Il nido delle coccinelle

Qualcosa di noi

Mi preparavo per uscire in una fredda mattinata d’inverno dove la scuola mi aspettava come in un qualsiasi altro giorno dell’anno.

L’unica cosa che mi consolava quando la voglia della solita routine scarseggiava, era la speranza che le ore passassero svelte e che le vacanze, soprattutto quelle invernali, arrivassero in fretta, molto più in fretta di quanto la neve cadeva lenta e si scioglieva piano piano sul davanzale della mia finestra. Mi affacciavo spesso e ogni volta vedevo il vetro appannato su cui amavo scrivere lasciando innumerevoli ditate per cui sapevo che mia madre si sarebbe molto arrabbiata.

Le 7.30 erano già passate da un po’ ed ero sempre più in ritardo, aprii l’armadio per mettermi in dosso la prima cosa che trovavo e scesi veloce le scale senza neanche un filo di trucco sul volto che ormai aveva perso quasi tutta l’abbronzatura dell’estate passata. Il caffè bolliva nella moka e sapevo che mi sarei scottata nel berlo troppo velocemente quindi passai oltre e uscii di casa addentrandomi nella neve già abbastanza alta per lasciare le orme nere e fonde degli scarponcini.

Non ero felice quel giorno, ma nemmeno triste, cercavo di correre come meglio potevo perché sapevo che dopo 500 metri scarsi c’era lei alla fermata dell’autobus, tutta infreddolita e con le sue gotine rosse che mi aspettava e mi rimproverava per i miei soliti ritardi.

Lei, Desy, la mia migliore amica. Si può chiamare davvero Amica con la a maiuscola lei, di quelle che le trovi all’asilo nido e non le lasci più.

Non ricordo la prima volta che la vidi, ero troppo piccola, ma ricordo la prima frase che mi disse: <<giochiamo insieme?>>.

Semplice, pronunciata con la vocina sottile di  una bambina di appena 3 anni, mora, con gli occhi scuri come l’oceano e quel rossore sulle guance che dopo 18 anni la accompagna ancora. Ero una bambina anch’io, solo un po’ più cicciotta, e come avrebbe fatto qualsiasi altra bambina risposi <<si>>, con la voce impastata di chi non pronuncia ancora bene tutte le parole.

Non lo sapevamo ma da quel momento io e lei siamo diventate noi.

Come previsto mi affacciai appena in tempo per vedere il veicolo arancione che incombeva da dietro la curva, la lotta per i posti ormai l’avevo persa quindi salii col fiatone e i capelli tutti scompigliati e mi andai a sedere vicino a lei con la testa bassa, lei col viso imbronciato.

<<possibile che non riesci mai a svegliarti in tempo per riuscire a fumare una sigaretta prima che passi l’autobus?>> io zitta, il labbrino pendulo.

<<ok dai, la fumiamo quando arriviamo a scuola!>> sorriso, il peggio era passato.

Sapevo del suo carattere un po’ “tumiturbi” ma infondo non era cattiva ne egoista, anche se agli occhi altrui poteva benissimo sembrare la classica stronza solo chi la conosceva bene come me poteva capire quell’animo buono.

<<buongiorno anche a te Desy!>> dissi in tono scherzoso, <<oggi c’è compito di storia, non ho fatto nemmeno in tempo a ripassare ieri, sono stata tutto il giorno a cercare di convincere mia madre su tu sai cosa!>>

“tu sai cosa” merita una spiegazione: ultimo anno di scuola, ultimo anno di cazzate e divertimento prima della famosa maturità che tutti sperano di superare ma che nessuno acquisisce nel vero senso della parola, noi eravamo due che proprio di maturità non ne volevamo sentir parlare, infatti quella frase che può nascondere migliaia di significati stava a indicare una sola parola: piercing!

Già, avevamo deciso che se fossimo state promosse saremmo andate a fare la cinquantesima cosa speciale insieme, speciale perché farsi un piercing sulla lingua non è mica da tutti.

<<bhè e allora che ha detto?>>

scuotevo la testa <<la solita cosa “vedremo”>> sbuffavo e mi preoccupavo, non del piercing, del 3 a storia…

Sempre la solita classe, in prima eravamo ventinove, adesso siamo in dodici, una bella cernita per una scuola con la nomea di nullafacenza totale. Non lo nego, a volte la nullafacenza c’era eccome, il prof di diritto per esempio era una specie di avvocato fallito che non sapeva dove mettere le mani per insegnarci qualcosa che avesse a che fare con la legge, una tragedia a pensare che tra meno di 7 mesi avremmo avuto l’esame di stato, ma in certi momenti questa era la cosa più bella del mondo. Una volta, per esempio, avevamo avuto 3 ore di italiano e dopo essere arrivate alla quarta senza fiato, l’unica cosa che ci consolava era proprio la presenza del nostro semi-avvocato che come ogni volta si mise a leggere il giornale e noi…in giro per la scuola.

Fu quel giorno, quel giovedì di una settimana qualunque, che io e Desy conoscemmo Leo.

 

Piacere, Leo

Non avevo voglia, avrei mille volte preferito stare seduta al mio banco con i piedi sulla sedia di qualche povero compagno, magari senza scarpe, ad ascoltare musica o ancora meglio ad ascoltare tutte le cavolate che la dentro regnavano da sempre, insieme a pettegolezzi, offese e chi più ne ha più ne metta.

C’era qualcuno che durante le ore del dolce-far-niente se ne andava direttamente, cercava di superare il cancello per uscire e tornare quando sarebbe suonata la campanella, qualcuno girellava frescheggiando e svaligiando macchinette di merendine, qualcun altro invece rimaneva in classe perché era il classico secchione che, se proprio non c’era niente da fare, spiaccicava la faccia sui libri e si avvantaggiava per i giorni seguenti.

Io non ero così, detto sinceramente non me ne fregava proprio niente di avvantaggiarmi su compiti che avrei potuto copiare la mattina dopo o su una tesina che mi sarei ridotta ad ultimare poco prima dell’esame, ciò che mi fermava in realtà erano le scale. Mio Dio, cinque rampe di scale da scendere e poi risalire in quella sede che tra un po’ cadeva a pezzi, che palle solo a pensare di doverle fare 4 volte al giorno oppure 6, se c’era l’ora di ginnastica.

Ripeto, non avevo voglia, ma lei aveva su di me un potere che non potevo controllare e, oltretutto, mi dava di “secchioncella scansafatiche” se provavo a proporre di non uscire, almeno una volta. Quando la prof di italiano spiccicò finalmente il sedere da quella sedia che ormai aveva preso la sua forma, Desy  mi trascinò fuori con o contro la mia volontà e nonostante il freddo ci ritrovammo a fumare come turche nel nostro posto segreto. Che poi segreto non era più.

<<non ho detto che non volevo venire, ho detto solo che non avevo voglia di stare a gelarmi le palpebre>> brontolavo mentre il naso diventava sempre più freddo.

<<e ciò è uguale a dire che non volevi venire,! Ma dai, dopo tre ore di quella strega ci voleva un minuto di relax!>>

<<aspetta un attimo!>> dissi interrompendola, <<hai sentito quel rumore?>>

Il nostro posticino ala fumatori era imboscato in un punto morto della scuola, precisamente dietro la siepe sulla sinistra appena oltrepassato il cancelletto che portava alla palestra. Eravamo sicure li, perché sapevamo dove gli altri si riunivano con le loro sigarette e perché per arrivare nel punto di vedetta c’era un muro alto più o meno un metro. Impossibile, avrei detto, ma non improbabile che qualcuno ci scoprisse.

<<quale rumore scusa, quello delle foglie? Sarà il vento…>>

Il cuore mi batteva forte in gola, se un qualsiasi professore o ancora peggio il preside ci avesse visto lì nel bel mezzo della lezione e in più con la sigaretta accesa non si sa che razza di caos sarebbe successo, ma sapevo sicuramente che sarebbe scattata una salatissima multa.

Il rumore intanto continuava.

<<vuoi aguzzare un attimo l’udito? Qualcuno sta salendo, me lo sento!>> provai e riprovai a dare una svegliata a Desy pensando che mi avrebbe aiutata a trovare una scusa plausibile, un alibi, un compromesso o che magari avrebbe escogitato qualcosa per nascondersi in mezzo alla siepe piena di rami (che sarebbero andati a conficcarsi nei nostri occhi) in caso di pericolo, ma lei non voleva ascoltarmi…spensi la sigaretta strusciandone la punta sul muro e lasciando un visibile segno nero carbone ed annusai la mia maglia tirandone su il colletto con entrambe le mani, ero sul punto di dire che sarei andata a vedere chi o cosa fosse a provocare tutto quello scartoccio quando, proprio mentre stavo mettendo giù un piede per infilarlo nell’insenatura e scendere, le foglie della siepe si aprirono come le acque di Mosè e lasciarono intravedere la sagoma di un volto. Non sapevamo che fare, l’unica era provare a scappare, ma dove? Panico.

<<ragazze…scusate non sapevo che ci fosse qualcuno qui!>> la voce tranquilla e giovanile ci rassicurò e vedemmo spuntare dalla marmaglia di verdi foglioline un ragazzo alto quasi il doppio del muretto che, con la faccia compiaciuta, ci guardava e ridacchiava.

<<scusa chi sei? Come hai fatto a trovarci?>> la gentilezza di Desy lasciava un po’ a desiderare

<<e dai Desy, ci si comporta così con gli ospiti?>> riuscii a dire appena dopo aver realizzato che potevo ridare fiato ai polmoni <<Vieni, sali su>> con un balzo riuscì a raggiungerci e si accomodò sull’unico spazietto rimasto vuoto.

<<allora, come hai fatto a scoprire questo posto?>> chiese la mia amica un po’ più carinamente.

<<non lo so, ero qui che giravo per il giardino e ho sentito chiacchierare qualcuno, così ho pensato di vedere da dove provenivano le voci. Ma voi a proposito, che ci fate qui?>>

Non era un rappresentante d’istituto, quello era chiaro, e oltretutto era anche gentile, un gentile fumatore.

<<qui noi veniamo a fumare nelle ore di diritto, non sappiamo mai come passare il tempo. E tu?>> <<più o meno la stessa cosa, ma vengo nelle ore di matematica, questo dimostra quanto la scuola si occupi della qualifica dei nostri professori!>>

<<già…siamo in quinta e non sappiamo nemmeno se arriveremo all’esame con le informazioni necessarie per superarlo…ma poi questa cosa che il preside non vuole farci fare più assemblee non mi piace, dovrebbe essere un nostro diritto no?>> pur di perdere tempo Desy applicherebbe diritti a qualsiasi cosa.

<<giusto,>> rispose il ragazzo senza nome <<comunque penso di avervi già visto, siete all’ultimo piano vero?>>

<<esatto>> risposi <<e dovremmo tornarci prima che suoni la campanella>>.

Scesi dal muretto senza aggiungere altro e aspettai che la mia compagna d’avventure mi seguisse ma dovetti voltarmi parecchie volte indietro prima di vederla uscire dal rogo di foglie perché adesso ero io che dovevo trascinare lei.

<<allora ci vediamo in giro>> disse Desy prima di scendere.

<<certo,>> rispose lui <<comunque piacere, mi chiamo Leo>>.

 

Tanti piccoli puntini

Lo stesso giorno ci ritrovammo a casa mia come ogni pomeriggio sperando di riuscire a studiare qualcosa senza ritrovarci a parlare a vanvera di cose futili, ma così, ovviamente non fu.

Desy arrivò puntualissima e negli occhi le vedevo qualcosa di diverso, non era la solita non voglia di stare sui libri, era qualcosa di più. Qualcosa di profondo.

Ci sedemmo al tavolo della cucina, mia madre era a lavoro.

<<dimmi cos’hai prima di iniziare a studiare così ne parliamo tutto in una volta>> le dissi, ma non mi guardava e non emetteva respiro.

<<Desy c’è qualcosa che non va?>> d’un tratto alzò la testa come qualcuno che si è appena svegliato da un sogno quasi reale.

<<parli con me?>>

<<bhè visto che ci sei solo tu qui dentro penso di parlare con te si…>>

<<scusami, oggi sono pensierosa, ho in testa lui e non vuole andarsene>>.

Lui. Questa parola, seppur di tre semplici lettere mi preoccupava un po’, l’ultimo lui che la mia mente riusciva a ricordare era stato all’età di 15 anni e sinceramente non mi faceva molto piacere che il ricordo di quel ragazzo che aveva fatto tanto soffrire la mia migliore amica vagasse libero nei miei pensieri. “basta” mi aveva detto a suo tempo “l’unico ragazzo di cui mi innamorerò d’ora in poi sarà solo quello giusto”. È così in effetti è stato, in discoteca, al pub o in giro per le vie del centro non c’era mai stato un altro che fosse durato più di un’ora, fino a quel momento per lo meno…

<<ti riferisci a quel Leo di stamattina?>> le chiesi tornando alla realtà.

<<già, non so scordare i suoi occhi azzurri, la sua voce, non posso fare niente di sensato perché tutte le idee si affollano su quel volto chiaro e sorridente. Mari, stavolta è davvero una tragedia>>

Non sapevo che dire, mi preoccupavo per lei certo, ma l’unica cosa che speravo non trasparisse dalla mia espressione sicuramente attonita era la profonda gelosia che in quel momento mi inondava il cuore. Eravamo sempre state io e lei, solo noi due e nessun’altro, come due fusti d’edera che percorrevano insieme quella pietrosa arrampicata, il pensiero di una terza persona mi scuoteva l’anima troppo forte.

<<se vuoi andiamo nella casetta e ne parliamo, ti va?>>

La casetta era personale. Era il nostro nido, un punto di ritrovo per i pensieri miei e suoi o solo miei,  era una specie di baracca di legno con tanto di materasso, stufina per l’inverno, una finestra che dava su un enorme prato e soprattutto un portacenere sempre a portata di mano. I miei non sapevano ancora del mio piccolo vizio che ormai mi seguiva da 4 anni, quindi in situazioni di quel genere ci rinchiudevamo li senza rischi di essere colte in fragrante.

<<cosa pensi di fare quando lo vedrai domani a scuola?>> le chiesi con aria troppo calma mentre toglievo un po’ di polvere dal letto improvvisato.

<<non lo so, lo saluto, come fanno le persone normali, tu che faresti?>>

<<dipende>>

<<da cosa?>>

<<da quanto ti interessa e da quanto pretendi da lui>> non ero falsa, volevo davvero cercare di farla tornare in se.

<<tanti piccoli puntini neri>>

<<cosa? Pretendi da lui tanti piccoli puntini neri?>> non capivo il senso.

<<ma no, sciocca! Guarda lassù su quell’angolo, ci sono tanti piccoli puntini neri, cosa potrebbero essere?>>

Alzai la testa e in effetti nell’angolo più nascosto proprio in cima al soffitto c’era un mosaico immobile di puntolini appiccicati uno sopra l’altro.

<<non ne ho idea, saranno ragni?>>

<<ti prego!>> esclamò Desy inorridita <<non dirmi che sono davvero ragni, lo sai che ho il terrore!>>

Mi ricordai in quel momento di un episodio successo molto tempo prima, in giardino alle scuole elementari. Dopo pranzo, soprattutto nella stagione bella tra la primavera e l’estate, le maestre erano solite a portarci fuori a giocare un po’ prima di rientrare in classe. Un giorno io e Desy stavamo sedute sopra lo scivolo, uno di quelli con il tettino di legno fatto a casina con un pianerottolo sul quale si poteva rannicchiarsi e spettegolare. A un certo punto un ragnetto grande quanto un unghia le era passato leggermente accanto scendendo da una tavola di legno, io la avvertii dicendole di voltarsi, non lo avessi mai fatto! Quando vide l’animaletto che le camminava vicino emise un urlo lancinante e inizio a scappare scorrazzando per tutto il giardino e rischiando di cadere dallo scivolo, al che le maestre che fino a quel momento bevevano il loro caffè in tranquillità, ci misero in fila per due e ci riportarono in classe tra bambini che si lamentavano e alcuni che ridevano sguaiatamente. Non so perché ebbe così tanta paura, ma so che quell’episodio lasciò in lei una fobia troppo più incatenata del dovuto. Tuttora non ne vuol sentir parlare ma dico io, come può una persona che vive in campagna soffrire di aracnofobia? Mah…

<<andiamo a vedere cosa sono>> disse dirigendosi verso l’angolino infestato.

<<qualsiasi cosa siano non pensi che non meritino di essere disturbati da te?>>

<<dai aspetta un attimo, queste…queste sono coccinelle, Mari ma ti rendi conto? È un nido di coccinelle!>>

Per fortuna non erano ragni, strano però. Chissà perché un gruppo di coccinelle avrebbe avuto la bizzarra idea di venire a fare il nido proprio nella nostra casetta…

<<è un segno del destino!>> rise Desy <<magari ci porteranno fortuna!>> lo speravo tanto anch’io, anche se credere nella fortuna non era proprio nel mio genere…

 

Caipiroska e compleanni

Finalmente sabato. Il fine settimana è la parte che ognuno di noi preferisce, quella che tutti sperano arrivi in fretta per mettersi un vestito carino, andare a ballare, sbronzarsi e dire cose che la domenica mattina, quando dormirai fino alle 13 del pomeriggio, non ti ricorderai già più.

Il sabato sera “tipo” era proprio questo, magari non era necessario sbronzarsi o dormire fino all’1 ma se non uscivi potevi iniziare a spararti e a trovare un modo per affrontare i giorni a venire.

Era appena iniziato novembre, il classico ponte dopo halloween aveva tenuto le scuole chiuse per un paio di giorni quindi i contatti tra Desy e il nostro nuovo amico erano stati abbastanza limitati. Quella mattina la sveglia suonò in ritardo e non riuscii a prendere il solito autobus nonostante le corse a perdifiato, molto più faticose di qualsiasi altra mattina infrasettimanale.

Arrivai alla fermata tutta trafelata, rossa in faccia per il freddo e a momenti cadevo dal marciapiede per una buca che non avevo proprio visto.

Guardai l’orologio, erano le 7.55, decisamente troppo tardi.

Decisi di tornare a letto, mandai un messaggio a Desy per avvertirla e prima che mi rispondesse infamandomi a vita spensi il telefono e cercai la complicità che c’era stata fino a un minuto prima con le mie calde lenzuola.

15.32 avevo dormito davvero troppo. Sgranai gli occhi come se avessi appena visto un fantasma, scattai giù dal letto e mi precipitai sotto la doccia spogliandomi a tratti tra il corridoio e il bagno per affrontare una probabile uscita serale.

Mi ritrovai, come ogni volta, davanti al mio armadio pieno zeppo di vestiti a pensare “e ora che mi metto?” de v’essere una caratteristica tipica delle donne: 3500 opzioni, nessuna valida.

Certe volte ci penso e non trovo risposta, penso a me stessa imbambolata per interminabili minuti a guardare, girare e rigirare sempre i soliti capi senza mai trovarne uno che vada bene e mi sento idiota. Dico come si fa a non avere  mai le idee chiare con tutto ciò che un armadio a due ante contiene? Voglio dire, tra tutte le scarpe, gli accessori e i modelli di maglie, abiti e pantaloni che una ha, non è possibile non trovare al volo qualcosa da indossare.

E invece lo è, e non sono la prima a dirlo. Siamo un mondo sconosciuto noi ragazze.

<<Mari muoviti, ti avevo detto alle 21 e sono già le 21 e 3 minuti, sei sempre in ritardo!>> ormai mi ero fatta la nomea di chi porta l’orologio per bellezza e Desy urlava già sotto al mio balcone.

In borsa c’era tutto, il trucco e i capelli erano al loro posto. Scesi e ci avviammo verso il centro.

<<scusami per stamattina ma la sveglia a volte fa brutti scherzi!>>

<<tranquilla non hai perso niente, la prof di mate non ha spiegato e quella di storia ha corretto gli esercizi che io non avevo fatto…poco male, li avevo copiati tutti poco prima che iniziasse la lezione>> sempre la solita furba vagabonda.

Il solito giro in centro si era rivelato noioso come al solito, ma mi faceva piacere avere sempre qualcosa da dire, qualcosa di cui parlare a macchinetta e argomenti sempre nuovi da affrontare magari che non c’entrava niente o dei quali a nessuna delle due fregava, però i vuoti e quelle pause imbarazzanti di silenzio che ci sono a volte, tra noi non sono mai esistite.

Una volta, un sabato come tanti, io e lei entrammo in un pub in cui c’era molta gente e dopo esserci sedute ed aver ordinato i nostri drink mi capitò di non avere niente da dire e forse in quel preciso momento non aveva niente da dire nemmeno lei, così siamo state zitte.

A un certo punto però, quel silenzio che non pesava affatto, si trasformò in una grossa risata.

Perché? Non ne ho idea, so solo che ci guardammo negli occhi girandoci una verso l’altra in contemporanea e pur non avendo niente per cui ridere ridemmo a squarcia gola.

Queste siamo noi.

Comunque, il pub dove era nostra abitudine trascorrere le serate tranquille quella sera era stranamente pieno, alcuni ragazzi facevano troppa confusione e di tavoli liberi ce n’era rimasti davvero pochi, prendemmo l’unico anche se era fuori sotto il tendone riscaldato e aspettammo che qualcuno in quella marmaglia di gente ci portasse un menù.

<<probabilmente c’è un compleanno, ma si festeggiano così il compleanni al giorno d’oggi?>> la guardavo con un punto interrogativo stampato in fronte.

<<non mi dire che non vedi nulla di male a festeggiare un compleanno qui ti prego, il tuo sarà molto più…molto più…più festeggiato! Mari, compi 18 anni non puoi non ricordare per bene questo giorno!>> aveva ragione, mancavano meno di 4 mesi a quello che doveva essere il compleanno più importante della mia vita e ancora non ci avevo pensato, Desy invece lo stava facendo diventare il compleanno più importante della storia del mondo.

<<Desy stai tranquilla, qualcosa troveremo, magari invitiamo qualcuno di scuola, magari no…>> intanto era arrivata la cameriera. Era la stessa di sempre: mora, carnagione molto scura, occhi chiari, portava un grembiulino blu fin sopra il ginocchio con su stampato il nome del pub e con una voce zuccherosa ci chiese cosa poteva portarci.

<<due caipiroska per favore>>

Avremmo potuto semplicemente dire “il solito”, il caipiroska era ormai diventato il nostro solo e unico drink, sarà per le fragole a pezzetti o per quel filo di vodka, ma era davvero troppo buono per cambiarlo con un altro.

<<ok ho capito, sarò costretta a pensarci da sola alla tua festa>> non fece in tempo a finire la frase che sentii una presenza alle mie spalle, mi girai e, strano ma vero, era proprio lui.

<<Leo, che ci fai qui?>> gli occhi di Desy brillavano già. <<senti che confusione, qualche cretino pensa di divertirsi a festeggiare il compleanno in un posto del genere, usciamo fuori?>>

<<no, veramente non posso,>> rispose tranquillo lui cercando di farsi capire alla meglio, <<sono venuto con dei miei amici, uno di loro compie gli anni!>> a quell’affermazione non potei fare a meno di ridere, mi coprii la bocca con le mani quanto potevo per non far vedere la curvatura delle mie labbra ma il rumore del mio sghignazzare sotto i baffi si sentiva anche con la musica. Desy rimase impietrita con un sorrisino e un’espressione sul volto di chi si vergognava come un ladro. <<venite, vi posso far conoscere qualcuno>> propose Leo non capendo il motivo delle nostre risa. <<no, grazie>> disse Desy scandendo le parole con calma <<stavamo giusto andando via, ci vediamo!>>.

Quest’ultima frase la disse un po’ più velocemente, poi mi prese per un braccio e appena fuori dal locale, lontano dalla vista di tutto scoppiai in una fragorosa risata che superava anche il normale timbro della mia risata più grassa.

<<è stato troppo divertente, non potevi immaginare che faccia avevi!>> continuavo a ridere.

<<si certo, le nostre solite figure di merda! Chissà cosa penserà adesso…>>

<<lascia perdere>> dissi cercando di trattenermi <<andiamo da qualche altra parte a prendere un altro caipiroska.>>

 

Appuntamento al buio

Il giorno dopo era domenica. Nessuno va al lavoro, la gente dorme dopo una serata distruttiva e perfino Dio dopo aver creato il mondo il settimo giorno si riposò, ma questo ovviamente non valeva per me. Ore 11.43, impensabile svegliarsi. Campanello. Nooooooooooooo. Era lei ne ero sicura.

<<Mari svegliati ti prego!>> i suoi occhioni e le sue guance sempre rosee furono la prima cosa che vidi quando riuscii a spiccicare le palpebre. Una bella cosa, ma non di domenica mattina. <<svegliati Mari ti devo dire una cosa importante!>>

<<cosa c’è?>> esclamai piuttosto scocciata.

<<allora, è grave>>

<<ma come la fai lunga Desy, tira corto almeno mi rimetto a letto, a proposito perché non hai chiamato come fai sempre prima di irrompere in casa come una ladra?>>

<<ecco è questo il punto!>> urlava, mi da noia quando ho sonno e le persone urlano.

<<ieri sera ho lasciato il telefono al pub te ne rendi conto, ora come faccio?>>

Devo ammetterlo: era più grave del previsto, dovevo e volevo aiutarla ma la vocina che ognuno di noi ha dentro di se mi diceva tutto il contrario. Alla fine mi alzai, mi preparai alla meglio e uscimmo alla ricerca del cellulare perduto.

<<non lo ritroverai Desy , pensi davvero che sia li ad aspettarti?>>

<<si>> ad ogni domanda, la solita risposta convinta.

Gli autobus non passavano, ovvio, di domenica non tutti gli autisti sono ai comodi di due sbadate rincoglionite, quindi abbiamo dovuto fare tutta la strada a piedi, per lo meno senza tacchi però. Arrivate davanti al pub, certamente chiuso, presi dalla tasca il cellulare che stava vibrando senza suoneria perché ancora non avevo tolto il silenzioso.

<<Desy…>> dissi prima ancora che lei potesse cadere nello sconforto <<…se te sei qui accanto a me, com’è possibile che tu mi stai chiamando?>> sullo schermo piccolo e touch era infatti apparso l’avviso di chiamata con il suo nome, strano ma vero qualcuno in possesso del cellulare perduto mi stava telefonando. Risposi.

<<pronto>>

<<pronto sei Mari?>

<<si, chi è?>>

<<ciao, ieri sera quando siete uscite dal pub è caduto il cellulare alla tua amica così ti ho chiamato per dirtelo>>

<<ah, grazie. Ma chi sei?>> minuto di pausa.

<<sono Leo>> oh no, ancora lui! Desy intanto mi stava appiccicata all’orecchio e appena udito il suo nome mi strappò il cellulare di mano e iniziò a ringraziare e ringraziare per aver salvato il suo amato telefono dalle grinfie di chissà quale male intenzionato. L’unica cosa che riuscii a comprendere comunque è che lui voleva vederla per riportarglielo, ma lei preferiva vedere la strana situazione più come una scusa, una specie di appuntamento al buio.

 

Il giorno dopo la mia squillante amica non sarebbe venuta a scuola e nemmeno il nostro Leo si sarebbe fatto vivo, palese, l’appuntamento era fissato proprio per quel giorno. Ero pensierosa, non sapevo cosa provare o cosa sentire dentro di me, forse rabbia, gelosia, invidia o forse le volevo così tanto bene che avevo solo paura di perderla. Perché infondo è così che va a finire, due si conoscono, si piacciono, si mettono insieme e quando scatta la scintilla tutto il mondo intorno sembra non esistere più. Soprattutto i primi mesi, quando tutto è rose e fiori…le amiche servono quando sei da sola…e tutto quello che ti interessa diventa lui e soltanto lui. Irrequieta, una volta uscita da scuola, decisi di non prendere la solita noiosa strada ma di seguirne un’altra, quella che il cuore mi suggeriva. Attraversai un incrocio familiare e al termine della prima traversa c’era un cantiere con lavori in corso.

<<scusi posso passare?>> si voltò un operaio vestito d’arancio con la faccia nera carbone e gli occhi scuri coperti da un grosso paio d’occhiali.

<no signorina mi dispiace, la strada è chiusa>> e senza aggiungere altro si voltò di nuovo. Gentile pensai, non l avrei mai detto dall’aspetto e invece ancora una volta l’apparenza mi ingannava. Forse era un segno, forse era il destino che voleva farmi capire di non giudicare prima ancora di conoscere, forse quell’uomo rappresentava Leo e la situazione che si stava creando…o forse era solo un operaio a macchie nere che aveva un famiglia e magari dei bambini.

Cercando un modo per tornare a casa scelsi di passare per il parco, un lungo e infinito parco pieno d’alberi ancora non molto popolati di verdi foglie o fiori e lungo il vialetto asfaltato di mattonelle rosse mi fermai a guardare le vetrine. Una in particolare mi colpì. Un batuffolo di pelo biondo mi guardava con occhi speranzosi mentre dal vetro cercavo di farlo giocare un po’. Mi ero innamorata di quel cucciolo di labrador, tanto che quasi preferivo non andarmene,  ma sapevo che se avessi portato a casa un cagnolino del genere mia madre non l’avrebbe mai accettato quindi passai oltre. “Povero cucciolo” pensai, tenuto dietro quella vetrina a vedere le persone che passano e ad attendere che qualche buon cuore pieno di soldi lo tiri fuori di li.

Le attese: le più brutte. Quelle dal dottore, alla fermata dell’autobus o quelle stressanti dopo che la prof apre il registro per interrogare, ognuno ha le sue attese nella vita o addirittura in un solo giorno. La mia attesa quel giorno era lei, lei che non mi chiamava ne mi mandava un messaggio, lei con lui e io ad aspettare un segno.

La sera stessa ancora niente e io come previsto non riuscivo a dormire, a raccontarlo sembra assurdo, nessuno mai avrebbe perso così tanti neuroni nel pensare a una semplice amica e invece io non sapevo fare altro. Mi alzai dal letto in punta di piedi per non farmi sentire dai miei genitori che dormivano nella stanza accanto. Scesi le scale scalza, afferrai il primo paio di scarpe che mi capitava e aprii la porta stando attenta che uscendo non facessi troppo rumore. Anche la porta della casina era chiusa a chiave, la casetta “segreta” dove andavo spesso a pensare in momenti come quello, la nostra casetta. Tirai fuori le chiavi dalla tasca del pigiama ma più cercavo di sbrigarmi per il freddo più non riuscivo a trovare la posizione giusta nella serratura. Finalmente si aprì, accesi la lucina piccola (non il neon che altrimenti avrebbe fatto troppo notare la mia presenza) e mi rincantucciai sul letto vicino alla stufina. Avevo lasciato il cellulare in camera, volutamente, non volevo più restare con gli occhi attaccati allo schermo, forse volevo solo curare la mia irrequietezza. Piano piano entravo nel sonno, ero nel momento di passaggio di una che non sa se dormire o se continuare a permettere ai pensieri di affollarle la mente, ma all’improvviso un rumorino di fondo mi fece aprire gli occhi di colpo. I pensieri puntarono tutti sui miei genitori e pensando di essere stata scoperta iniziai a pensare a una scusa plausibile, ma infondo dovevo pensare anche al peggio quindi afferrai l’abajour e mi misi dietro la porta che piano piano si aprì. <<Mari>> quella voce, non avrei mai potuto crederci quindi non risposi.

<<Mari sei qui?>> premetti il tasto della lampadina e la luce illuminò il suo volto, non volevo immaginare la mia faccia in quel momento.

<<Desy! Che ci fai qui a quest’ora ma non eri con Leo? com’è andata? raccontami!>> <<ehy fai piano, vuoi svegliare tutto il vicinato? è andata bene, ti dispiace se dormiamo qui stanotte? ti avevo chiamato al cellulare ma non hai risposto>>

<<lo so, l’ho lasciato in camera, non ne potevo più di aspettare. Ma perché non ti sei fatta sentire tutto il giorno?>> la mia espressione non lasciava immaginare niente di quello che non avevo scritto in volto, così ci sedemmo e mi feci raccontare tutto passo dopo passo, non potevo credere che lei fosse davvero venuta a cercarmi. Guardando l’orologio subito dopo che Desy finì il suo infinito racconto, si erano già fatte le 3 e ormai ne io ne lei ci vedevamo più dal sonno.

<<sai, sono stata davvero bene>>

<<mi fa piacere, ma adesso è meglio se dormiamo, domani mattina c’è compito.>>

<<già me n’ero dimenticata, stupida Desy…ho la testa da un’altra parte.>> mi alzai leggermente con le spalle ed allungai il braccio fin sotto il letto per spengere la lampadina, ma lei mi fermò. <<aspetta, guarda lassù, ci sono ancora i piccoli puntini neri.>>

<<già, ci sono le coccinelle, ricordi? avevamo appurato che non sono ne ragni ne qualcos’altro.>> <<già, coccinelle, forse portano davvero fortuna come dicono>> affermò mentre spengeva la luce. <<forse…>> risposi io <<…se questo ragazzo ti rende felice puoi ringraziarle se vuoi, anche se magari non sarà proprio perfetto…>>

<<Mari…>> concluse lei <<niente è perfetto finchè non te ne innamori.>>.

 

Delusione, solo 9 lettere

Bhè che dire, non c’era rimasto altro da fare che abituarsi, lo sguardo della mia piccola Desy quella sera non aveva lasciato spazio a nessun’altra parola tranne “felicità” e come potevo io impedirle di vivere se per lei vivere era stare con lui? non potevo e soprattutto non volevo, i suoi sorrisi contavano molto di più di una mia lacrima. Così i giorni passarono veloci anche se non valeva lo stesso per le ore che non trascorrevo con lei, quelle a scuola in cui il banco rimaneva vuoto per uscire con lui e quelle nel pomeriggio in cui non avevo altro da fare che studiare e trovare qualche stupido hobby passatempo. Una noia, lo ammetto, e la mia vita iniziava a stancarmi. Erano trascorsi 2 mesi dall’ultima volta che avevamo passato una serata insieme solo noi, quasi sempre quando uscivamo c’era Leo appresso e anche se ormai non mi creava quasi alcun problema, la sua presenza mi faceva sentire di non poter essere del tutto me stessa.

Febbraio, il mese delle maschere come diceva sempre mia madre quando ero piccola e fin dai tempi delle elementari io e Desy avevamo fatto nostra la tradizione del carnevale di Viareggio quello che quando sei bambina e vestita da una semplice principessina, ti sembra enorme ed eccessivamente colorato tanto da non farti perdere il sorriso fino alla fine della giornata. Anche adesso che eravamo cresciute ci piaceva travestirci da qualcosa di improvvisato che a volte risultava anche molto ridicolo, ma a noi non importava, ci bastava passare quelle poche ore insieme senza essere guardate o giudicate da nessuno, sempre, fino a quando il fiato ci bastava per correre dietro a quegli enormi carri. Ma la cosa che piaceva di più era il mare. Il mare con le sue onde e il suo profumo di salmastro era ancora più bello d’inverno che d’estate, scatenava ricordi che fanno venire i brividi a pensarci e oltretutto  la spiaggia era perfetta per sdraiarsi piene di schiuma e di coriandoli, lasciandosi accarezzare dal vento senza preoccuparsi di aver sporcato i vestiti che sarebbero finiti direttamente nella spazzatura, una volta tornate a casa.

Anche quell’anno io avevo organizzato il nostro carnevale, o almeno ci avevo provato. La maschera infatti consisteva in una grande scatola di cartone con dei buchi per la testa, le braccia e le gambe. Vi chiederete “cosa c’è di carnevalesco in un cubo di cartone con le facce colorate?” assolutamente niente, ed è per questo che ci piaceva così. Mi vestii più pesante possibile in modo da non dover portare il giacchetto e uscii per sistemare nella bauliera della macchina il travestimento. Intanto provai a chiamarla, solo per sentire se era pronta. Uno, due, tre squilli e non rispondeva così decisi di aspettarla direttamente sotto casa sua, prima o poi avrebbe risposto alle mie chiamate. La macchina di sua madre non c’era nel garage del condominio e il piazzale era quasi libero, così accostai e riprovai a chiamarla di nuovo per svariate volte, il treno per Viareggio non aspettava certo noi. Alla fine rispose.

<<Mari, che vuoi?>> il suo tono era scocciato e la sua voce sembrava affannata.

<<Desy dove sei? stai facendo una corsa di riscaldamento?muoviti che perdiamo il treno!>> silenzio e dei sospiri.

<<Desy mi senti, chi c’è con te?>>

<<Mari scusami mi ero completamente dimenticata del carnevale, adesso sono a casa con Leo, te dove sei?>> in quel preciso momento capii e il mio cervello si fermò in perfetta coordinazione col battito del mio cuore. Non sapevo se parlare, se riattaccare il telefono e andarmene o se semplicemente salutarla come se niente fosse, ma non potevo. Non era nelle mie note. La mia impulsività avrebbe predominato ancora una volta.

<<Desy ma ti rendi conto di cosa stai facendo?smettila, scendi subito!>> urlavo ed era come se qualche vena stesse per scoppiare da un momento all’altro, scesi dalla macchina e girando dietro il condominio vidi il motorino di Leo appoggiato al muro e non potei resistere. Iniziai a tirare calci, pugni e a graffiarlo con tutta la lunghezza delle mie unghie tanto amate e sudate per averle così lunghe, non ero più in me.

<<Mari smettila, lascia stare!>> sentendo tutta quella confusione Desy si era affacciata alla finestra, aveva in dosso solo un asciugamano avvolto intorno al corpo.

<<smettila, sei pazza?>> alzai la testa <<tu sei pazza! Sei solo una puttanella come 4 anni fa!>> frasi senza senso uscivano dalla mia bocca dettate da tanta rabbia da poter buttare giù l’interno palazzo. A quelle parole Desy impallidì.

<<vattene Mari e fatti solo gli affari tuoi, non puoi chiamare “puttana” una persona che fa l’amore con il proprio ragazzo.>> chiuse la finestra tirando con se Leo e io, ancora più sconvolta tornai a casa solo dopo che mia madre incredula riuscì a calmarmi. Ero distrutta, non potevo credere che fosse successo veramente. Ripensando all’accaduto mi rendevo sempre più conto delle idiozie che avevo detto e del comportamento immaturo e stupido che avevo avuto, ma quel che era passato ormai non si recuperava più, si poteva solo pensare al presente ma a me faceva troppo male: La mia migliore amica si era dimenticata di me, mi aveva nascosto di stare insieme ad un ragazzo con cui andava a letto e oltre tutto adesso non avrebbe mai più voluto vedermi. La delusione dilagava come le crepe nel mio cuore.

 

<<tutti siamo chiusi in una prigione. La mia me la sono costruita da solo, ma non per questo è più facile uscirne>> (Giorgio Faletti)

No, uscire da quel muro di pietra fredda che mi ero creata tutt’intorno non era facile per niente…Era Marzo. Le ultime settimane e poi sarebbe arrivata la primavera, la stagione che adoravo di più, non solo per la temperatura mite quasi calda ma anche per gli uccellini che rallegravano le giornate col loro canto, i fiori sugli alberi ancora mezzi spogli, i colori e i profumi di un’estate vicina. Quella non era una normale primavera. Le giornate erano tutte uguali, prive di colore e musica, prive di emozioni e di qualsiasi forma di espressione sul mio volto. Da un mese provavo a chiamarla senza avere risposta nemmeno a un sms o a uno stupido squillo. La scuola peggiorava sempre di più e l’esame si avvicinava a passi svelti, la sua presenza nel banco accanto al mio mi faceva più male di una sua assenza.

Era un lunedì, lo ricordo bene perché una volta il lunedì era il giorno che festeggiavamo insieme con una serata insieme nella casetta e anche se sapevo che da molto tempo il lunedì per noi non esisteva più decisi di fare un passo, forse falso, e provare a parlarle.

I minuti passavano, “lo sapevo che non ce l’avrei fatta” mi ripetevo mentre l’ora del suono dell’ultima campanella si avvicinava sempre di più. Alla fine tentai.

<<senti Desy mi dispiace, non so cosa mi è preso ma non riuscivo ad accettare il tuo rapporto con Leo proprio come ora non riesco ad accettare di averti persa, ti prego scusami.>> Lo dissi e lo dissi talmente veloce che sembravo un’attrice di camera cafè.

Lei si voltò, mi guardò e per una frazione di secondo mi sembrò di rivedere l’amica di pochi mesi fa che non era cambiata per niente, mi sembrò di sentire la sua voce tranquilla che mi voleva bene e il tempo trascorso lontane non valeva più niente, ma invece lei non disse nulla, continuò a guardarmi fino a che la campanella non interruppe quello che era diventato un calvario.

Mi alzai, sconfitta ancora una volta, pensando che le mie parole si erano perse senza che lei le avesse neanche sentite. Scesi le scale cercando di non calpestare la massa e uscita dal cancello mi avviai verso la solita fermata dell’autobus.

<<Mari>>

Mi voltai. Non riuscivo a credere che fosse la sua voce ma mi voltai lo stesso.

<<avrei dovuto dirtelo, è vero. Eri la mia migliore amica e sapere tutto di me ti spettava di diritto proprio come io sapevo ogni minima cosa di te.

<<avrei dovuto avvisarti il giorno del carnevale e non avrei dovuto rispondere al telefono in quel modo.>> La lasciai parlare. <<per questo mi scuso, ma tutto ciò non ti dava il permesso di comportarti in quel modo, di dirmi quelle parole che ancora mi rigirano in testa e di trattare in quel modo il motorino di Leo. Mi è ancora difficile credere che sia successo.>>

Ci fu un attimo di silenzio. Il suo tono non era più squillante come prima, la sua voce non lasciava capire di volere un chiarimento ma quel gesto era sempre più di niente.

<<Lo so, te l’ho detto, mi dispiace, non avrei dovuto, ma ci tenevo a te come ci tengo ancora adesso e non sopportavo l’idea di te con lui nonostante volessi la tua felicità. Quel giorno è stata la goccia che fece traboccare il vaso. Scusami di nuovo.>>

Alzai la testa e la guardai ancora, aspettavo un cenno, un gesto. Avrei voluto abbracciarla di nuovo e iniziare a saltellare per la mano come due matte come avevamo sempre fatto per non far sembrare la strada tutta uguale, ma non lo feci, e nemmeno lei. Restammo così, immobili mentre gli ultimi ritardatari che uscivano dal cancello ci sfrecciavano accanto per paura di perdere il passaggio verso casa.

<<<tra poco è il tuo compleanno.>> mi disse ad un tratto.

<<già, manca meno di un mese.>>

<<mi piacerebbe continuare ad organizzarlo con te.>> continuai senza pensarci due volte.

<<non così veloce.>> disse voltandosi. <<io non ti ho ancora perdonato>>

Rimasi per un secondo ad assimilare la risposta, poi capii. Era tornata, le ci voleva solo un po’ più di tempo, così sorrisi sperando nella mia ipotesi e continuai a camminare verso la fermata.

 

Tanti auguri, ma non a me

 

Quel giorno, come anche il giorno successivo tornai a casa col sorriso stampato in faccia e con un espressione forse un po’ idiota tanto che anche mia madre, che era sempre fuori casa per lavoro, si accorse della differenza.

Il mercoledì successivo alla mia conversazione con Desy che avevo chiamato “parlata di recupero”, decisi di non andare a scuola per un dolorino alla pancia che annunciava la sorpresina del mese, quella che ogni donna aspetta per avere una buona scusa e spaccare tutto ciò che le capita a tiro o per arrabbiarsi senza che nessuno rompa le scatole più di tanto, ma in quel periodo, strano ma vero, il nervosismo non mi aveva ancora assalito, l’unica cosa che sentivo era un dolorino insopportabile fin dalla prima mattina.

Scesi in cucina dove mi aspettava la colazione per avvertire mia madre del problema, mi sedetti e lei vedendomi ancora in pigiama capì ancor prima che io aprissi bocca.

<<perché non vai a scuola stamani signorina?>>

<<mamma>> quando la conversazione iniziava così voleva dire che non accettavo compromessi <<ho mal di pancia e voglio stare a casa stamani.>>

Mi aspettavo una solita espressione corrucciata e domande del tipo “hai qualcosa di importante? Un compito? Un interrogazione?” e invece con un mezzo sorrisino mi fece: <<va bene, prendo il giorno libero e andiamo a fare shopping!>>

Incredibile, chissà perché era tanto accondiscendente…forse si era svegliata bene, forse era felice per affari suoi o forse aveva capito cos’era successo tra me e Desy nell’ultimo periodo ed era contenta che tutto si fosse sistemato… o quasi.

Buona la terza credo, infondo una mamma è sempre una mamma!

Meno di mezz’ora dopo, io e mia madre ci dirigevamo in macchina verso un negozio ancora imprecisato come due amiche che fanno sega a scuola, il dolorino come per dispetto sen’era quasi andato ma tutte le buche sulla strada non aiutavano a digerire fino in fondo quel noiosissimo mal di pancia. Arrivate al centro commerciale decidemmo di non separarci come facevamo di solito, quando una faceva il giro di tutti i negozi “in” e l’altra di tutti i negozi “out”, ma di fare del vero shopping insieme. Entrammo in un negozio di vestiti, poi in uno di scarpe e dopo ancora in uno di accessori, non mi ero mai divertita così tanto e giuro che lo shopping è la cosa che adoro di più, oltre ai cuccioli, soprattutto di cane!

Uscendo dall’ultimo negozio visitato con molta molta cura, mi è caduto l’occhio su un cartellone pubblicitario, di quelli attaccati con la colla ai grandi pannelli di ferro arrugginito. Non so cosa pubblicizzasse di preciso, l’unica cosa che notai è stata la scritta che lo caratterizzava: Ti accorgi di quanto era importante una persona solo dopo che l’hai perduta. Molto significativa, rimasi talmente colpita da quella frase che sembrava rispecchiare così bene la mia vita in quel dannato momento da restare immobile a guardarla come inebetita.

<<Mari, sbrigati, dobbiamo preparare la cena!>>

<<arrivo mamma>> dissi muovendo leggeri passi in avanti <<arrivo…>>

Nel viaggio di ritorno ci fermammo sotto un ponte in cui il traffico era più intenso, forse per l’ora o forse perché le belle giornate che iniziavano a scaldare l’aria suggerivano alla gente di uscire un po’  più di casa. Alzai gli occhi e non potei fare  a meno di vedere un’enorme striscione di buon compleanno che penzolava sopra le nostre teste.  Poi pian piano la macchina ripartì e la prima cosa che mi chiese mia madre, suggerita quasi sicuramente dallo striscione che anche lei aveva notato, fu: <<come hai intenzione di festeggiare il compleanno quest’anno Mari? 18 anni sono una data importante non credi?>>

Annuii ma senza rispondere, non perché non volessi ma perché non sapevo cosa dire, la mezza conferma di Desy mi lasciava nel dubbio.

Proprio in quel momento squillò il cellulare. Non conoscevo il numero ma riposi ugualmente.

<<pronto>>

<<ok Mari. Organizziamola bene!>>

<<Desy, ma sei tu? Questo non è il tuo numero…>>

<<no, è il numero di Leo ed è proprio lui che mi ha fatto venire una grande idea per il compleanno!>>

Però forse non c’era motivo che quel cartellone pubblicitario mi scandalizzasse in quel modo, forse non l’avevo proprio persa del tutto.

Erano già passati quindici giorni, lunghissimi giorni in cui lei c’era e non c’era: quando c’era pensavo a come potermi fidare del tutto e quando non c’era era con lui e non mi fidavo per niente, una cosa senza fine, un circolo vizioso insomma.

Alle 15 in punto mi chiamò.

<<Mari, dov’eri?quanto ti ci vuole a rispondere al telefono??>>

<<scusami Desy ero di sotto e il telefono…di sopra! Comunque, che è successo?>>

<<senti, per quella storia delle decorazioni forse sarebbe meglio non aggiungerne molte non trovi? Altrimenti la stanza rischia di diventare monotona!>>

La stanza in realtà era già monotona: all’inizio della nostra avventura per rendere la festa “una vera bomba” come Desy l’aveva definita, scoprii che la sua sfavillante idea per i festeggiamenti era di prenotare una baracca inutilizzata, magari al di fuori del mondo, addobbarla di luci psicadeliche, mettere della musica fino alle 5 del mattino, procurarsi del cibo e ballare a più non posso mentre qualcuno riprendeva il tutto con una telecamerina da fissare in un angolo sicuro della stanza. Non male, se non fosse stato per tutti i guai e tutti i litri di benzina consumati per mettere in pratica ciò che fino a due giorni fa era solo teoria.

La stanza c’era, in periferia vicino a delle fabbriche in modo che nessun vicino ci disturbasse, ed era completamente fatta su misura, ma non la mia, la sua.

<<allora che dici? Lasciamo fare così com’è?>>

Ci pensai su un attimo, aveva chiesto una mia opinione per il mio compleanno? <<certo, lasciamola così.>> ho riattaccato.

Pensandoci stavamo organizzando una cosa davvero in grande, avevamo invitato più di 100 persone e forse non sapevamo nemmeno dove metterle, le pizze e le schiacciatine che avevamo ordinato potevano sfamare un esercito e il vestito “simbolico” per il primo e ultimo diciottesimo era costato centinaia di euro, però infondo le cose vanno vissute e vanno vissute per bene, per poterle raccontare!

 

Eccola. Il campanello stà suonando da più di due minuti,per l’intera giornata non c’eravamo viste e adesso  lei è sotto casa che mi aspetta ma io non sono ancora del tutto convinta.

<<come sto?>> le chiesi ancora prima di aprire il portone di casa mia e assicurarmi di chi ci fosse al di là.

<<buonasera intanto e un milione di auguri>>

<<grazie Desy, allora come sto? Non mi piace il trucco, non si intona al vestito>>

<<stai scherzando! Sei perfetta! Andiamo, mia madre ci accompagna alla festa!>>

<<va bene, prendo la borsa e arrivo. Leo è già la?>>

<<si, ha detto che si avviava a ricevere gli invitati!>>

Gentile, non pensavo proprio che mi facesse un favore del genere, forse Desy sapendo che io sarei stata la solita ritardataria lo aveva inviato in soccorso della festa.

Quando arrivammo la stanza illuminata già da fuori faceva un effetto albero-di-Natale e la musica che proveniva da dentro sembrava ovattata fino a quando non oltrepassammo il ciglio del portone d’alluminio…gli auguri di tutti quelli che conoscevo mi sommersero: c’era chi mangiava salatini o patatine, chi beveva direttamente dalla bottiglia di vodka e chi fumava sigarette schiacciandole a terra e lasciando sul pavimento, che io avrei pulito il giorno dopo, una vistosa riga nera di catrame.

<<la nostra festa ha avuto successo vedo>> dissi a Desy stringendo i denti <<ma, chi sono tutte queste persone??>>

<<in effetti, guardando bene molti non li conosco nemmeno io! Saranno imbucati o amici di Leo!>>

Amici di Leo, alla mia festa, giusto. Lasciamo perdere, è il mio compleanno, non volevo rovinarlo.

Mi buttai nella mischia, iniziai a ballare come una pazza e ogni tanto scendevo da quella specie di cubo per bere qualcosa, c’erano talmente tanti ragazzi in quei pochi metri quadri che non si riusciva nemmeno a respirare.

Non sapevo esattamente che ore fossero, mi divertivo e non badavo a nessuno, ma a un certo punto mi ricordai della telecamera che doveva essere incastrata in qualche angolo in alto. Cercai dappertutto senza trovarla e alla fine mi convinsi che non ci fosse.

Uscii a prendere un po’ d’aria, il fumo aveva invaso anche i pochi rimasugli di ossigeno.

Fuori era fresco, non freddo perché ormai la primavera era arrivata da un po’ ma il venticello portava ancora un po’ di brividi sulla pelle. Sentii avvicinarsi un automobile, sembrava più una discoteca ambulante, con la musica dello stereo altissima, scesero quattro ragazzi che non conoscevo, o almeno non mi pareva, con in mano un contenitore di quelli da pasticceria.

<<ehy bella, il festeggiato è dentro?è arrivata la torta!>>

<<scusami ma credo tu abbia sbagliato festa, qui la festeggiata sono solo io>>

<<eppure l’indirizzo diceva proprio qui>> mi disse tirando fuori dalla tasca un pezzo di carta scartocciato.

<<e come si chiama questo festeggiato?>>chiesi.

<<Leo, è qui dentro allora?>>

Al suono di quel nome mi gelai. I ragazzi entrarono con la torta lasciando uscire una forte ondata di musica che però io non sentii. Non potevo crederci,non riuscivo a immaginare che Desy avesse organizzato tutto per lui, per il suo compleanno nello stesso mio giorno senza dirmi niente.

Che ingenua ero stata, stupida stupida stupida. Mi scese una lacrima e subito dopo mi arrabbiai.

Rientrai nello stanzone sbattendo la porta con tale violenza che i muri tremarono, la musica si fermò e tutti iniziarono a cantare la canzoncina mentre Leo davanti alla torta, con Desy che lo riprendeva con la telecamera che stavo cercando meno di dieci minuti prima, aspettava di spengere le sue, anzi le mie diciotto candeline.

Rimasi in un angolo, inebetita a guardare la scena da lontano e ripensai a quel maledetto cartellone pubblicitario, maledetto.

 

<<Scusate un attimo>> disse la mia falsa-amica dopo gli applausi al festeggiato per aver spento tutte le candeline con un solo soffio <<in questo giorno così speciale, vorrei fare un discorso per Leo ma non sono brava con le parole così arrivo al dunque. Tieni amore.>> disse porgendo una busta di carta celeste al suo amato e baciandolo sulle labbra. Lui la aprì con foga e ne estrasse altri due pezzi di carta solo più piccoli, li guardò e accennò a un sorriso che poi si trasformò in una vera e propria risata.

<<ti piace?>> chiese lei nel dubbio.

<<se mi piace? Due biglietti per Madrid sono fantastici!>>

Madrid, non ero brava con la geografia ma fino a capire che Madrid era in Spagna potevo arrivarci anch’io. A capirlo si, ma non a crederci.

Mi sedetti in terra pensierosa mentre la musica ripartiva a tutto volume, era proprio la serata più orribile della mia vita, ed era proprio la fine di un’era.

<<ho un regalo anche per te Mari.>>

Alzai la testa, la sua odiosa sagoma era in piedi di fronte a me con le mani dietro la schiena come a nascondere qualcosa: una rosa bianca.

<<una rosa bianca? Il mio regalo è una rosa bianca?>> sentivo la faccia in fiamme.

<<si, perdonami se non ho potuto fare di più ma quel viaggio per me e Leo a Madrid mi è costato una vera fortuna!>>

<<bhè capisco, allora sai che ti dico? Mi hai rovinato il mio unico e irripetibile diciottesimo organizzato apposta per me trasformandolo in una cosa apposta per lui, perché non dai a lui questa rosa? Spero tanto che le spine vi pungano entrambi!>>

Uscii dal locale, la strada era deserta e i lampioni accesi erano rimasti pochi. Intorno solo fabbriche e nessun passaggio per andare da nessuna parte. Chiamai mia madre con i residui di batteria che rimanevano nel cellulare, ma si spense prima che lei potesse rispondere.

Andava tutto male, non sapevo cosa fare, diedi un calcio al primo cassonetto che mi trovai davanti e urlai un “vaffanculo” con tutto il fiato che mi rimaneva in gola.

<<Mari per favore, che stai facendo? Litighiamo di nuovo?>>

<<non fare la stupida Desy, sono stata io l’ ingenua a credere veramente di poter tornare quelle che eravamo prima, le due amiche che non si sarebbero mai lasciate separare da un ragazzo ricordi?>>

<<non scaricare tutta la colpa su di lui, sei sempre stata tu a non volerlo accettare!>>

<<non faceva per te, ecco perché non l’ho mai accettato! Hai gli occhi coperti, lo vedi come un angelo quando invece è solo un diavolo che ti ha fatto diventare una Desy che non riconosco più!>>

<<ci tengo a lui, e se è questo che devo scegliere preferisco rinunciare a te>> disse infine voltandosi.

<<non ti sarà difficile sai, ma impara a non fingere con le persone come hai fatto fino ad ora con me, potrebbero sentire la mancanza di certe false abitudini!>>

Continuò a camminare senza degnarmi di risposta e si chiuse la porta alle spalle.

 

I giorni seguenti non ebbi il coraggio di scendere per andare a scuola, avevo l’urto del vomito solo a pensare di doverla vedere, di dover vedere lui con quel sorriso soddisfatto anche se ormai la fine era vicina. Non vedevo l’ora, sarà strano ma non speravo altro quell’anno che l’esame di stato arrivasse in fretta, che tutto finisse, che gli sposini si facessero la loro vacanzina in Spagna in modo da non averli più davanti agli occhi e così, forse, poterla dimenticare in modo definitivo.

Pensandoci poi, capii che se avessi continuato a non frequentare le lezioni i professori si sarebbero scocciati, io sarei rimasta indietro con le spiegazioni e tutto ciò non faceva bene ne a me ne a mia madre che continuava a ripetermi di prendere lo zaino e avviarmi prima che le prendesse un attacco di sclero.

Incredibile la primavera. Non sai mai cosa capita, se piove e fa caldo o se è sereno e fa freddo, in ogni caso è la stagione che su tutte preferisco.

Entrai in classe quel maledetto giorno ed ebbi come la sensazione di chi è costantemente osservato, ma giustamente, non mi sentii in colpa. Nessuno sguardo, nessuna parola, la solita uscita a ricreazione, nessun cenno di voler chiarire di nuovo, ma forse è stato meglio così perché se fosse tornata non so se l’avrei perdonata ancora.

 

Cuccioli

 

 

<<decidiamo chi inizia per primo!>>

<<ma che dici, decidono i professori!>>

<<secondo me primo o ultimo è uguale, l’emozione gioca in tutti i casi>> risposi tranquilla alle esclamazioni convinte delle mie compagne sulla prova orale.

<<sentite, preoccupiamoci adesso dello scritto, chi ha studiato?>>

<<tutti abbiamo studiato che discorsi, però c’è sempre quel dubbio che ti rimane!>>

Otto rintocchi assordanti come mai interruppero le nostre smaniose battute e bloccarono quelle sul nascere, le campane suonavano l’ora e per noi tutti il tempo delle chiacchiere era finito. Prima prova.

Il tema di italiano sembrava guardarmi con occhi imploranti, come se quel foglio volesse essere scritto e quel titolo raccontato, ma io non avevo idee, e il tempo passava.

<<posso andare in bagno adesso?>>

<<se sono passate le tre ore previste si>>

Mi alzai guardando l’orologio, uscii dall’aula e mi sedetti sulla panca di legno color ciliegia subito dietro l’angolo.

“la musica, cos’è per noi la musica? Solo un insieme di note oppure scatena in ognuno reazioni impreviste anche per l’animo umano?”

La traccia non era difficile, io lo ero. Non riuscivo a mettere insieme due parole in una frase e mi stavo arrendendo all’idea di consegnare in bianco finchè, dal buio dell’ultimo corridoio spuntò Paolo, il bidello. Canticchiava una canzone sull’amore, di quelle che cantano gli adulti, conosciute si e no, magari di cantanti matusalemme famosi al tempo loro. Mi fermai ad ascoltarlo e la mia mente fece un salto, un salto di qualità e di interessi che mi permise di alzarmi e di scrivere fiera il tema più lungo e complesso che avessi mai impaginato.

Quando uscii salutai Paolo con un abbraccio forte che lui ovviamente non capì, fatto sta che mi aveva dato un incredibile aiuto.

Gli altri giorni passarono in fretta, tutto quel trambusto che i professori ti fanno credere prima dell’esame non è altro un incitamento allo studio, che a me non mancava di certo.

Studiavo giorno e notte, ristudiavo anche le cose che sapevo a memoria e la tesina aveva le orecchie alle pagine da quante volte erano state sfogliate.

Quando arrivò il giorno dell’orale, l’ultimo giorno d’esame, mi svegliai tardi.

In fretta e furia scappai fuori dalla macchina di mia madre, aprii la porta dell’aula e vidi che ancora non era il mio turno, o forse lo avevo saltato!

Dentro l’aula c’era lei.

<<Va bene Allegri, chiuda pure la porta. Chiamiamo noi per la prossima>>

Uscì camminando con passi felpati, di chi si sta liberando di un peso ad ogni sospiro di sollievo. Senza salutare ne dare cenno di guardami negli occhi anche un attimo chiuse la porta alle sue spalle e si avviò verso quella semiaperta della scuola, in macchina lui l’aspettava. Lui e le sue valige.

 

Come previsto anche la prova orale, l ultima e inevitabile fu una cavolata numero uno: due o tre domande, l’esposizione della testina e a casa; iniziavo a credere che quelli che dicevano male della nostra scuola avessero ragione ma tanto adesso poco importava, era estate, ero libera, era finita.

Con un risultato di 88 centesimi potevo andarmene soddisfatta in vacanza.

Tornai a casa immersa nei miei pensieri, a testa basta sorridendo e dando piccoli calcetti a ogni sassolino che mi urtava le scarpe, a un certo punto iniziò a piovere.

Che bella la pioggia d estate, non è triste come d’inverno quando il cielo diventa tutto buio e nero di nubi, la pioggia d estate è il pianto di nuvole bianche e soffici che rendono il cielo ancor più luminoso di gocce scintillanti. Allora alzai la testa, l’acqua mi scendeva sul viso come lacrime dolci e nonostante tutto era fredda.

Sembrerà strano ma quella non era affatto la strada di casa, ero finita in un parco pieno d alberi d un verde gioioso le cui foglie erano smosse dal venticello mattutino. Non so come ma avevo perso la strada e quel posto lo conoscevo già. D’un tratto mi tornò in mente quel giorno lontano quando non si poteva passare per i lavori in corso, dove voltato l’angolo c’era il negozio di animali. Proprio così, qualche strana coincidenza mi aveva riportato esattamente in quel punto e allora, passeggiando per la seconda volta davanti a quei cuccioli bisognosi d’ affetto proprio come me in quel momento, non potei fare a meno di entrare. C’era poco da fare, amo gli animali più degli umani a volte.

<<Salve!>> mi accolse subito una voce giovane accompagnata dal suono del campanellino della porta che si pare.

<<ehm…ciao>>

<<cercavi qualcosa?>>

Cavoli. E chi se l’aspettava? Guardandolo dal basso verso l’alto, quel meraviglioso ragazzo dietro al bancone di quel meraviglioso negozio, sembrava un tipo qualunque. Ma lui non lo era, o per lo meno non lo era per me.

<<ehi>> incalzò lui vedendomi eclissata <<posso aiutarti?>>

Era gentile, come poteva essere così gentile? Di solito i ragazzi a quell’età sono burberi, maleducati, parlano come mangiano…lui invece era dolce, i suoi occhi luccicavano, la sua bocca sembrava disegnata e dentro quello sguardo, giuro, avrei potuto perdermi.

<<certo!>> risposi evidentemente imbarazzata.

Mantieni la calma Mari, respira.

 

<<Mi stai dicendo che ti eri persa, che guarda caso ti sei ritrovata proprio li davanti e che adesso hai un cucciolo che sbava e perde il pelo?>>

<<mamma non polemizzare, guarda che occhi dolci che ha! E poi sono diplomata no? Questo è il mio regalo>> sorridevo a trentadue denti, di solito funzionava.

<io e tuo padre avevamo in mente tutt’altro sai?>

Non riuscivo a immaginare di cosa parlasse, sapevo soltanto che quell’ammasso di pelo morbido e ancora profumato di negozio mi saltava addosso leccandomi il viso e io ero già in cerca di un nome per lui…o forse per lei! Dovevo controllare.

<<non mi interessa nient’altro, ti prometto che mi prenderò cura io di Penelope!>>

<<lo dici sempre e poi non lo fai mai: non hai mai dato da mangiare al criceto, non hai mai pulito la cassetta al gatto, non hai mai…Penelope?>> sbraitò ripensando a quella bizzarra scelta del nome.

<<si, è una femmina! Ti prego di chiamarla così da adesso o al massimo Penny, se proprio non vuoi far troppa fatica! Vieni Penelope,>> dissi rivolgendomi a quel musetto dolce <<andiamo in camera>>

<<in camera? Mari torna subito qui! In camera no ti prego!>>

Sentivo ancora mia madre urlare dal piano di sotto quando chiusi la porta della mia cameretta.

Ero felice. Guardavo quello strano animaletto dal muso schiacciato che si stava già sistemando sul mio letto facendolo suo, almeno in parte, e pensavo che forse quella era davvero la svolta. Che forse il sorriso che Penny mi provocava non era di circostanza, che forse ero davvero felice e non solo per lei, ma anche perché sentivo che la mia vita avrebbe ripreso presto sapore.

Ero felice, ma non mi azzardavo a dirlo ad alta voce.

 

Erano già passati due mesi dall’esame di maturità, l’estate era ormai entrata dentro di me come la voglia di oziare il più possibile per liberarmi dallo stress degli studi, però ormai eravamo quasi a settembre e l’inizio della nuova fase della mia vita era alle porte.

Pensandoci mi sentivo un po’ persa. Spesso mi sono ritrovata con le mani in mano cercando qualcosa da fare, qualcosa di costruttivo ma non avevo mai trovato niente di sensato.

Avevo provato a darmi alla lettura, alla costruzione di modellini in legno, avevo anche cercato lavoro invano. Mi sentivo vuota.

La scuola che fino ad allora occupava le mie mattinate e lo studio che prendeva gran parte della giornata adesso non c’era più, c’erano solo dei libri da sistemare, un diploma da ritirare e dei grandi grandissimi dubbi su cosa fare della mia esistenza sul pianeta terra.

L’università non oltrepassava nemmeno per un istante l’anticamera del mio cervello, quindi sfogliavo giornali su giornali per cercare lavoro e decisi di prendermi un anno sabbatico per vedere cosa la vita mi offriva (ben poco a essere sinceri).

<<Mari, alzai dal letto e vai al centro per l’impiego! Non voglio vederti dormire fino all’1 del pomeriggio!>>

<<Mamma l’1 non è pomeriggio e comunque te l’ho detto, siamo ancora ad agosto. Prometto che a partire dal primissimo giorno di settembre mi do da fare, per adesso lascia perdere ok?>>

Emise un lungo sospiro, quasi a rassegnarsi e se ne tornò giù al piano di sotto, ma ormai io ero sveglia, Penny doveva mangiare e la mia camera era tutta in disordine, tipico caos post vacanze.

Così decisi di alzarmi, abbandonando per sempre la speranza di crogiolarmi tra i lenzuoli un altro poco.

Dato che erano ancora le 10 (e non l’1 come sosteneva quell’esagerata di mia madre), decisi di organizzarmi per sistemare le mie cose. Alla fine della mattinata avevo il letto rifatto con sopra migliaia di vestiti, sacchi neri da portar fuori con dentro cianfrusaglie d’ogni genere e altri sacchetti di quelli con cui si fa la spesa nei quali avevo rinchiuso pezzi di ricordi. Pupazzetti, regali di qualche ex, fotografie e cd spuntavano dai sacchetti colmi di roba ormai inutile.

Con circa 12 viaggi in su e giù per le scale e la perdita di 500 calorie, riuscii a sistemare tutto in sala vicino alla porta d’ingresso, tutto pronto per il cassonetto a pochi metri da casa anche se mi ci sarebbe voluto direttamente il camioncino dei rifiuti. Tutto, tranne uno.

Guardavo quell’involucro di plastica e sapevo che li dentro c’era una parte di me che non sapevo ancora dimenticare: la parte di me che parla di lei.

Lasciai tutto momentaneamente in fase di stallo, presi quel sacchetto che Penny aveva già iniziato a mordicchiare per la curiosità e lo portai fuori dal mucchio. Aprii la porta della casina in legno, era rimasto tutto uguale, identico all’ultima volta che c’ero entrata solo con due dita di polvere in più. La richiusi dentro di me aspettando che Penelope entrasse e depositai il mio ammasso di ricordi in un angolo dietro l’armadietto.

Mi sedetti sul letto e, anche se non ce n’era bisogno, accesi l’abatjour.

Piano piano, svolazzando con le su fragili ali trasparenti, un animaletto mi si posò sul dorso della mano e mi fece il solletico. Alla vista di quella coccinella mi tornò in mente quella sera,e con una lacrima che stava per rigarmi il viso ebbi l’istinto di alzare gli occhi al soffitto.

Il nido era sparito. Quei tanti piccoli puntini neri non c’erano più, l’angolo era vuoto e forse quella che ancora camminava leggera sulla mia mano era l’ultima di tutte quelle coccinelle.

Chissà, magari l’unica superstite e anche la più fortunata.

Non feci in tempo a pensarlo che prese il volo uscendo da una fessura della finestra fatta a persiana, mi alzai dal letto cercando di riprenderla ma lei sen’era già andata.

Pensando ancora a quel doloroso ricordo e a tutti gli altri momenti che quella casina mi riportava ala mente,  mi asciugai la lacrima che ormai era scesa fino alla guancia e, sbattendo la porta quasi con rabbia, tornai in casa.

Stavo per imboccare le scale quando mia madre, vestita del suo solito grembiulino blu a fiori rosa, mi annunciò che era pronto il pranzo.

<<ho portato tutti i sacchetti al bidone, ho fatto bene?>>

<<anche se fosse un “no” ormai potresti rimediare?>> risposi un po’ cinica.

<<Forse facendo una corsa…>>

<<no mamma lascia perdere, erano tutti da buttare…per fortuna.>>

<<vabbè, comunque dobbiamo ricomprare una ciotola al cane, con i denti l’ha consumata tutta a forza di portarsela in giro per la casa>>

Guardai sotto il tavolo dove Penny aveva l’abitudine di accucciolarsi in attesa di qualcosa di buono da mangiare anche per lei, ma in quel momento non c’era.

<< “il cane” si chiama Penelope, puoi guardare se è in sala e chiamarla, qui sotto non la vedo>>

<<in sala non c’è!>> alzò il tono della voce.

<<e allora dove può…Oddio! Penny!>>

Mi precipitai fuori in fretta e furia, spalancai la porta della casina e trovai la mia cucciola che piangeva disperata. La presi in braccio come per rassicurarla e la portai in casa evitando le gocce di pioggia che stavano iniziando a cadere enormi e fredde.

Povera Penny, l’avevo rinchiusa la dentro senza neanche accorgermene, adesso dovevo trovare un modo per farmi perdonare!

 

Piovve, piovve per quasi 3 giorni di seguito.

“non può piovere per sempre” diceva qualcuno, e anch’io in quel momento lo pensavo. Le buie e tristi giornate d’acqua mi facevano solo venire più voglia di starmene sotto le coperte a guardare un film piuttosto che a leggere un libro e la mattina, quando mi svegliavo e sentivo il ticchettio battere sulle finestre, ero inevitabilmente portata a dormire più del dovuto.

Più tardi, un attimo di sereno. Ero pronta a rallegrarmi. Quell’improvviso benessere fisico e psichico mi invadeva mente e corpo, ma non so perché ero convinta che non durasse a lungo. Infatti, ancora infreddolita dal cambio improvviso di temperatura plaid-pavimento gelido, mi affacciai alla finestra, nemmeno uno squarcio di luce. E allora mi chiesi “perché?” cavolo, perchè non ci ho creduto un po’ di più che sarei potuta stare meglio? Forse perché sapevo che crederci non avrebbe cambiato comunque le cose, è proprio come quando la pioggia scroscia intensa sui vetri appannati e all’improvviso quel bramoso ticchettio sembra cessare. Ma in realtà alzi gli occhi e scopri che sta solo piovendo un po’ meno ed era proprio questo che era successo, che altra speranza c’era? Nessuna. Tornai sul letto ormai ghiaccio ed aspettai, cosa di preciso non lo so, ma aspettai.

 

Dopo 36 intense ore finalmente uscì il sole, uno spiraglio tra le nubi che bastava appena per l’arcobaleno. Quanti colori…alcuni un po’ sfocati, altri più nitidi ma tutti estremamente belli in un cielo quasi azzurro. Mia nonna, quando ero piccola, mi diceva sempre che, se dopo una tempesta usciva l’arcobaleno, sarebbe successo qualcosa di speciale. Non so se ci ho mai creduto davvero, ma quel giorno, quel venerdì di inizio settembre, mi venne il dubbio che forse le leggende non sono tutto frutto di sola fantasia.

Cosa succede quando ti addormenti con un pensiero e con lo stesso pensiero fisso apri gli occhi al mattino? Quel sorriso dolce, quel modo di camminare lento e fluido, quegli occhi da cerbiatto…niente di tutto ciò usciva dalla mia testa. Era piena, piena di lui, tanto piena che non riusciva ad entrarci nient’altro.

Stupida sciocca Mari! Pure i libri ti inviano segnali, riesci a leggerli?

<<si può essere innamorati di diverse persone per volta, e di tutte con lo stesso dolore, senza tradirne nessuna, il cuore ha più stanze di un casino>>

Passarono alcuni secondi o forse minuti in cui il mio sguardo non smise di fessure la pagina di quel famoso romanzo, ma d’un tratto, come a squarciare il mio silenzio e la mia pace interiore, mi squillò il cellulare.

 

 

Coccinelle portafortuna

Lo estrassi dalla tasca senza farci troppo caso, stavo per rispondere ma quando vidi il numero che lampeggiava sullo schermo mi fermai un attimo e mille pensieri mi affollarono la mente fino ad allora quasi sgombra.

Rimasi un altro istante ad osservare il cellulare come se fosse chissà quale strumento venuto dallo spazio, ma in realtà guardavo molto più dentro, oltre la tecnologia e l’immagine di sfondo, oltre la suoneria assillante. Guardavo il suo nome in maiuscolo che mi stava chiamando e respiravo forte, il cuore batteva a mille, gli occhi si inondavano di una sensazione mista a rabbia e sconforto e il pollice premette il tasto rosso. Da li silenzio, la canzone non squillava più e il suo nome era sparito.

Ma non passarono nemmeno 5 minuti che eccola di nuovo, Desy, a lettere cubitali.

Non sapevo cosa fare, non sapevo perché mi stesse chiamando. Pensai che forse le era partita la chiamata perché aveva premuto il tasto sbagliato ma no, le chiamate non partono accidentalmente per ben due volte nel giro di così poco tempo. Sapevo che qualcosa, qualche ferita si sarebbe riaperta ma non riuscii a premere una seconda volta, il pollice stavolta si spostò su un altro tasto, il verde.

<<pronto>> dissi con voce fin troppo flebile.

<<Mari>> la sua era rotta dal pianto dall’altra parte <<scusami se ti chiamo solo adesso, so che sono sparita e non ci sentiamo da tanto ma ho bisogno di parlarti.>>

Sorpresa e allibita chiusi gli occhi tenendo il cellulare ancora attaccato all’orecchio. Respirai come per riprendere fiato dopo una lunga corsa nella neve e riaprii gli occhi pensando di trovarmi in un’altra dimensione ma ovviamente così non fu, quindi, con le labbra un po’ serrate e la mia solita inutile ingenuità tradotta in bontà ed amicizia nonostante tutto, risposi.

Dopo un’ora la aspettavo davanti alla porta di casa mia, sapevo che avrei visto un cambiamento, sapevo che ci sarei rimasta male per qualcosa ma ormai ero pronta a tutto.

Arrivò e scese dal motorino togliendosi il casco e lasciando cadere sulle spalle i lunghi capelli, aprì il sottosella per metterci dentro il giubbotto, sotto di esso portava un paio di leggins neri lucidi e un vestito a gale verdi che le copriva a mala pena il sedere.

Quando mi vide li impalata ad osservarla si fermò un attimo prima di proseguire il cammino verso di me.

<<ciao>> mi disse abbassando gli occhi e tenendo ancora il casco tra le mani.

<<cos’è successo?>> risposi oltrepassando quella fase delle frasi di circostanza. Non mi interessava sentirmi dire “come stai? La famiglia? L’estate come l’hai passata?” non glie ne fregava nulla, non vedo perché avrebbe dovuto domandarmelo ma, sapendo che l’avrebbe fatto anche solo per non passare subito al succo del discorso, non glie ne diedi la possibilità.

<<Lo so che non sono stata una buona amica e non vado fiera di quello che ho fatto.>> iniziò, ma la fermai.

<<aspetta, entra.>>

Oltrepassammo la sala e la porta sul retro per poi entrare nella casina di legno, la nostra.

Ci sedemmo e l’aria si fece subito pesante, non una parola, non un abbraccio. Niente.

<<Prima che tu continui a cercare di scusarti o a cercare di rimediare qualcosa voglio che tu sappia che la fiducia era una sola e tu lo sapevi. Quindi adesso è bene che tu sia al corrente del fatto che puoi mettere chili e chili di colla per aggiustare lo specchio in frantumi, ma non tornerà mai a specchiarti come prima.>>

<<lo so. Ed è per questo che sono qui>> mi disse con grande prontezza, lasciandomi un po’ interdetta.

<<Leo m’ha lasciata, ha trovato un’altra e non ci ha pensato due volte a mettermi le corna. L’ho scoperto nel peggiore dei modi e nel peggiore dei modi ci ho sofferto. Ma lo sai chi mi veniva in mente? Te, Mari. Perché te sei stata l’unica persona in tutta la mia vita che non mi ha mai abbandonata, che è c’era nonostante tutto, eri una sicurezza. Pensavo a te e quella nebbia che sembrava essersi creata se ne andava via, lasciando uno squarcio di sereno. Ho capito che non posso sostituirti, non potevo credere di averti trattato in quel modo! E non me ne vanto, vorrei rimediare ma purtroppo so che posso pensare di aver perso mille splendide cose ma non sai che la più preziosa è il tempo.  Lui non tornerà indietro. Mai. E forse adesso è troppo tardi, ma dovevo dirti quello che sento.>> così dicendo mi porse una busta.

Io, incredula, non sapevo se afferrarla ed aprirla oppure lasciar perdere qualsiasi cosa contenesse, ma la curiosità era tanta, così la presi e la guardai.

Era una busta colorata con sopra disegnati tanti orsacchiotti di peluche. Il bordo dove aprire era merlettato e sopra c’era scritto “per Mari”.

Alzai un attimo lo sguardo, poi lo riabbassai di nuovo ed aprii la busta.

All’interno la stessa carta colorata racchiudeva parole in corsivo, della sua scrittura che avrei riconosciuto tra mille anche se non fosse stata lei stessa a consegnarmi quella lettera, mi cadde l’occhio su alcune parole ricalcate con la penna e scritte in grande, così decisi di iniziare a leggere.

 

“Mari.

Ormai sono passati mesi dalla fine della nostra amicizia, non sono molto brava a esprimermi con le parole così ho preferito buttare giù qualche riga.

Fino a qualche tempo fa eravamo come sorelle, poi ho fatto una grandissima cazzata, quella di perdere l’affetto di un’amica così speciale, purtroppo me ne sono resa conto troppo tardi e se potessi tornare indietro non rifarei quest’errore.

Sentivo che non ero felice perché mi mancavi, mi mancava l’amicizia che ogni giorno con affetto mi regalavi.

Ho così gettato al vento 15 anni di un legame fortissimo e non finirò mai di chiederti scusa.

Mi dicevi sempre di restare com’ero e di non lasciarti e io invece ti ho delusa.”

 

Dai miei occhi bassi e cupi scese una lacrima. Non so se lei, che restava ancora li immobile a guardarmi leggere, riuscì a vederla, so solo che quelle parole erano sincere e  me ne rendevo conto man mano che entravano nel mio cuore.

 

“mi dispiace di non esserti stata vicino nei momenti di dolore e di non aver visto il tuo viso sorridere nei momenti di felicità.

Oltre al ricordo di noi e delle giornate trascorse insieme conservo tutto ciò che mi hai regalato: dal cane nero di peluche, alla collana con Calimero, alle tue dediche, i tuoi disegni…

Grazie di tutto, perché sei una persona speciale a cui vorrò sempre bene.

E ricorda che per te la mia porta è sempre aperta. Desy”

 

Una foto di noi scattata molti anni prima segnava la fine, vedere i nostri visi vicini che sorridevano insieme mi fece chiudere gli occhi e un brivido mi percorse la schiena. Riposi la lettera nella busta, così come l’avevo trovata: non una parola, non uno sguardo.

Non vedendo reazioni, Desy riprese la porta ed uscì così come era entrata, se ne stava andando di nuovo, chissà dove. Ma come potevo? Se l’era cercata è vero e tutto il male che mi aveva fatto sapendo che tenevo a lei più di una sorella, non potevo dimenticarlo presto. Ma una cosa era certa, adesso che era li, seppur cambiata, non potevo lasciarla andare. Sennò a cosa servono tutte quelle frasi sull’amicizia, sul volersi bene? Gli amici non ci sono solo nel momento del bisogno, al contrario di come sostengono molti, ma sono quelli che puoi chiamare alle 4 del mattino, quelli che contano ci sono sempre.

Ma io per lei contavo ancora qualcosa? Forse si, non lo so. L’avrei scoperto più tardi. Intanto dovevo fermarla prima che varcasse l’ultima porta.

 

Tu sai cosa

 

Quando mi decisi ad alzarmi e raggiungerla era già uscita di casa salutando mia madre in volata, stava aprendo di nuovo il sottosella del suo motorino e piangeva, la vidi da lontano che piangeva di lacrime amare. Forse di coccodrillo, forse di pentimento. Ma piangeva e io…io l’abbracciai.

Rimase impietrita nella mia stretta sgranando i suoi occhi bagnati di sale, non capendo quello che stava succedendo e il perché della mia reazione, ma quando se ne rese conto sentii il suo corpo che si ammorbidiva lasciandosi andare. Quindi iniziò a parlare di nuovo e a singhiozzare, non capivo bene quello che diceva o forse non ascoltavo, so soltanto che mi sciolsi da quell’abbraccio e guardandola, sapendo già di averla perdonata, le dissi: << Forse questa pausa ci ha fatto bene, è stato come quando stai guardando un film in tv e arriva la pubblicità.>>

<<sai una cosa?>> mi rispose lei tirando su col naso e sorridendo  << Io odio la pubblicità…>>.

E fu così che sorridemmo insieme, di nuovo.

 

Penso davvero che ogni cosa abbia il suo finale e che quello bello, il lieto fine non si trovi soltanto in alcuni libri o film.

Il nostro lieto fine non è arrivato proprio subito e sinceramente non è stato nemmeno molto piacevole da certi punti di vista.

Ricordate il famoso “tu sai cosa”? Ecco, se sei una nonna o una zia invecchiata alla svelta e priva di aggiornamenti sulla gioventù moderna non sarai sicuramente d’accordo.

Poteva essere un giorno come un altro, quel Martedì di ormai fine Ottobre, e invece non lo era.

Non era nemmeno un giorno speciale, se è questo che volete sapere, non splendeva un grande sole e non era nessuna particolare festa, ma a noi (perché finalmente potevo dire noi) non importava.

Non ci occorreva. Non avevamo bisogno di niente, solo di me, lei e la nostra grande promessa che sembrava andasse a morire e invece era ancora li e stava per riprendere vita dopo tanto tempo.

Avrei forse dovuto parlargli di Jonathan, il ragazzo del negozio in cui avevo adottato Penelope e in cui ero poi successivamente tornata a comprare i biscotti nonché il collare nuovo nonché quasi tutto ciò che era sugli scaffali pur di vederlo e, magari, riuscire ad avere il suo numero? Ce ne sarebbe stato sicuramente il tempo, ma quello non era il momento giusto.

Nel centro della nostra piccola e cara cittadina non c’era molta gente, iniziava quasi a piovere di nuovo e le strade erano ancora piene zeppe di pozzanghere. Davanti a noi, la porta del negozio di piercing.

<<Sei pronta?>> mi chiese Desy vedendomi un po’ pallida.

<<si, credo di si. Ho un po’ paura, non so come potrei reagire>>

<<tranquilla andrà tutto bene! Ricordi Jenny, la mia cugina mezza americana? Ce l’ha già da un anno e dice che devi starci attenta solo i primi giorni, che vuoi che sia…>>

<<lo so, lo so…>> continuavo a ripetere mentre parlava, ma quello che mi preoccupava non era tanto il fatto che fosse pieno inverno o che probabilmente avrei parlato come un idiota per giorni, avevo paura, paura e basta. E quando hai paura vuoi qualcuno che ti stia vicino e ti parli e ti dica che è tutto apposto, o almeno te lo faccia capire. Cosa che non era stata per troppo, troppo tempo e che ora poteva essere di nuovo, così…perché non rischiare? Spaziamola via e continuiamo a vivere ricominciando da zero, se si può. Perché io sono così, dovevo auto convincermi ancora e ancora di una cosa di cui ero già convinta, e dato che ci sono voglio dire una cosa: di gente strana ne ho vista, ma io supero tutti.

Comunque, immobili davanti a quella vetrina, mi immaginavo già la dentro e guardavo tutti quei gioielli per essere pronta a scegliere quando mi avessero chiesto quale preferivo mettere. Ma non riuscivo a muovermi, e ad entrare.

<<Ascoltami bene>> disse Desy forse un po’ stanca d’aspettare <<se non vuoi farlo, non siamo obbligate. Troveremo un altro momento, magari più in la col tempo. Torniamo a casa e guardiamoci un film, che ne pensi?>>

Mi voltai a guardarla. <<Resteremo insieme per sempre non è vero?>> le chiesi, sembravo una bambina che non vuol lasciare la mano della mamma il primo giorno di scuola perché non sa se tornerà a riprenderla all’uscita.

<<Per sempre, te lo prometto.>>

Ed era forse questa la risposta che aspettavo, adesso non avevo più paura.

 

Che giornata triste…pioveva ancora.

Pioveva di grandi gocce dolciastre che cadendo a terra sull’asfalto già bagnato facevano un rumore di mare, ma solo se ascoltavi bene.

Pioveva e in giro nemmeno un anima, un cane ci passa accanto scrollandosi di dosso tutta l’acqua che il pelo aveva assorbito. Io e lei gridiamo per le gocce che ci sono finite addosso e camminiamo vicine.

Ci buttiamo in strada, giù per le strade del centro dove le macchine non passano. Iniziamo a correre come matte, senza cappuccio e senza ombrello, corriamo e poi ci fermiamo, così, per guardasi a una vetrina oppure al vetro di un auto parcheggiata.

Balliamo con il vento, ci bagniamo col diluvio, ci guardiamo, io e lei ci guardiamo e sorridiamo.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...