragioni del mondo che aveva. Ma lui non sapeva, non poteva sapere cosa mi sarebbe aspettato. Cosa potevo fare? Andavo da Loris e gli dicevo “ehi, senti, ho un amante da cinque mesi. Ti saluto”. Certo, l’inferno sarebbe stato ghiaccio in confronto alla reazione che avrebbe avuto. Ero in trappola, ero prigioniera di me stessa e dei miei respiri troppo corti. Prigioniera di due occhi che mi vedevano come una conquista, un trofeo, un oggetto.

Non sentii più Alex per giorni dopo quella discussione e iniziai a pensare che forse sarebbe stato meglio così per entrambi e anche se in fondo sapevo che non era vero, mi convinsi di non cercarlo, di lasciarlo andare. Ma non ci fu neanche il tempo di mettere il punto dopo la parola “fine”, che un altro finimondo sarebbe scoppiato e avrebbe sconvolto la mia vita, per sempre.

 

In quei giorni c’era in ballo una festa da urlo. Non era una delle classiche feste da ragazzetti al circolino dove la musica è bassa e stacca a mezzanotte, quella era una vera festa e Sara era una delle organizzatrici. Si era messa insieme a un altro dopo che l’amico di Alex le aveva fatto capire le sue intenzioni poco serie e forse anche per questo lei era stata così gelosa quando le avevo raccontato del mio rapporto con Alex. Ma poi tutto era stato chiarito, lei non mi avrebbe persa per questo, e la nostra amicizia non ne avrebbe certo risentito. Questo altro di cui parlo era più grande di noi di un paio d’anni e faceva il PR in una discoteca in città, una di quelle discoteche grandi con più sale che a noi a quei tempi sembravano ancora inarrivabili ed estremamente fighe. Grazie a questo tipo era stato possibile affittare uno stanzone in mezzo al nulla, metterci dentro un DJ con una consolle e ballare finchè le gambe tenevano. O almeno così avrebbe dovuto essere…avevo pensato a questa festa come un motivo di svago, di puro divertimento che annebbiava la mente e uccideva qualsiasi pensiero. Poteva essere così, se solo Loris non si fosse messo di mezzo. Quando glie ne parlai avevo cercato di essere il più risoluta possibile così che non potesse impedirmi di andare come faceva sempre mettendo paletti e minacciando litigate furiose se avessi pensato di non ascoltarlo, ma anche quella volta qualcosa andò storto e abbassai la testa al suo ennesimo “no”. Una volta riattaccato il telefono però ero talmente arrabbiata che le guance e il collo erano diventati rosso fuoco, battevo i pugni sul letto facendo rimbombare le molle del materasso e stringevo così forte da rischiare di infilare le unghie dentro ai palmi. Basta, non ne potevo più di lui e delle sue regole. Per la prima volta in due anni presi la decisione di fare di testa mia, per la prima volta in due anni (a mio rischio e pericolo) disubbidivo.

Tenni muto il mio piano fino alla sera della festa e quando quella sera arrivò mi misi d’accordo con Sara per andare a dormire da lei quella notte. Già dal pomeriggio avevo le mani sudate, respiravo a fatica, sentivo come un masso premere sul mio petto che impediva al torace di espandersi. Ero agitata, visibilmente spaventata, ma convinta di voler andare fino in fondo.

Preparai la borsa e mi diressi a casa di Sara di buon ora, avremmo mangiato insieme una pizza e poi ci saremmo preparate per l’evento. Si prevedeva ballo in maschera, trucco e parrucco richiedevano più tempo del previsto.

Mentre ero intenta a mettermi il mascara davanti allo specchio con una di quelle espressioni buffe e concentrate, il mio telefono squillò, sullo schermo la scritta lampeggiante indicava il nome di Loris. Per un attimo andai nel panico. Cosa stavo facendo? Avevo paura, volevo tornare a casa. Avrei voluto spogliarmi, lavarmi la faccia, infilarmi sotto le coperte e fare finta che niente di tutto ciò fosse accaduto. Ma poi? Sarebbe stata sempre la solita vita e io non volevo più sentirmi un delfino in una boccia per pesci rossi.

Quando Sara vide la mia esitazione nel rispondere mi incoraggiò a premere il tasto e dopo un attimo dall’altra parte della cornetta sentii la sua voce.

“dove sei?”

“da Sara”

“e cosa ci fai da Sara?”

“sono…a dormire da lei stanotte”

“quando me l’hai detto?”

“mi…mi è passato di mente”

Sara nel frattempo mi stringeva la mano libera talmente forte da bloccarmi quasi la circolazione del sangue. Era come se il tempo si fosse fermato, come se ogni parola avesse un peso e le mie parevano pesare chili e chili. Uscivano dalla bocca come tir da una galleria troppo stretta, le labbra si schiudevano appena per paura di dire qualcosa di sbagliato.

“lo so che c’è quella festa stasera, non starete andando lì vero?”

A quel punto il mio cuore si fermò del tutto e per un secondo pensai di svenire.

“No” risposi cercando di mantenere la calma mentre Sara scuoteva la testa da destra verso sinistra e viceversa.

“tu lo sai vero che non puoi andare a quella festa?”

Mi aveva chiamata per nome, non era un buon segno. Sospettava qualcosa, ma ormai era fatta, non potevo tornare indietro.

“certo, stiamo in casa a guardare un film”

“ti richiamerò”.

E senza dire nient’altro riattaccò. Finalmente potevamo lasciar andare l’aria trattenuta fino a quel momento, un sospiro di sollievo era d’obbligo.

Passato un primo momento di sconvolgimento continuammo a prepararci e, pur sapendo che il casco avrebbe rovinato i capelli, pur sapendo che le calze color carne non si mettono quindi le gambe erano nude, pur sapendo che era Ottobre e che quindi non era esattamente un caldo afoso, prendemmo il motorino e ci dirigemmo verso la festa. Halloween aveva inizio.

Halloween è conosciuta come la notte delle streghe, del dolcetto o scherzetto, della paura, lo sanno tutti. Io quella sera me la sentivo addosso più degli altri, mentre eravamo in fila per entrare e accaparrarci il nostro braccialetto fluorescente continuavo a guardarmi intorno e il pensiero era fisso sul cellulare, se avesse squillato e sullo schermo fosse comparso il nome di Loris sarei andata nel panico.

All’interno dello stanzone allestito di tutto punto c’era un Dj davvero notevole che aveva coinvolto tutti e riusciva a far rimanere la maggior parte della gente nel centro a ballare e a scatenarsi, poi c’era chi beveva cocktail casarecci improvvisati, chi fumava non solo semplici sigarette, c’era pure chi non si curava di niente e nessuno e si baciava mezzo nudo sulla porta del bagno, ovviamente fare pipì era impossibile.

L’atmosfera era divertente ma l’aria si stava facendo irrespirabile dentro a quelle quattro mura di cemento così decisi di andare a procurarmi un altro drink per poi uscire a prendere una boccata d’aria. Stavo per avvertire Sara delle mie intenzioni quando sentii vibrare il telefono dentro la piccola tasca sul seno prevista dal mio costume da Alice in Wonderland.

Mi precipitai ad appoggiare una mano sul petto e quando fui sicura che quella vibrazione era davvero il mio cellulare e non era data dalle enormi casse con la musica a tutto volume, lo estrassi per rispondere. Il nome che apparve lampeggiando portò via ogni sorta di ansia e, facendo segno a Sara di seguirmi portandosi dietro anche i bicchieri pieni di qualsiasi schifo potessero contenere, mi diressi verso l’uscita.

“Ciao”

“ciao a te” la voce di Alex inondò le mie orecchie e un brivido mi percorse la schiena.

“come stai?”

“bene, volevo sapere cosa stai facendo…ma prima, tu come stai?”

“bhè, sto bene anche io!” molto meglio avrei detto, dopo aver sentito le sue parole “sono ad una festa” continuai.

“che tipo di festa?”

“una festa…in maschera!” scoppiai a ridere insieme a Sara che nel frattempo aveva sistemato i cocktail su un tavolo da giardino improvvisato. Ci sedemmo su sue sedie fatte di pancali di legno e brindammo alla nostra.

“cosa ne pensi se ti raggiungo?”

La mia riposta è scontata, prima di riattaccare il telefono mi disse “mezz’ora e sono da te”.

Come potevo resistere? Non potevo. L’ultima volta ci eravamo lasciati in silenzio, tristi, condannati. Mi era mancato anche se non volevo ammetterlo a me stessa e quella poteva essere l’occasione buona per dirglielo.

La strada era buia così come il pezzo di campo nel quale io e Sara ci eravamo accampate a bere in santa pace. La musica troppo alta ci aveva stancate e poi a un certo punto di una serata alcolica è sempre bene prendere aria altrimenti nessuna delle due sarebbe stata in grado di guidare il motorino per tornare a casa. Iniziammo un discorso poco sensato, ridevamo facendo gesti con le mani troppo ampli e ad un certo punto Sara si alzò dalla sedia per imitare una famosa cantante mentre ballava muovendo il bacino nel video del suo pezzo che sarebbe presto diventato un tormentone.

Non so quanto tempo fosse trascorso dalla fine della mia telefonata con Alex, fatto sta che in lontananza vidi arrivare i fari di un’auto, più si avvicinava più io e Sara strizzavamo gli occhi già spaesati per colpa dell’alcool. Le luci erano accecanti, ma non ci misi molto a capire che quella non era la macchina che aspettavo. D’un tratto sgranai gli occhi e sentii i denti battere ma non per il freddo…le pupille si dilatarono, il cuore iniziò la sua maratona di battiti e pensai di sentire le gambe cedere quando dallo sportello del guidatore a scendere fu Loris.

 

La macchina fotografica è uno strumento che mi ha sempre affascinata. Ovviamente non per la forma o i materiali di cui è solitamente composta, ma per lo straordinario potere che ha di immortalare i momenti di vita vissuta e non lasciarli andare mai più. Quando ero piccola me ne avevano regalata una usa e getta, di quelle col rullino che poi porti a sviluppare dal fotografo…adoravo quella macchinetta, adoravo usarla ogni volta che potevo e ogni volta qualcosa attirasse la mia attenzione finiva subito lì dentro: paesaggi, animali, parenti, la mia stessa faccia con mille espressioni buffe continuava a comparire nelle buste delle fotografie pronte. Adesso che esistono le macchine digitali c’è molta più libertà nello scegliere i soggetti, nello scattare a random senza un vero obiettivo, nello “sprecare” clic e forse questo ci rende più spensierati e meno taccagni quando andiamo a scattare, ci permette di non fare economia e di sbizzarrirci come ci pare. Nonostante questo però, c’è chi ancora si sofferma sui dettagli e ci pensa bene prima di premere quel tasto. C’è chi ha una passione, una di quelle passioni che se non la scarichi in qualche modo ti logora dentro e quindi trovi sempre un po’ di tempo libero per soddisfare le tue voglie. Una di queste persone era Alex. Non c’era un giorno che fosse uno che non portasse con se la sua fedele amica e che non la mettesse a disposizione pronta all’uso. Ci teneva tantissimo e la trattava come una figlia, tanto che a volte avevo quasi timore a toccarla…Ogni qualvolta ce ne fosse stata l’occasione lui metteva a fuoco, sorrideva e durante lo scatto si poteva sentire il classico rumore di una foto andata a buon fine. Ne avevamo mille insieme e continuavamo a riguardarle per poi crearne sempre di nuove, senza saperlo stavamo creando il nostro album. Le fotografie sono un po’ come i libri, devi leggerle con attenzione per capirne il significato.

 

Ciò che successe dopo che i mie occhi incontrarono quelli di Loris quella dannata sera infatti, è racchiuso nella mia mente come una serie di fotografie poco chiare, di quelle che ci metti il dito davanti mentre scatti oppure quelle fatte in mezzo alla nebbia e non vedi niente.

Ricordo che, dopo un primo attimo di panico, vidi Loris avanzare verso di me. A quel punto non so cosa mi successe…non so se è stata colpa dei drink, di quei due o tre spinelli, del pensiero di volermi liberare di lui una volta per tutte, ma mi feci coraggio. Mi sentivo un leone mentre anch’io a mia volta camminavo verso di lui trattenendo il respiro e una volta arrivati l’uno di fronte all’altra rimasi in silenzio, pronta al contrattacco.

“ti avevo avvertita” mi disse stringendo le arcate dentali e piegando la testa di lato come era solito fare quando era arrabbiato.

“non mi interessa. Io ti lascio”.

Non l’avessi mai detto…Si disinteressò completamente di Sara, degli altri ragazzi che erano scesi nel piazzale a fumare, di chiunque altro lo stesse guardando e poi, ovviamente, si disinteressò anche di me e sferrò il suo primo schiaffo. Di solito faceva male, avevo già provato quel dolore, ma quella sera faceva più male del solito. Mi stava umiliando, mi stava deridendo, stava reclamando ancora una volta il potere che aveva su di me e ancora una volta mi stava silenziosamente sussurrando “sei mia e di nessun’altro”.

Mi strattonò, mi spinse, mi afferrò per un polso e continuava a tirarmi verso la maniglia dell’auto per spingermi sempre più verso lo sportello posteriore. Dovevo resistere, non potevo salire, non potevo permettermelo…il mio corpo non avrebbe retto, la mia psiche era esausta.

Alla fine Loris, che era ovviamente più forte di me, riuscì a portarmi davanti allo sportello e lo aprì per spingermi dentro, fu in quel momento che alzai un gomito e lo colpii sul costato ottenendo un gemito di dolore, ma non fu abbastanza. Tra le urla di Sara che chiedeva aiuto invano mentre tutti erano rientrati dentro allo stanzone non curanti di cosa stesse succedendo, Loris prese tra le mani la mia testa e senza pensarci due volte la sbatté con forza sulla carrozzeria dell’auto facendomi cadere a terra.

Da lì in poi solo una luce bianca, delle urla che non erano le mie e il buio.

 

Quando ripresi finalmente conoscenza stavo viaggiando. Ero distesa sul sedile posteriore di un’auto che profumava di cannella e fuori era ormai notte fonda, dal finestrino vedevo scorrere veloci e illuminati file e file di lampioni. La testa mi faceva male e continuava a martellarmi dentro un dolore tale da non riuscire nemmeno a tenere gli occhi aperti, provai ad alzare una mano per toccarla e sentii per mia fortuna che i capelli non erano inzuppati di sangue. Al posto di guida un angelo, il mio angelo.

Una volta arrivati Alex scese dalla macchina e andò ad aprire una grande porta argentata, sembrava quella di un garage. Tornò indietro e mi prese tra le braccia, una volta dentro mi adagiò su qualcosa di morbido e comodo poi, dopo aver richiuso la porta alle sue spalle, accese una lampada a parete e capii immediatamente che non si trattava affatto di un garage…forse lo era stato in passato, adesso era una piccola taverna. Mi guardai intorno distratta: il caminetto che avevo di fronte era circondato da pietre che lo incorniciavano, sulle pareti color albicocca c’erano appesi dei quadri e delle fotografie di bambini felici, sul piano della piccola cucina in legno Alex era intento a preparare una moka per due.

“ti va un caffè?” mi chiese gentile.

“sono le quattro”

Ma lui ormai aveva già acceso i fornelli, quella domanda era una delle tante superflue che ogni tanto gli piaceva porre.

“in realtà” continuai tastandomi addosso in cerca del mio telefonino “vorrei solo che tu venissi qui accanto a me”.

Si sedette sul divano con in mano le due tazzine e me ne porse una poi si alzò di nuovo per aprire la tasca del suo giubbotto e tirar fuori il mio cellulare.

“devo chiamare Sara” esordii provando ad alzarmi in piedi, ma qualcosa cedette e mi costrinse a rimettermi seduta.

“ho già provveduto a mandarle un messaggio” mi informò Alex mentre mi prendeva la tazzina vuota dalle mani e si accingeva ad appoggiarla sul marmo del lavandino “sta bene, dice che inventerà una scusa a sua madre per giustificare la tua assenza domani mattina”.

Io poi avrei dovuto trovare una scusa plausibile per la mia di madre, ma in quel momento non mi importava.

“ ho paura Alex” gli confidai lasciandomi andare all’emozione.

“non devi averne. Non può più farti del male ora”

“si che può, io so che ne sarebbe capace! Sa dove abito, potrebbe venire a cercarmi a casa…potrebbe andare a cercare Sara per vendicarsi o peggio, potrebbe cercare te!” Parlavo tra i singhiozzi e le lacrime che mi sgorgavano dai miei due occhi stanchi quasi impedivano di far capire cosa stessi dicendo. Ero esausta, la testa mi scoppiava e quel pianto ininterrotto certo non migliorava la situazione. È stato a quel punto che Alex mi strinse a se più di quanto stava già facendo, mi passò le mani sulle guance e poi su tutto il volto come una sorta di veloci carezze che portavano via tutto il bagnato. Ruotò il suo corpo verso di me, mi prese la testa tra le dita ed appoggiò la sua fronte contro la mia strusciando il naso contro il mio mento e sussurrandomi “basta” per farmi smettere di piangere. Non disse nient’altro ma io capii, il mio incubo era finito…non c’era più bisogno di nascondersi adesso, avrei potuto stringerlo, avrei potuto prendergli le mani, avremmo potuto incontrarci in un bar e saremmo potuti uscire insieme per prendere un gelato, per giocare a bowling, per fare qualsiasi cosa avremmo voluto fare.

Non dovevo più temere il buio finchè avrei avuto accanto la mia luce e mentre lui mi spogliava da quella maschera lasciando il mio corpo nudo e fragile sotto il suo sguardo, mi baciava sopra i lividi.

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