Guerriero

Era una giornata cupa, una come tante.

Dai caminetti delle case usciva il fumo della legna arsa e fuori era freddo, un freddo secco ma pungente che la pelle nuda non avrebbe sopportato tanto facilmente.

Anche se ormai Martin ci aveva fatto l’abitudine, le pesanti gocce sbattevano forti contro le tegole e dalla stanza così silenziosa se ne sentiva perfettamente l’invadente rumore.

Era solo, anche stavolta.

Tutti se ne erano andati e l’orario di chiusura della biblioteca per ragazzi si stava avvicinando.

Era venerdì, e il venerdì era sempre un giorno triste per lui, voleva dire che non sarebbe più potuto tornare in quel posto dopo la scuola per almeno due giorni.

Se poi lunedì era l’otto dicembre, festa dell’immacolata concezione, i giorni da far trascorrere erano tre.

Tre lunghe giornate chiuso in casa, lui e i suoi genitori… lui e basta.

Erano ore che leggeva quel fumetto, dopo poche pagine sarebbe finito e sapeva che se non si fosse sbrigato la bibliotecaria sarebbe andata a scovarlo nell’angolo dietro lo scaffale più alto e non gli avrebbe mai dato un altro fumetto da leggere se prima non avesse lasciato quello che aveva già.

Ma non era facile arrivare in fondo, si era fissato su quella pagina e i suoi occhi sembravano non volersi scollare da lì.

C’era raffigurato un uomo, ma non uno come tanti.

Era alto, snello, con una tuta nera che gli copriva il volto.

La sua maschera non era particolarmente significativa e nemmeno il suo modo d’esser disegnato, ma Martin sapeva che era speciale.

In mano teneva una spada, era quella a renderlo forte e rassicurante, la impugnava con tutte e dieci le dita all’altezza del petto e sotto di essa, in un piccolo quadrato bianco, spiccava una scritta scura: IO SONO UN GUERRIERO.

Martin sorrise e decise che non era ancora il momento per lasciare il fumetto al suo posto, doveva portarlo con sè, così lo strinse al petto e si diresse verso l’uscita.

“chissà com’è bello essere un guerriero” pensava tra sè mentre salutava sorridendo l’anziana donna in portineria “nessuno può ferirti”.

Percorse il lungo corridoio che portava alla grande porta principale: era a vetri e molto pesante da aprire.

Ma non fece in tempo ad arrivare in fondo, poco prima del banco di legno in cui si segnano i nomi di chi entra e chi esce, c’erano due facce ben conosciute ad aspettarlo.

Indugiò un attimo prima di proseguire, ma sapeva che non sarebbe servito a molto, sarebbero stati loro ad andare verso di lui.

I due ragazzi avevano lo zaino sulle spalle anche se quella mattina a scuola non ci erano andati, indossavano i soliti jeans larghi che lasciavano intravedere la maglietta incalzata dentro, il tutto contornato da una felpa con cappuccio, che messo sopra la testa faceva ancora più “bullo” di quello che erano già.

Uno di loro, quello biondo coi capelli più lunghi e la faccia da piccolo teppista, era sempre stato il capo della mini-banda, mentre l’altro, quello castano coi capelli ritti e gli occhi a pesce lesso, era solo lo scagnozzo di turno.

Avevano preso di mira Martin fin dal primo giorno di scuola.

Forse perché erano più grandi e popolari, forse perché lui era fragile e troppo ingenuo per reagire alle loro provocazioni, forse perché portava con se un ombrello rosa e la loro offesa preferita era “finocchio”.

Sghignazzavano mentre guardavano la paura negli occhi di Martin ancora una volta, lui aveva sempre cercato di evitarli o di rifugiarsi in qualche luogo affollato, ma stavolta la via d’uscita era possibile solo passando tra le loro mani.

Trascorsero pochi secondi prima che il biondo iniziasse a deriderlo tirandogli via la sciarpa dal collo, prima che il fumetto che stringeva al petto fosse usato come una specie di palla tra i due e finisse a terra stropicciato.

Martin si precipitò a raccoglierlo, teneva troppo a quel fumetto per lasciare che venisse sciupato in qualche modo, e una volta oltrepassata la linea di confine non ci pensò due volte a prendere la porta e correre verso casa mentre i due alle sue spalle continuavano a ridere, ridere di lui.

La piazza era deserta e l’ombrello rosa di Martin non ce la faceva a stare aperto tanto era il vento che tirava.

Lungo il ponte sopra il fiume viaggiavano le auto dei pendolari di ritorno a casa da lavoro, sicuramente in una di quelle auto c’era suo padre, ma sarebbe stato troppo distratto per vederlo camminare sul ciglio e dargli un passaggio.

Il cielo piangeva ancora quando Martin arrivò alla porta di casa sua, e all’orizzonte ormai la linea dell’imbrunire era sparita del tutto lasciando posto al buio.

Forse in quelle auto che aveva visto prima sul ponte suo padre non c’era, in realtà.

Era tornato prima da lavoro quella sera, era già in cucina a parlare con sua madre.

A urlare a dire il vero, si urlavano addosso come anatre impazzite e lo starnazzare cessava solo dopo che Martin buttava lo zaino per terra facendo sbattere le ruote sul pavimento per farsi sentire.

Credevano che fosse stupido, ma lui certo non lo era, sapeva benissimo che una volta che fosse salito in camera sua al piano di sopra, avrebbero ricominciato la loro guerra.

Ci voleva lui, se quella era una guerra e Martin voleva sopravvivere, ci voleva il suo guerriero a proteggerlo. Stava seduto sul letto con la gamba sinistra accavallata alla destra in modo da far stare il fumetto in pari sulle sue ginocchia. Lo guardava, guardava le scenette susseguirsi una dopo l’altra e in ogni pagina compariva quell’uomo con la spada.

Aveva tanto voluto che fosse lì con lui.

Dopo un’alzata di sguardo seguendo con gli occhi un rumore sospetto, si voltò verso la finestra alle sue spalle e lui era lì, immobile, ad osservarlo.

Martin si alzò di scatto dal letto e respirò forte cercando di non chiudere le palpebre per paura che, una volta riaperte, lui sarebbe sparito, ma questo non successe.

Continuarono a fissarsi per alcuni istanti, il guerriero teneva lo sguardo fisso davanti a sè al di là di quella sua maschera trasparente, mentre Martin muoveva su e giù la testa per seguire il suo profilo.

Era proprio uguale, la sua tuta nera spiccava su tutto, assomigliava a un power ranger come quelli che suo nonno gli comprava da piccolo, ma non era proprio uguale.

Questo guerriero era vivo, era accanto a Martin e quella notte faticò ad addormentarsi per paura di perderlo.

La mattina arrivò come tutte le altre, ma era sabato e la scuola non c’era.

Quella mattina era diversa, Martin si vestì e prima di scendere indossò il cappotto, ma come avrebbe fatto a passare inosservato davanti a sua madre tenendo il guerriero per mano come un amico di vecchia data?

Decise di provare, magari sua madre non si sarebbe accorta di niente, l’avrebbe salutato senza alzare lo sguardo dal suo libro preferito, senza alzarsi dal divano per controllare se la cartella era pronta, se la merenda era nella tasca interna, dimenticandosi che le lezioni sarebbero riprese solo il prossimo martedì, per dare a Martin un bacio di “buona giornata”.

Una volta in strada nessuno si accorse di lui, ma a lui non importava.

Girava per la città per mano a un guerriero in nero, e allora? Era libero di aprire il suo ombrello rosa anche in presenza dei bulli, tanto il guerriero l’avrebbe protetto.

Si sentiva forte, sicuro di se, si voltava in continuazione ruotando la testa di 180° per osservare meglio quella strana figura che gli camminava accanto.

 

Presto fu l’ora di pranzo e Martin ordinò una coca cola grande al fast food, si sedette ad un tavolo col suo guerriero di fronte e non si preoccupava minimamente di ciò che avrebbe pensato la gente, a partire dalla cassiera, vedendolo sorridere tra un sorso alla cannuccia e l’altro.

Se c’era una cosa della quale Martin aveva davvero terrore ogni volta che percorreva la strada per arrivare alla biblioteca era la galleria.

Non era altro che un sottopassaggio pedonale, un buco di cemento che conduceva da una parte all’altra della strada per non dover attraversare sopra, tra i pericoli delle macchine in corsa.

Nemmeno Martin sapeva bene il perché, ma ogni volta che ci passava nel mezzo correva il più velocemente possibile verso la luce alla fine del tunnel, cercando di passare tra goccia a goccia, tra i rigoli d’acqua che sgorgavano dalle pareti.

Si fermarono all’entrata, Martin si preparava a prendere fiato e scattare, ma il guerriero gli mise una mano sulla schiena e, prendendolo per mano, superarono insieme le sue paure.

 

Da quel momento furono inseparabili, ogni giorno Martin camminava a testa alta tra i banchi di scuola, rimaneva seduto a tavola durante i pasti anche se i suoi litigavano, attraversava la galleria come se niente e nessuno potesse più infondergli terrore, le mani del guerriero sulle sue piccole spalle sembravano renderlo immune da ogni attacco che la vita riservava per lui.

Il compito del guerriero adesso era giunto al termine, per lui era l’ora dell’ultimo saluto a quel bambino diventato grande in così poco tempo.

Percorsero la lunga scalinata che portava al piazzale delle luci in una giornata d’inverno in cui le foglie sugli alberi erano ormai già tutte cadute e la nebbia calava sulla pelle come pioggia, ma pioggia non era.

Arrivarono in cima e, là dove il panorama lasciava senza fiato per la troppa bellezza, il guerriero cinse Martin per le spalle e recitò nella sua mente una promessa prima di lasciare la presa e sparire: avrebbe vegliato sul bambino per sempre.

Martin si voltò con un movimento repentino del collo, ma del guerriero non c’era più traccia.

Era scomparso nel nulla, lasciando dietro di sè soltanto il gelo e Martin all’improvviso si sentì triste.

Provò a chiamarlo in preda al panico, guardò a destra, poi a sinistra e poi in alto sperando di vedere lo scuro mantello aleggiare nell’aria, accostò le mani alla bocca per dirigere meglio il suono e gridò a squarciagola fino a che la sua voce non fece eco nel vuoto, ma il guerriero non sarebbe tornato.

Quella sera, prima di andare a dormire, Martin guardò la sua immagine riflessa nello specchio.

Spostò i capelli da un lato, non riconosceva se stesso: era cambiato, non aveva più timore adesso, doveva affrontare i suoi fantasmi, nessuno l’avrebbe più ferito.

La palla rimbalzava sul parquet della palestra e il rumore rimbombava ancora più forte quando raggiungeva il canestro e lo faceva tremare.

“eccolo!” disse il biondo indicando Martin che andava verso di lui con aria tronfia e convinta. Doveva affrontarlo, non poteva più sopportare le ingiustizie, se l’era promesso: niente più ferite. Si fermò proprio di fronte a lui mentre l’altro ragazzo lo accerchiava schiacciandosi contro l’amico per dargli manforte.

Martin era più basso e guardava il biondo dal basso all’alto.

Le sue labbra erano strette, ma dai suoi occhi non trapelava alcuna ansia o paura.

Era arrivato il momento, non poteva tirarsi indietro, il cuore batteva forte ma doveva farlo, era lui il vero guerriero adesso.

Così, mentre il ragazzetto biondo continuava a gonfiare il petto, Martin sferrò il suo attacco: l’abbracciò.

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