Il Signor Bo

Conoscevo già la strada il primo giorno di servizio, ci avevo fatto la spola in quei mesi: prima per consegnare la domanda, poi per conoscere l’ambiente, presentarmi gli operatori, per incontrare la tutor, per il colloquio individuale e infine per la giornata di formazione in cui il prete della zona benediva tutti i nuovi ragazzi impegnati nel servizio civile prima che cominciassero la loro avventura.

Io ero una di quelli, ovviamente, e ne ero stata felice. Il posto mi piaceva, mi piacevano le persone, ci trovavo aria di casa e mi veniva la voglia di tornarci il giorno dopo, per questo l’avevo scelto.

Credo che sia la mia strada, il contatto con la gente mi rende felice e mi fa sentire utile e spero davvero che sia così, spero in un futuro e in un lavoro, vorrei iniziare a vivere invece di sopravvivere sbattendomi di qua e di la e andando a pregare perché qualcuno consideri i miei curricula. C’era questa opportunità, e me l’ero sudata perché in quegli anni avevo fatto domanda più volte in diverse associazioni ma nessuno mi aveva mai dato la possibilità di far vedere il mio valore.

Non mi sentivo pronta, sia chiaro. Mi tremavano le gambe mentre mi dirigevo in macchina verso la meta, sudavo freddo e continuavo a guardare nello specchietto retrovisore per paura che la mia tensione fosse talmente forte da trasparire oltre i finestrini.

E mi tornava in mente, tra un respiro profondo e l’altro, quando una settimana prima avevano  voluto riunire tutti intorno a un tavolo, operatori, ragazzi e volontari compresi, per iniziarci alle attività e per informarci su ciò che ci aspettava. Qualcuno che faceva volontariato li da anni era avvantaggiato e si capiva chi fosse dagli atteggiamenti, dai modi di fare per niente rigidi di chi si conosce già bene, avevo invidia non lo nego. Dopo abbiamo ricevuto un foglio di carta ed una penna, ero nel mio mondo e mi trovavo per la prima volta a mio agio visto il mio risaputo amore per lo scrivere, ma quando mi è stato detto di dover rivolgere una lettera a me stessa e raccontare cosa mi aspettassi da quell’anno di servizio, l’agio è sparito e ha lasciato il posto a una lenta e fredda chiacchierata col mio Io.

Comunque, tornando al mio primo giorno, ero ferma a un semaforo e mi guardavo intorno pur conoscendo già bene ciò che mi circondava, dai viali alberati ai tetti delle case. Mi voltai a un certo punto, non so come e non so perché, fatto sta che il mio sguardo nell’attesa del via libera si posò su un uomo.

Ce ne sono di uomini al mondo, eppure non riuscivo a staccare gli occhi da quello in particolare. Non era molto giovane, i suoi capelli brizzolati e la sua barba incolta e altrettanto brizzolata lo dipingevano come un signore sulla sessantina, poi quanti anni avesse di preciso proprio non lo so. Portava un paio di pantaloni color senape un po’ sporchi, con qualche buco qua e la nel tessuto. La sua maglia arancione era informe, tanto da non lasciar intravedere nulla, ma si vedeva comunque che non era molto magro. Aveva scarpe marroni coi lacci a ciondolo e se ne stava seduto sul muretto di una casa con la schiena curva e una strana espressione sovrappensiero, come se stesse riflettendo o immaginando chissà che.

Tra le mani un quadernino e una matita oppure una penna, non riuscii bene a vedere cosa fosse in quella veloce occhiata prima che scattasse il verde.

Ripartii e mi sorpresi di me stessa durante l’ultimo tratto del viaggio di continuare a pensare a quello strano individuo.

 

Una settimana più tardi venni svegliata dalla suoneria del cellulare, sullo schermo c’era scritto “Viola”.

<<pronto?>>

<<Ehi che stai facendo? Sei a casa giusto?  Ti va di fare colazione insieme?>>

In effetti ero a casa…e stavo dormendo…ma come si fa a dire di no in una giornata quasi soleggiata a una collega appena conosciuta ed acquisita?

<<certo>> le risposi, e in mezz’ora ero pronta per uscire di casa e raggiungerla al bar.

Parlammo del più e del meno, di lavoro più che altro, e di come ci fossimo subito trovati bene tra noi e col resto del gruppo dopo così poco tempo.

<<in effetti non è facile legare con nove persone tutte insieme, ognuno ha il suo carattere e le sue abitudini e il suo modo di essere. Siamo molto molto diversi ma in qualche modo ci compensiamo, che ne pensi?>>

Il suo modo di parlare da politicante in carriera mi faceva sempre un po’ ridere, mi veniva da pensare se fosse così sempre o soltanto quando parlava in pubblico con persone che avrebbero deciso se votarla o meno quell’anno. Allo stesso tempo però sbagliava alcune parole a seconda del contesto e questo mi faceva ridere molto di più, non certo per prenderla in giro, ma per farle capire che con me poteva forse un po’ rilassarsi e assumere un linguaggio più informale…credo che ormai però fosse questione d’abitudine.

Alle quindici era già l’ora di ripartire per entrare di turno. Per le strade c’era traffico come sempre, ma ormai avevo imparato a calcolare l’orario in cui uscire di casa in modo da essere al centro giovani in orario.

Il semaforo era di nuovo rosso, come molto spesso capitava. Ne dovevo passare quattro per arrivare a destinazione e ogni volta che mi fermavo continuavo a guardarmi intorno.

Ed ecco quell’uomo, che ancora e con qualunque tempo atmosferico, stanziava sul muretto con il suo blocchetto in mano. Stavolta i lunghi e ricci capelli ribelli erano raccolti in una coda e alle mani portava un paio di guanti neri bucati in cima che lasciavano fuori la punta delle dita.

Iniziava un po’ a piovere, il cielo si era fatto di uno strano grigio arrabbiato, ma lui pareva non accorgersene. Il verde scattò e affrontai la giornata come qualsiasi altra.

Era passata qualche settimana quando cambiai i miei programmi. Il mio turno di mattina finiva per le 13 e alle 14.30 sarei dovuta rientrare, non mi conveniva prendere la macchina e affrontare venti minuti di stressante traffico per così poco relax, da li la mia decisione saggia di non tornare a casa per pranzo.

La sera precedente mi ero adoperata, credo per la prima volta nella mia vita, nel creare un pranzo per il giorno dopo. Ero sempre stata fissata col cibo visto la mia stazza un po’ cicciotta e fin da bambina avevo seguito diete suggerite da nutrizionisti o da siti internet nonché da giornali rubati nelle sale d’aspetto. La scelta dell’insalata greca era accurata e comprendeva formaggio, olive nere, olive verdi, foglie di lattuga e poco poco olio. Misi tutto nel contenitore più adatto e, la mattina seguente, pregai per l’intero tragitto che non si rovesciasse macchiando tutta la borsa frigo.

Ero sola nella pausa e dopo una mezza giornata di stressante lavoro d’ufficio non mi era dispiaciuto affatto. Ero uscita dal centro giovani e mi ero recata nel parco poco distante, mi ero seduta su una panchina e avevo consumato la mia insalata leggendo un buon libro. Non c’è cosa più rilassante al mondo di una giornata di sole accompagnata da una buona dose di silenzio in cui tu possa liberare per un attimo la mente mentre il ventolino fresco ti porta sotto il naso quell’intenso odore d’erba appena tagliata…o sbaglio?

Mancavano pochi minuti al mio rientro in associazione quando vidi Kristian.

“ehi collega!” gli dissi sorridendo e lui ricambiò il sorriso venendomi incontro. Visto il tempo che ci rimaneva prima di iniziare, decidemmo di andare a prendere un caffè al bar Grazia, il più buono in assoluto sulla piazza.

È strano trovarsi seduti uno di fronte all’altro ai tavolini di un bar, la posizione ti costringe quasi a guardarsi negli occhi e ogni volta che provi a deviare le pupille per l’imbarazzo ti senti quasi in colpa. Prendere un caffè in piazza però, rende le cose più facili…sei nel bel mezzo di un paese che gironzola per le vie grazie al sole che brilla forte in cielo e ci può stare che la tua attenzione cada su qualcuno che passa. Ne passa tanta di gente quando ti fermi a osservare, ne passa più di quanta pensi e ti rendi conto delle poche conoscenze che hai nel mondo, delle poche persone che si fermano a salutarti e di quante la bella stagione sia capace di tirarne fuori di casa o dagli uffici anche solo per un gelato volante.

Ero assorta nei miei pensieri mentre Kristian mi raccontava di come avesse organizzato il laboratorio di arte e creatività per i bimbi del doposcuola, lo stavo ascoltando ma qualcosa attirò la mia attenzione.

Eccolo. Quell’uomo si aggirava davanti alla gelateria dall’altra parte della strada, si guardava intorno come se stesse aspettando qualcuno ma in realtà ho poi scoperto che stava solo cercando un posto dove sedersi col suo fidato “quaderno dei pensieri”, così come lo avevo chiamato io.

“senti Kristian” tentai a chiedere dopo che lui ebbe finito il suo discorso “conosci per caso quel signore? Quello lì, quello coi jeans un po’ logori e il cappotto con gli alamari?”

“ah si lo vedo!” rispose lui “ma non so chi sia. Mi hanno detto che si aggira ogni tanto per la piazza e nel giardino della villa, si siede e se ne sta per ore col suo quaderno a guardare le formiche…o le fronde degli alberi, o gli uccelli passare…non saprei! Perché me lo chiedi?”

“oh, niente di che” mi affrettai a dire sperando di non essere già arrossita in volto come capitava ogni volta che mi sentivo un po’ a disagio.

Sapevo che, in effetti, il mio interesse per quel particolare individuo poteva essere strano, ecco spiegato l’imbarazzo che avevo avuto nel chiedere informazioni su di lui, ma il suo sguardo, quegli occhi chiari e puri che continuavano a scrutare il mondo come se non avessero visto nient’altro mai, mi incuriosiva a tal punto che inizia a pensare a quale potesse essere la sua storia o il suo nome. Aveva la faccia da Roberto, ma quel nome non mi convinceva, quindi decisi che ogni volta che avrei pensato a lui per me sarebbe stato il Signor Bo.

Cominciai, andando verso la bella stagione, a rimanere sempre più spesso a pranzo fuori soprattutto quando i miei turni al centro giovani prevedevano sia la mattina che il pomeriggio.

Mi sistemavo, ogni qual volta la trovavo libera, sempre sulla solita panchina al parchetto e mi godevo la primavera con tutti i suoi colori e le sue sfumature. Era sempre stata la mia stagione preferita, la definivo la via di mezzo di una bellezza unica e talmente perfetta da non essere più freddo ma neanche caldo afoso e incontrollabile.

Un giorno, che sembrava uno qualsiasi, avevo preso possesso del mio posticino e mi accingevo a finire l’ultimo pezzo del mio panino al latte. Guardai l’orologio, avevo voglia di un caffè e di un dolcetto, ma c’era veramente troppo poco tempo per concederselo quindi rinunciai e iniziai a raccogliere le mie cose. A un tratto il bip bip del cellulare mi informò che, a causa di una riunione improvvisa, l’entrata in servizio era posticipata di un’ora. Terribile! O forse no…decisi di vedere il lato positivo nonostante la sensazione di dover trascorrere ancora del tempo da sola a vagabondare: appoggiai in terra lo zaino, misi gli occhiali da sole mi sdraiai sulla panchina allungando le gambe. Un paradiso, un’ora non era poi così lunga…

Dall’altro lato del parco intanto, il Signor Bo si stava avvicinando ma io mi accorsi di lui soltanto quando si mise seduto proprio di fronte a me.

C’erano pochi metri tra di noi e, mentre io iniziavo quasi a sentirmi in imbarazzo nonostante avessi un libro che stavo leggendo davanti alla faccia, lui sembrava la persona più tranquilla del mondo.

Logico, pensai, sono io che mi sono fissata su di lui…mica il contrario! Per lui sono soltanto una ragazza qualunque.

Il fatto di avere addosso occhiali scuri mi permise di osservarlo senza dare troppo nell’occhio: portava la solita barba lunga e incolta, i capelli erano raccolti in un codino chiuso da un laccetto, i vestiti erano gli stessi di sempre e tra le mani teneva un blocchetto di fogli e una penna. Se ne stava seduto con le spalle curve e gli occhi fissi su quelle lettere d’inchiostro. Ogni tanto si tirava su, eretto, si passava le mani tra i capelli e ricominciava a scrivere.

 

A un certo punto dev’essersi sentito osservato perché alzò lo sguardo di scatto e si accorse che lo stavo fissando. Un colpo basso, non me l’aspettavo, arrossii e mi voltai verso il mio libro nascondendovi dentro il volto paonazzo. Non sapevo cosa fare: se restavo potevo passare da una sfacciata molestatrice di anziani, se me ne andavo potevo sembrare colpevole di qualcosa. Così non ho fatto niente per qualche minuto, sono rimasta immobile nella posizione in cui ero e continuavo a ponderare sulla scelta migliore da farsi. Avevo deciso di andarmene, l’avrei fatto silenziosamente e magari passando vicino al Signor Bo gli avrei anche fatto un mezzo sorriso, così, per disfarmi dell’imbarazzo…ma, una volta chiuso il libro, guardai di fronte a me e lui non c’era più, al suo posto uno dei suoi foglietti di blocco, probabilmente perduto. Non so come avesse fatto, o era un fantasma o io ero talmente immersa nei miei piani da non essermi neanche accorta che Bo se l’era svignata prima di me.

Presi aria e mi scappò un sospiro di sollievo, poi, sentendo arrivare una folata di vento, corsi a raccogliere il foglio dimenticato prima che volasse via.

Era scuro, di carta ricilata, e a righe. Lo stringevo tra le mani dalla parte bianca, sapevo che girandolo ci sarebbero state delle parole ma non mi sembrava giusto invadere la privacy di quell’uomo.

Io sono curiosa come una scimmia, non l’ho negato mai, ma in quel momento mi invase una strana sensazione: sentivo che se avessi letto quella carta avrei violato l’intimità di Bo, del mio ormai amico Bo, e non sarebbe stato affatto giusto da parte mia tradirlo in quel modo.

Prima di poter cambiare idea –e di fare tardi a lavoro- lo infilai in tasca e mi avviai a completare la mia giornata promettendomi di voler ridare il foglietto al legittimo proprietario appena lo avessi rivisto.

Non trascorse un attimo nei giorni successivi in cui la tasca di quel mio giacchetto non sembrasse fatta di fuoco.

Giuro, ero in paranoia…volevo rimanere fedele alla promessa che mi ero fatta ma allo stesso tempo non riuscivo a smettere di pensare a cosa si potesse nascondere nella mente di quello strano individuo.

Il primo giorno il Signor Bo non era al suo solito posto sul muretto vicino al semaforo quindi, una volta tornata a casa, nascosi il foglio dentro la pancia di uno dei miei pupazzetti convinta che fosse una tana perfetta.

Il secondo giorno cercai il Signor Bo al bar, ma non lo trovai, quindi spostai il foglietto dentro il portagioie e lo lasciai li in attesa.

Il terzo giorno era mercoledì ed ero sicura che avrei trovato il Signor Bo al mercato quindi sgattaiolai fuori dall’associazione un quarto d’ora e andai a cercarlo ma di lui nessuna traccia.

Il quarto giorno ero un po’ preoccupata di dove il Signor Bo potesse essere finito, estrassi il foglietto dal portafogli, lo guardai ed elaborai un’ipotesi: se quel giorno quel foglietto era finito tra le mie mani, se io non avevo voluto leggerlo ma non avevo trovato il Signor Bo per ridarglielo, se avevo resistito quattro giorni per rispetto ad uno sconosciuto ma la mia buona azione non si era ancora compiuta, forse era un segno del destino.

Doveva per forza esserlo! Stesi il foglio sopra il tavolo in cucina, lo stiracchiai un po’ con le mani ed iniziai a leggerlo.

In meno di trenta secondi, dai miei occhi uscirono calde e salate lacrime. Lacrime di gioia, di dolore, non lo so…so solo che una capa tosta come me si stava commuovendo davanti a quella scrittura semplice e rotondeggiante, quasi da bambino, davanti a quelle macchie di colore dalla forma di parole.

Quelli che io per giorni avevo creduto fossero appunti sulla città, sulla natura, erano in realtà una poesia. Una poesia confusa ma bellissima.

Sembrava una poesia d’amore, ma non ne ero tanto sicura…qualcosa in quelle righe mi faceva pensare che il Signor Bo nascondesse un segreto. E che non si trattasse di una donna.

Ripiegai il foglietto, lo rimisi nella tasca del portafogli rimasta aperta e, con ancora più convinzione di volerlo trovare per restituirgli ciò che era suo, mi avviai a lavoro.

Arrivata al semaforo buttai un occhio verso il muretto, era vuoto. Stavo quasi per digrignare i denti, per arrabbiarmi, per chiedere a non so chi di dirmi cosa diamine fosse successo, quando con la coda dell’occhio scorsi una figura somigliante di fronte all’uscio di una casa.

Mi sembrava proprio lui, ma non ero riuscita a vedere bene, così accostai nel primo spiazzo disponibile e feci inversione per raggiungerlo.

Era proprio lui, ma stentavo a crederci: i suoi capelli solitamente in disordine avevano preso una bella piega (quasi una leccata di mucca) all’indietro, la barba era sparita, al posto dei pantaloni bucati c’erano un bel paio di jeans scuri, la t-shirt lisa era diventata una maglia di tutto rispetto.

Inebetita da questa trasformazione rimasi qualche secondo chiusa in macchina a provare a comprenderne il perché…forse stava andando a una visita medica, forse la donna che gli stava vicino (probabilmente la moglie) l’aveva costretto a darsi una rassettata, magari lo attendeva un appuntamento?

Avevo tra le mani il suo foglio e, mentre timida e agitata cercavo il coraggio di aprire lo sportello e andare da lui, la mia mente non riusciva a smettere di chiedersi cosa mai potesse averlo spinto a un cambiamento tanto grande, a un volta pagina così drastico e silenzioso.

Smisi di pensarci nel momento esatto in cui un taxi, uno di quelli classici bianco con la scritta sul tettuccio, si fermò proprio nel punto in cui il Signor Bo stava, e i suoi grandi occhi color del cielo iniziarono a illuminarsi di gioia.

Lo sportello dell’auto non esitò a spalancarsi e ne uscì la ragione, il senso di tutto: un giovane ragazzo saltò fuori e con un balzo raggiunse il collo della donna e la abbracciò così forte che per un attimo ho pensato la soffocasse! Poi si girò verso il Signor Bo mentre il taxi si allontanava a grande velocità, i due si guardarono e senza bisogno di parole si erano già detti tutto quello che si dovevano dire.

Istintivamente portai una mano alla bocca e con la punta delle dita mi asciugai le guance. Odiavo che qualcuno potesse vedermi piangere così rinfilai in macchina il più velocemente possibile.

Abbassai lo sguardo, tra le mie mani ancora il foglietto ormai scartocciato. Lo guardai poi guardai oltre il parabrezza, il Signor Bo era sparito e con lui anche la donna e il giovane. Rimaneva solo uno zaino fuori dal grande portone che all’improvviso si aprì per far passare il ragazzo. Prese lo zaino e rientrò subito in casa lasciandomi negli occhi l’espressione della sua faccia stanca e il colore della divisa mimetica che indossava.

 

La prima volta che rividi il Signor Bo dopo quell’episodio non potevo credere che fosse tornato al suo stato originale…tutto era com’era! Capelli, giacca, barba, mani, blocchetto, tutto!

Poi però, non molto tempo più tardi, ebbi come un dejavù nel rivederlo tutto tirato, ben vestito -e probabilmente profumato- ad aspettare.

“Ecco” dissi tra me e me sorridendo “oggi è giorno d’abbracci”.

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